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La rivoluzione di rav Adin Steinsaltz

Gli ingredienti che hanno reso questo rabbino forse il più grande della sua generazione. Un ritratto nel trigesimo della morte

Quasi un mese fa, il 7 agosto (17 Av 5780), a Gerusalemme dove era nato e vissuto, a 83 anni ha chiuso la sua vita terrena il rabbino Adin Even Israel Steinsaltz. Certamente verrà ricordato nella storia ebraica come uno dei più grandi della sua generazione, gedolè ha-dor, e nel trigesimo della morte possiamo azzardare: forse il più grande. Difficile fare paragoni: ciascuno ha in vita la sua missione e si realizza facendo cose che altri non hanno fatto né farebbero. La missione di rav Steinsaltz è stata quella di indicare alle generazioni ebraiche del dopo-Shoà la strada di un recupero della loro miglior eredità culturale e religiosa racchiusa nel grande, vasto codice stenografato in aramaico del Talmud babilonese, il Babli, offrendo loro uno strumento eccezionale: una nuova edizione/traduzione esplicitata e commentata (con note tecnico-scientifiche precise, colte ma accessibilissime) dei trentasette trattati che lo compongono. Ha lasciato ad altri, a venire, il compito di fare un lavoro simile sul secondo, più breve Talmud, lo Yerushalmi. Vale per lui il detto di rabbi Tarfon: “Non spetta a te portare a compimento l’opera ma non sei libero di sottrartene”.

In parte contraddicendo il grande maestro del II secolo, rav Steinsaltz ha in vero portato a termine l’opera, almeno quella del Babli. Lo ha fatto in 43 anni di lavoro continuativo, mettendo in piedi addirittura un’impresa (che ricorda quella della famiglia ebraica provenzale degli ibn Tibbon o Tibboniti del XII-XIII secolo) con un’équipe di studiosi-traduttori che ha favorito la diffusione di quel Talmud in ulteriori versioni in inglese, russo, francese e spagnolo, e ora, con i debiti aggiustamenti, anche in italiano, sotto la direzione del rav rashi di Roma Riccardo Di Segni e di rav Gianfranco Di Segni, la monumentale traduzione in corso presso l’editrice Giuntina di Firenze. Va pur ricordato che l’edizione di Vilna, di fine XIX secolo, era una sistematica ripresa di edizioni precendenti. L’edizione Steinsaltz è stata ed è altra cosa e la sua novità va semmai paragonata all’edizione Bomberg dell’inizio del XVI secolo o alla pubblicazione a Mantova dello Zohar, quattro decenni dopo. Poche generazioni hanno il privilegio di vedere imprese simili. Alla nostra tale privilegio è toccato, insieme alla possibiltà di conoscere e ascoltare di persona un tale maestro. Personalmente l’ho ascoltato a Gerusalemme, alla Columbia University di New York, al JCC di Washington DC e al Centro Bibliografico di Roma proprio poche settimane prima che un ictus lo fermasse e gli togliesse la parola. Il suo formidabile carisma, radicato in un’immensa erudizione e nella generosa disponibilità all’incontro quanto si trattava di divre Torà, non poteva non lasciare il segno. Ma la grandezza di uno studioso/di una studiosa non si misura nella quantità di cose fatte o di libri pubblicati – e rav Steinsaltz ne ha molti nella sua faretra – ma nella qualità e nell’intuizione di fondo che ha reso cose fatte e libri scritti davvero innovativi nella continuità. E’ qui che occorre cercare il tratto rivoluzionario, semplice ma radicalmente creativo, della sua opera.

