Cultura
La storia siamo Noi! Presente, passato e futuro del popolo ebraico

Il museo ANU di Tel Aviv e la sua innovativa idea di “archivio” per una narrazione variegata e inclusiva. La parola al curatore, Haim Ghiuzeli

Tradizionalmente per archivio si intende un insieme di informazioni raccolte con il fine della documentazione. L’arte dell’archivio è in crescita, così come le sue sfumature di significato. Cosa implica per esempio creare un archivio di land art, o un archivio di arte performativa?
La maggior parte degli studiosi del settore sarebbe d’accordo nell’affermare che alla base degli archivi, a prescindere dalla natura del loro oggetto, vi sia una tensione alla documentazione e alla conservazione di una conoscenza che non è più in uso.
Eppure cambiando conformazione, l’archivio evolve. In passato l’archivio come documentazione è infatti lo spazio fisico dove gli oggetti sono nascosti in una stasi, magari in segreto e in mistero, come si legge sul sito della Tate Gallery .
Un archivio che non è più un luogo fisicamente confinato si apre alla dinamicità. Agli scaffali sotterranei si aggiungono gli archivi digitali e alla peculiarità del curioso che resuscita una conoscenza altrimenti sepolta dalla polvere si aggiunge la semplice quotidianità della ricerca.
L’archivio è quindi da intendersi come un insieme che proprio nella raccolta dà senso alla costellazione di dati, formando connessioni tra gli inserti e creando dunque una storia. 
In un’epoca caratterizzata dalla collezione di dati in via digitale, l’archivio diventa un utile filtro per intendere ciò che è caratterizzante o meno. L’archivio tende inoltre a documentare il passato: ciò che è nel presente fa parte di un flusso continuo che visto in prospettiva pirandelliana è uno scorrere di magma vulcanico, che può essere documentato solo quando si stacca dal flusso per assumere una forma distinta, immobile e rigida.
Infine, ciò che viene compilato riflette necessariamente il contesto di chi compila e i processi alla base della conservazione della memoria.

Il 10 marzo 2021 ha aperto al pubblico il museo ANU (“noi” in ebraico) di Tel Aviv, l’unico museo al mondo dedicato al passato e al presente ebraico. Il museo è il risultato di un’espansione e ristrutturazione del precedente Beit Hatfutsot, “casa della disapora”. Da almeno quattro decenni il museo colleziona risorse digitali in forma di fotografie, informazioni genealogiche, musica ebraica, storie di comunità, nomi ebraici, o biografie.

Il risultato di questi sforzi è un database enorme, reperibile a questo sito . Haim Ghiuzeli, responsabile dell’archivio, ha risposto ad alcune delle domande relative al database: come selezionare informazioni di un popolo così variegato, e come museificare e archiviare qualcosa che è ancora vivo e dinamico?
“Il museo documenta il passato e il presente del popolo ebraico, tenendo a mente che il presente di oggi può essere inteso come  il futuro di domani. Vogliamo mostrare la storia come un processo in corso d’opera: non è un museo dell’Olocausto o di un periodo della storia ebraica, ma un museo che parla della vita, della creatività, della quotidianità dell’ebraismo”.

Festa a bordo di una nave, Livorno 1933 (The Oster Visual Documentation Center, Beit Hatfutsot, courtesy of Devorah Kereth, Israel)

Continua: “il museo precedente ad ANU operava dagli anni ’80, abbiamo raccolto moltissimo materiale. Utilizzavamo già dei computer e i visitatori potevano cercare il significato del loro cognome nei PC. Ad oggi il database contiene milioni di informazioni, collezionate tramite lo sforzo dei nostri ricercatori e tramite ‘user generated content’”.

La figura dell’archivista fa spazio a una figura collettiva: qualsiasi utente può inviare i dati della sua comunità o degli archivi di famiglia.
“Grazie ai contenuti ricevuti direttamente dagli utenti possiamo testimoniare le storie di piccolissime comunità, magari di 10 o 50 ebrei, dai posti più remoti: dall’Alsazia alle Hawaii, dal Venezuela a Chicago. Riceviamo moltissime informazioni e sono tutte preziosissime. Le informazioni vengono verificate dai nostri ricercatori in termini di ortografia o errori. Non abbiamo le risorse per un controllo scientifico dell’archivio genealogico, ma effettuiamo controlli incrociati delle informazioni in nostro possesso”.

Beta Israel mostrano le foto dei loro parenti in Israele (The Oster Visual Documentation Center, Beit Hatfutsot)

“Anche i nostri studiosi portano avanti la ricerca sul campo. Nel database possiamo vantare moltissime fotografie della comunità etiope prima della migrazione in Israele, una ricerca condotta dal team del museo”.

Il database ha anche un luogo fisico?
“No, tutto è digitale. Le foto vengono scannerizzate in alta qualità. Dividiamo il materiale in storie di comunità e informazioni sulla genealogia famigliare. Nella prima categoria si possono trovare film, fotografie, canzoni… ed è tutto online, offerto gratuitamente. Ciò che è coperto da copyright può essere usufruito, gratuitamente e senza il prezzo d’ingresso, direttamente nella sede del museo. Le informazioni genealogiche sono invece disponibili solo dopo la morte dei diretti interessati per proteggere la loro privacy. Le informazioni possono essere usate per moltissimi scopi: dagli studiosi o dai più curiosi”, conclude.

Il database di ANU rappresenta le trasformazioni del concetto di archivio: una documentazione volta al presente, accessibile a tutti e gratuitamente (open access), in ogni momento, creata dagli utenti stessi, volta a una narrazione quanto più variegata e inclusiva.

Celebrazioni di Rosh haShanah a vialla Yardena, Roma, 1980 (The Oster Visual Documentation Center, Beit Hatfutsot)

L’intervista con Haim Ghiuzeli si conclude con un invito: “Una targa ebraica, delle foto di un matrimonio, l’audio di un dialetto ebraico, il retro di una sinagoga che avete visitato in viaggio, la ricetta preferita di vostra nonna. Il museo ha bisogno del vostro materiale: potete inviarlo all’indirizzo haim@anumuseum.org.il. Gli sforzi del presente saranno utili alle generazioni future. Ciò che non è documentato potrebbe sparire”.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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