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Cultura
La rassegna stampa di JoiMag #2

Una breve selezione di articoli dalla stampa internazionale

Una selezione di articoli che stimolano la riflessione, invitano al dibattito e parlano di storia, cultura ed attualità. Da leggere e magari commentare su queste pagine: ci piace sempre conoscere la vostra opinione.

Identikit dell’estrema destra negli Stati Uniti
Che forza hanno e qual è la reale capacità di penetrazione delle folli teorie sostenute dall’estrema destra americana? Nell’articolo redatto da James Aho, Tablet.com fotografa lo stato dell’arte andando alle radici del fenomeno, cercando di contestualizzarlo attraverso un excursus storico e un’analisi del presente.

“Si tratta di un fenomeno ciclico, che si ripresenta all’incirca ogni trent’anni” commenta Aho “E che spesso si è dissipato come nebbia mattutina. Detto questo, negli Stati ricorre sempre un momento in cui razzisti e bigotti riescono a far breccia nell’immaginario popolare” spiega, aggiungendo che “ci sono poche prove a sostegno della teoria secondo cui gli estremisti di destra sono anormalmente stupidi, isolati o pazzi. Al contrario, nel tempo presente sembrano aver raggiunto livelli di istruzione paragonabili a quelli dei loro coetanei più moderati”.

Guardando al passato, Aho rileva che “Nel 1980, una cosiddetta maggioranza morale (Moral Majority) organizzò una gigantesca manifestazione (il cui brand era Washington per Gesù) che contribuì a propagare la Rivoluzione di Reagan. Di fronte a quel che definivano olocausto di aborti, l’ obiettivo era difendere i tradizionali valori della famiglia contro i portatori di umanesimo secolare: professori liberal, attivisti per i diritti civili e femministe”.

Quel che realmente distingue  ideologicamente l’estrema destra di oggi dai precursori sono i suoi obiettivi. “Invece di massoni o mormoni, cattolici, ebrei o comunisti, i nuovi e principali nemici sono i gay, i transgender, i profughi musulmani e gli immigrati ispanici. Tutto il resto è rimasto uguale. La stesso tasso di buffonaggine lo stesso teatrino degli affronti alla rettitudine, gli stessi racconti di un complotto diabolico, gli stessi immaginari di un imminente Armageddon, le stesse promesse di un lieto fine”.

Aho cita anche Le origini del totalitarismo della filosofa tedesca Hannah Arendt che offre una spiegazione alternativa per il propagarsi ciclico delle posizioni di estrema destra in America. “I radicali di destra, sostiene, sono ‘uomini superflui’, si tratta di persone risentite per essere state emarginate dalla modernizzazione, dall’importazione di manodopera straniera a buon mercato e penalizzate dalla interruzione tecnologica, ovvero dalla sostituzione di lavoratori con robot e macchine”. Chiude l’articolo una considerazione decisiva: “Il vero motivo per cui gli Stati Uniti generano una quantità infinita di bigotti, razzisti e misogini, è che in quel paese nessuno status è mai stato e mai sarà permanentemente al sicuro”.

Perché l’antisionismo è più letale dell’antisemitismo
“L’antisionismo è più letale dell’antisemitismo: porta il virus della distruzione di massa”, scrive David Suissa su Jewishjournal.com
Suissa inizia la sua riflessione con queste parole : “Mi insospettisco sempre quando sento qualcuno dire: ‘credo fermamente nel diritto di Israele di esistere’. Grazie tante, anche io credo fermamente nel tuo diritto di esistere”.

“Come scrive il commentatore politico Gil Troy”, aggiunge Suissa, “migliaia di persone sono state uccise e ferite dal moderno antisionismo, che richiede un’infatuazione ideologica e una retorica tali da accettare l’idea di farsi esplodere per uccidere innocenti. Accettiamo gli attacchi contro Israele come qualcosa di consueto e il rifiuto di noi come popolo che deve essere confinato nelle sinagoghe, che non deve occupare uno spazio reale nell’arena internazionale”. In breve, sostiene l’editoriale di JewishJournal “non è più sufficiente sostenere che l’antisionismo è antisemitismo. Per molti versi è peggio di così. L’antisemitismo ruota intorno a un sentimento di odio, mentre l’antisionismo ruota attorno a un’idea di estirpazione…Non c’è bisogno di difendere il diritto di Israele di esistere. Se qualcuno vuole mostrare le sue credenziali filo-israeliane, basta che sostenga fermamente il diritto di Israele a prosperare”.

Borges: 50 anni fa il viaggio in Israele
“Pochi sanno che lo scrittore argentino Jorge Luis Borges era un grande ammiratore di Israele e del popolo ebraico”, scrive Timeofisrael.com annunciando l’uscita di Borges, Ebraismo e Israele, un nuovo libro che include alcuni suoi scritti, foto e lettere inedite. Il volume è stato presentato questa settimana alla Fiera del Libro di Buenos Aires alla presenza delle vedova Borges, Maria Kodama. La pubblicazione commemora i 50 anni dal primo viaggio di Borges in Israele.