Non serve ora evidenziare l’importanza storica fondamentale – etno-culturale-cultuale – del Talmud per la trasmissione e la conservazione dell’identità ebraica nel corso di secoli di diaspora. Talmud significa due cose: una struttura giuridico-religiosa nella griglia oggettiva dell’halakhà, senza la quale sfilacciamenti e disgregazioni sono quasi inevitabili; ma significa anche la creatività ermeneutico-midrashica dell’aggadà, che nell’affabulazione incanala la soggettività individuale in una tradizione collettiva. Tutto ciò è stato per quasi due millenni nelle mani di maestri esperti, i chakhamim, che allo studio della tradizione e delle sue componenti essenziali (halakhà e aggadà) dedicavano e ancora dedicano la vita. Non era e non è facile decifrare il Talmud. Ma questo ha fatto rav Adin Steinsaltz: ha aperto le pagine del Babli a tutti offrendo strumenti adeguati per padroneggiare quel che prima era retaggio di pochi esperti. Ha rimesso potenzialmente il patrimonio talmudico nelle mani di tutti gli ebrei, giovani e anziani, uomini e donne, colti e semplici. Ha scritto: “Quando la conoscenza non è più proprietà esclusiva di un gruppo ristretto e ben definito di persone, allora si verifica un enorme cambiamento culturale, un cambiamento epocale”. E ha spiegato: “La religione drusa, ad esempio, è una religione segreta. Poche persone sono iniziate ai suoi misteri, pochi li conoscono. La maggioranza assoluta dei drusi non sa nulla della propria religione, purtroppo come accade oggi in alcune comunità ebraiche. E il fatto che pochi abbiano familiarità con il proprio retaggio religioso e culturale è molto triste, ed è vergognoso che ciò continui”. “Non si tratta di ‘diffondere’ tale conoscenza ma di restituirla ai legittimi proprietari”. Quest’intuizione, nella totale continuità con l’enfasi che il giudaismo ha sempre posto sullo studio delle fonti, sul talmud Torà [esce in questi giorni, sempre da Giuntina, la traduzione del trattato di Mosè Maimonide Hilkhot talmud Torà, Norme sullo studio, a cura di rav Roberto Colombo], lo ha spinto a essere creativo e innovativo nel rendere accessibile la fonte talmudica a chiunque, di buona volontà, volesse accedervi: non solo in una yeshivà ma, paradossalmente, anche da solo.
Certo, il Talmud va o andrebbe studiato con un maestro e un compagno, ma oggi lo strumento-base, il testo, con traduzione e note, è accessibile a chiunque abbia un minimo di conoscenze specifiche. Questa disponibilità direi ‘democratica’ del testo lo sottrae persino all’esigenza dell’ortodossia e dell’ortoprassi. Dice ancora rav Steinsaltz (e se non venissero da lui, dubiteremmo che queste sono parole di un maestro di Israele): “Nessuno può studiare il Talmud senza diventare un eterno scettico. La forma stessa dello studio si basa su una serie di problemi e allo studioso è chiesto di porre i propri quesiti e di esprimere i propri dubbi. (…) L’uomo dubbioso, indagatore e scettico, non è escluso dalla cerchia dei credenti: piuttosto, egli diviene il portavoce dell’opera centrale della religione ebraica. Proprio questo processo crea l’eccezionale mescolanza di fede profonda e di dubbioso scetticismo che ha caratterizzato il popolo ebraico attraverso i secoli”. Straordinaria chiarezza e straordinario coraggio intellettuale, che solo una visione profetica e un grande radicamento nella tradizione possono sostenere. La rivoluzione di cui parlo non è un sovvertimento della natura del giudaismo rabbinico, ma un suo svelamento.

Non sorprende dunque l’audacia steinsaltziana nel pensare che il Talmud, nella sua struttura testual-concettuale e nella peculiare metodologia gnoseologica che implica e al contempo forgia, possa diventare un paradigma di razionalità e un’àncora di salvataggio spirituale per la cultura generale del terzo millennio (cristiano) dell’umanità. Nessuno è profeta per dire oggi se avrà ragione. Questa profezia, o questo augurio, implicano che il Talmud – ossia la Torà she be-‘al-pè – esca dal mondo ebraico e vada per le strade del mondo non ebraico. Non è quello che sta succedendo, seppur a cerchi concentrici e gradualmente, con la sua traduzione del Babli? E’ una mossa senza precedenti per il mondo ebraico: ciò che era ‘segreto’ e ‘particolare’ viene squadernato, letteralmente, a occhi e orecchi non ebraici. Tale e tanta discontinuità sarà un bene? E per chi? Anche qui, non possiamo saperlo oggi. Ma i tempi e le temperie culturali cambiano, spesso in fretta. Anche la Mishnà non doveva essere messa per iscritto, ma venne scritta. Anche la qabbalà doveva restare in circoli elitari, ma i chassidim la diffusero tra il popolo. Ecco, forse, la chiave della poliedrica personalità di rav Steinsaltz e della sua rivoluzione talmudica: la di lui affinità interiore con il chassidismo e con il chassidismo chabad in particolare. Il chassidismo chabad (acrostico di chokhmà, binà, da‘at) è quello che, sin dall’inizio, ha posto la conoscenza al centro della spiritualità ebraica, combinando studio e afflato mistico, logica e midrash, teosofia e compassione per tutte le creature, sacro e profano…. Per amore del Cielo e dello studio, rav Steinsaltz ha aperto il Talmud a ebrei e non ebrei, che vivano a Gerusalemme o a New York o a Mosca o a Sydney o a Roma. Ha rinnovato e attuato la profezia: “Poiché da Sion uscirà la Torà…”. Quel verbo – uscirà – è la rivoluzione, nuovantica, di rav Adin Steinsaltz, zz”l.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


3 Commenti:

  1. Bellissimo pezzo. Grazie Massimo.

    Per il webmaster:
    Nella foto però avete messo l’edizione Schottenstein (sopra quella classica, a rappresentare l’innovazione di Steinsaltz), che però è (uscita dopo Steinsaltz) la principale edizione concorrente di Steinsaltz. Almeno metteteci una classica con sopra una edizione Steinsaltz. Altrimenti così sembra quasi ironico…


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