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La prima Moishe House italiana

Fare comunità e promuovere l’ebraismo tra i giovani sono gli obiettivi delle Moishe House nel mondo. E ora anche a Roma

Tre ragazzi, ex compagni di scuola al liceo, amici da sempre. E ora, pronti a vivere insieme condividendo una casa e un ideale: hanno scelto di dare vita alla prima Moishe House italiana. Siamo a Roma, città dove il trio è cresciuto partecipando attivamente alla vita della comunità nelle diverse fasi della loro vita. Un requisito preferenziale per il programma Moishe House, un’organizzazione internazionale che ha come obiettivo quello di promuovere attività per i ragazzi tra i 20 e i 40 anni, solitamente la fascia di età meno coinvolta nella vita comunitaria.

Cos’è Moishe House?
“Moishe House è un progetto internazionale che cerca di aggregare ragazzi tra 20 e 35 anni. Funziona così: attraverso un’application e vari colloqui che permettono all’organizzazione di capire se i candidati sono idonei e possono vivere in armonia tra loro, i ragazzi cercano una casa in una zona comoda per la vita comunitaria della città e capace di accogliere un certo numero di ospiti. Se il tutto viene approvato, Moishe House paga metà dell’affitto e gli inquilini della casa si impegnano, in cambio, a organizzre e promuovere almeno cinque attività al mese, metà delle quali possono anche essere organizzate fuori casa”, racconta Valentina Calò, che insieme a Alessandra Sabatello e Alessandro Gai, ha appena aperto le porte della casa romana. “All’estero fnziona bene e negli ultimi anni è un sistema che si è sviluppato parecchio: ora ci sono più di 120 case sparse per il mondo“, sottolinea Calò, che ci fa da guida in questo viaggio.

Quali caratteristiche bisogna avere per dare vita a una Moishe House?
“Occorre essere residenti nella città in cui si vuole aprire una casa e già integrati nella comunità locale in modo da conoscerne bene le esigenze e, soprattutto, in modo da creare un network interessante con la fascia di giovani ebrei post universitari. Non sono requisiti essenziali per Moishe House, ma preferenziali, proprio per potersi inserire meglio nel contesto. A Roma sono tanti i ragazzi che a quell’età non si sono ancora sposati e non hanno intrapreso un percorso famigliare, spesso un po’ emarginati dalle attività di aggregazione in comunità. Per partecipare al progetto Moishe House i candidati devono sostenere delle application individuali, in cui viene valutato il grado di partecipazione alla vita comunitaria, poi si passa alle application di gruppo che servono per capire se i candidati hanno affinità tali da consentire una vita armoniosa tra loro, infine si sottopone al vaglio la casa stessa”.

Chi la sceglie?
“Spetta ai futuri inquilini trovarla, entro alcuni parametri stabiliti dall’organizzazione: deve avere spazio sufficiente per tutti, avere un soggiorno abbastanza grande da ospitare le attività e non essere troppo distante dai luoghi della vita ebraica della città”.

Ci sono delle linee guida da rispettare nella conduzione della casa?
“L’unica cosa che è richiesta sono le attività mensili da organizzare, di cui naturalmente bisogna dare conto a Moishe House prima (ogni mese si presenta un piano con gli appuntamenti in calendario, le spese, che devono essere approvate dal referente e comunque rimanere entro un budget prestabilito, e le eventuali difficoltà al proprio referente di Moishe House) e dopo ogni singolo evento (occorre inviare foto della serata, i costi sostenuti, un piccolo report). Per il resto, ogni casa ha la propria linea. Noi abbiamo deciso di essere kasher, in modo da offrire a tutti la possibilità di venire ai nostri eventi. Ma non è un vincolo: l’unico limite posto è che durante gli eventi non sia offerto agli ospiti il maiale o crostacei, privilegiando menù tendenzialmente vegetariani”.

Perché avete fatto questa scelta?
“Siamo tutti e tre molto legati alla comunità romana, abbiamo frequentato la scuola e sentivamo il bisogno di dare un contributo anche in questa fase della nostra vita. Sono stata via qualche anno e mi sono accorta al rientro che non conoscevo più così bene la comunità, soprattutto mi sono accorta che a me e ai miei coetanei mancava un luogo di aggregazione. Ed era lo stesso per gli altri amici, così abbiamo deciso di metterci in gioco e di creare un posto che ci facesse sentire a casa, uno spazio di aggregazione per i giovani”.

Qual è la vostra linea?
“L’inclusione. Vogliamo che la nostra Moishe House sia un luogo inclusivo per le diverse realtà che compongono la comunità ebraica di Roma. Vogliamo includere chi è osservante e chi no. La comunità di Roma ha un approccio tendenzialmente ortodosso, mentre noi abbiamo deciso di non sbarrare le porte a nessuno, nonostante il nostro target sia ovviamente quello ebraico. Le attività sono per questi ultimi, naturalmente, ma c’è una fascia molto ampia di persone che non frequenta la comunità perché non si sente rappresentata da questa e che di fatto non ne è inclusa. Noi vogliamo parlare anche a loro, coinvolgerli e farli riavvicinare al mondo ebraico. Abbiamo deciso di dare alla nostra casa un’impronta non religiosa e non politica: vogliamo che il nostro sia un contenitore accessibile a tutti. Abbiamo fatto una cooking class con Hamos Guetta, abbiamo in programma degli appuntamenti di cultura ebraica (lo shabbat, la preparazione delle challot tutti insieme e qualche lezione di Torah e qualche evento in occasione delle festività) ma anche di semplice aggregazione, come il calcetto misto.

Funziona?
“Sta funzionando. Abbiamo aperto ai primi di dicembre e abbiamo una partecipazione media tra le 15 e le 20 persone. Arrivano gli amici, che a loro volta portano gli amici e si stanno creando nuovi gruppi, nuove conoscenze. La cosa bella è che cominciamo ad avere frequentatori abituali e  che sanno di potersi ritrovare da noi. All’inizio abbiamo avuto qualche difficoltà con la comunità, ma semplicemente a causa di una scarsa conoscenza del progetto. La preoccupazione maggiore era che fosse legato al mondo dei reformer. Ma non lo è. Poi, certo, nel mondo è più facile che venga accolto in quell’area, primo perché difficilmente ragazzi ortodossi vanno a vivere insieme e secondo perché  a quell’età spesso sono già sposati. Ma sia a Parigi sia a New York esistono Moishe House super ortodosse. Dipende dalla linea che si vuole dare alla casa e dalle esigenze delle singole comunità locali. Ecco perché è importante che i conduttori siano persone del posto”.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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