“Borges” spiega l’articolo  “Stabilì stretti legami con molti amici e colleghi ebrei. Tra questi, due che incontrò mentre studiava al Calvin College di Ginevra: Simon Jichlinki e Maurice Abramowicz, con i quali è rimasto in contatto per tutta la vita… Il nome completo di Borges era Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo e il libro include un prologo della moglie che rende pubblica una lettera di Borges ad Abramovicz in cui rivela che il cognome Acevedo era in realtà associato agli ebrei sefarditi. ‘Non so come celebrare questo flusso di sangue ebraico che scorre nelle mie vene’, scrisse Borges all’amico”.

“Il 16 ottobre 1966, Borges inviò una lettera a David Ben-Gurion, il primo ministro israeliano: ‘Forse sei a conoscenza dell’affinità che ho sempre provato per la tua gente’. Borges visitò poi Israele nel 1969 e nel 1971 e durante la sua prima visita, fu ospite del governo grazie all’amicizia con Ben-Gurion. Subito dopo quel viaggio, Borges scrisse un poema intitolato Israel, 1969. Nel 1971, gli venne conferito il più alto premio letterario, il Jerusalem Prize“.

Olocausto e Instagram: il dibattito sul diario di Eva
Eva Heyman era una tredicenne ebrea di Oradea, in Ungheria, morta ad Auschwitz dove venne deportata nel giugno del 1944. La sua tragica vicenda è al centro dell’attenzione mondiale in questi giorni per il progetto realizzato dal multimilionario Mati Kochavi e dalla figlia Maya, ovvero trasformare in storie di Instagram il diario di Eva, ritrovato dalla madre Agnes, sopravvissuta ai campi di concentramento.

Una scelta (un milione di follower in meno di 24 ore dalla prima messa online) che ha scatenato polemiche e dibattiti ancora prima che un clip, in tutto sono 12, fosse postato tra le stories della piattaforma social. Il quotidiano israeliano Haaretz in lungo e dettagliato articolo si pone una serie di domande sull’opportunità dell’iniziativa cominciando dalla prima e fondamentale questione: un social come Instagram è il mezzo adatto per diffondere e tramandare ai posteri la tragedia dell’Olocausto?
Questo il punto di vista di Maya Kochavi: “Instagram non è uno strumento superficiale come molte persone pensano … Usarlo per un concetto storico, prendere questo strumento e arricchirlo con un po’ di serietà è molto potente per le giovani generazioni ” spiega.
Le fa eco suo padre: “La verità è che non capisco quale sia la questione. Una delle obiezioni è che su Instagram ci sono un sacco di bullshit. Beh, vi svelerò un segreto: ci sono un sacco di stupidaggini in televisione e anche nei film. Eppure ci sono film e serie che commuovono. Sono sorpreso dal conservatorismo e dalla mancanza di comprensione riguardo al potere di questo strumento” racconta. L’idea del progetto, spiega Haaretz, è nata da una conversazione che Mati Kochavi ha avuto con alcuni amici sulla memoria dell’Olocausto: “Questi amici, gli intellettuali che rappresentano l’approccio più conservatore alla memoria, mi hanno parlato di un grande progetto museale che volevano fare… Gli studi che avevamo condotto dimostravano però quanto l’interesse per l’Olocausto stesse iniziando a calare. Ad un certo punto mi sono reso conto che per un quindicenne, l’Olocausto può apparire distante quanto per me la guerra civile americana”.
E aggiunge: “Stiamo parlando di una ragazza che 75 anni fa era ad Auschwitz con le gambe ferite, che cercava riparo nascondendosi dietro un’infermiera. Poi arrivò Mengele, e quando la vide nascosta, la spinse personalmente sul camion che la condusse alle camere a gas… Sono un uomo molto ricco e ho fatto un sacco di cose di grande successo, ma credo che questa sarà quella di cui sarò più orgoglioso“.
In Israele alcuni hanno criticato questo trattamento per un argomento così delicato, sostenendo che presentarlo in questo modo era di pessimo gusto. Le brevi clip, hanno evidenziato i critici dell’iniziativa, non sono riuscite a mettere in luce i veri orrori della Seconda Guerra Mondiale, quando sei milioni di ebrei, tra cui un milione e mezzo di bambini, furono sterminati per mano dei nazisti, scrive il Washington Post. Replica Mati Kochavi: “Io sono e resto convinto di quanto sia essenziale trovare nuove forme per tenere vive la memoria e le testimonianze di quel periodo”.
Prima del lancio di Instagram, aggiunge il quotidiano “il progetto multimilionario è stato promosso online e su enormi cartelloni pubblicitari esposti nelle strade di Israele che recitavano “E se una ragazza nell’Olocausto avesse avuto Instagram?”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu via Twitter ha fatto sapere di sostenere l’iniziativa. A pensarla come lui varie celebrità, tra cui l’attrice Gal Gadot (Wonder Woman) che ha invitato i suo fan a seguire la serie su Instagram.

Gianni Poglio

Giornalista, autore, critico musicale. Dopo numerose esperienze radiofoniche e televisive, ha fatto parte della redazione del mensile Tutto Musica e del settimanale Panorama (Mondadori). Conduttore dii talk show per Panorama d’Italia Tour, con interviste “live” ai protagonisti della musica italiana e di dibattiti tra scienza ed intrattenimento nell’ambito di Focus Live, ha pubblicato per Electa Mondadori il libro “Ferdinando Arno Entrainment”


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