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Cultura
La strada, lo studio, il museo: il processo creativo secondo Tsibi Geva

Intervista all’artista israeliano

Quarant’anni di esperienza artistica alle spalle. Una carriera di portata internazionale, che lo ha visto esporre nei più prestigiosi musei in Israele e Stati Uniti, e nelle più importanti manifestazioni, tra cui la Biennale di Venezia. L’opera di Tsibi Geva, uno dei più noti artisti israeliani contemporanei, da sempre amalgama motivi e immagini tratti dall’ambiente circostante – sia quello israeliano che quello dei territori palestinesi – attraverso un mosaico di paesaggi, architetture e frammenti urbani. Lo abbiamo incontrato nel suo studio di Tel Aviv.

Come è nato il tuo desiderio di lavorare nell’arte?
Sono cresciuto nel Kibbutz Ein Shemer in una famiglia di artisti. Mio padre – Yaacov (Kuba) Geber, uno dei maggiori esponenti del Bauhaus israeliano, ndr era architetto e mio fratello Avital era a sua volta artista, per cui fin da piccolo mi sono sempre ritrovato a disegnare, in modo quasi naturale. Fino a quando, a 16 anni, ho chiesto al comitato del kibbutz di poter andare a studiare arte a Tel Aviv. Ottenni il permesso, così una volta alla settimana salivo sull’autobus per andare al Machon Avni, che allora era la migliore scuola d’arte di Tel Aviv. Un giorno ci dissero che Ben Gurion sarebbe venuto in visita al nostro kibbutz, ma coincideva proprio con lo stesso giorno della settimana in cui si teneva il mio corso d’arte. Fu un grande conflitto interiore decidere cosa sacrificare, perché all’epoca per noi, soprattutto in kibbutz, Ben Gurion era considerato un eroe senza pari, ma al tempo stesso non volevo perdere la mia lezione d’arte.  Mi ricordo ancora oggi che quella notte non chiusi occhio, ma al mattino mi era chiaro che dovevo andare a Tel Aviv. Da allora non ho mai avuto più occasione di incontrare Ben Gurion, ma penso che proprio quel giorno, di fronte a quel dilemma, ho realizzato per la prima volta quanto l’arte fosse importante per me, anche come forma di espressione politica. Così finito il liceo ho deciso di iscrivermi a quella che all’epoca si chiamava Midrasha – oggi Beit Berl, in cui Geva a sua volta è stato docente e direttore di dipartimento, ndr – e ho capito che mi trovavo al posto giusto: improvvisamente mi sono messo a guardare il mondo con occhi diversi, ed è un sentimento che provo ancora oggi, quando mi accingo a guardare l’universo attorno a me.

Nel corso degli anni di studio, tra i tanti artisti che hai incontrato, chi ti ha ispirato di più?
Una delle cose più belle nello studio dell’arte – soprattutto all’epoca, quando viaggiare era molto più complicato, specie da Israele – era quella di scoprire il mondo, attraverso i suoi artisti. Prima ancora che nei musei, ho scoperto l’arte attraverso i libri e quando ho visto per la prima volta i lavori di Joseph Beuys ho capito immediatamente che sarebbe diventato il mio progetto di tesi. Mi ha molto influenzato anche l’arte povera italiana, soprattutto Mario Merz, che ho avuto anche l’onore di conoscere di persona quando è venuto in visita in Israele. Era venuto persino a trovarmi in kibbutz, quando all’epoca il mio studio si trovava ancora lì, e avevo appena inaugurato una mostra in cui molti dei miei lavori avevano subito l’influenza della sua arte. Direi che questi artisti – assieme ad altri grandi della transavanguardia italiana degli anni Ottanta, tra cui Francesco Clemente – e infine Anselm Kiefer, hanno fortemente influenzato la mia arte, soprattutto a livello spirituale, oltre che plastico.

In passato sei stato spesso definito un artista “politico”. Cosa pensi di questa definizione?
Una volta venivo quasi “etichettato” come artista “politico”, mentre adesso sembra che sia entrato a far parte del gruppo dei cosiddetti “neutrali”. Ma queste, appunto, sono solo questioni di etichette.
Io, come cittadino, sono sempre stato molto attivo politicamente, anche se non vado tutti i venerdì nei Territori come fa, per esempio, un artista come David Reeb. Il fatto è che penso che la politica, in generale, si debba fare a livello quotidiano, e in questo senso io vedo la mia arte come una “pratica politica quotidiana”. Mio padre, per esempio, come architetto, ha lavorato spesso in villaggi arabi, assieme agli arabi. Io, nella mia arte, ho sempre cercato di inserire il dialogo con gli arabi sia all’interno dei miei lavori, sia grazie all’insegnamento, dove molti dei miei studenti erano sia ebrei, sia mussulmani che cristiani. Nel 1983 ho cominciato una serie in cui, al posto di disegnare un paese o il paesaggio arabo, scrivevo sulla tela il nome del villaggio, in ebraico. Il fatto stesso di scriverlo nella nostra lingua era un modo per dare a questi luoghi una forma di “legittimazione” se non politica letteraria, attraverso una sorta di haiku ebraico che conteneva al suo interno anche l’identità araba negata. Il mio era un processo di “mapping of Israeli counsciosness of the conflict”: un modo diverso di raccontare e interpetare la narrativa sionsita, persino in un luogo così sionista come l’Israel Museum e gli altri musei israeliani in cui ho esposto. Poi sono arrivati gli anni della keffiyah – uno dei suoi temi più ricorrenti, simbolo dell’identità palestinese che, zoomata agli estremi attraverso inferriate che s’intersecano, si trasforma in frontiera, ndr. – fino ai lavori di oggi, più complessi e difficili da “etichettare”.

Come definiresti i tuoi ultimi lavori?
Oggi molti dei miei lavori sono legati all’estetica urbana israeliana, spesso concepiti utilizzando pezzi stessi del repertorio urbano che trovo, letteralmente, per strada. Più che essere riciclati vengono “riletti”, decodificati, reinterpretati, in modo da acquistare un significato nuovo, diverso.
Se una volta mi interessava soprattutto cosa disegnavo, ora mi interessa di più il processo, perché forma e contenuto sono complementari. Se una volta la politica, nell’arte israeliana, era diretta soprattutto nei confronti dell’attacco all’occupazione dei Territori, per quanto io faccia parte ancora della stessa “corrente politica”, dal punto di vista estetico mi sono voluto staccare da un tipo di rappresentazione che è sempre lo stesso ormai da anni, e costruire – o meglio ancora ri-costruirela mia arte a partire dal mondo che trovo attorno a me nel quotidiano: per strada, nei mercati, dal calzolaio.

Le due foto mostrano la stessa opera, davanti e dietro, “Untiteled”, 2011, mixed media on flatbed trolley, foto di RON AMIR E COURTESY OF TSIBI GEVA

Quale processo, sia estetico che concettuale, permette ad un avanzo trovato da un calzolaio di arrivare alle pareti di un museo?
Ovunque io vada, sia a piedi che in auto, mi guardo sempre attorno, e vedo ovunque “potenziale artsitico”. A volte sono elementi che non si possono portare a casa fisicamente, e allora li catturo con la lente della macchina fotografica, talvolta per archiviarli, altre perché potrebbero diventare fonte di ispirazione per un nuovo lavoro. A volte, invece, trovo oggetti che hanno una loro vita vera e propria, e una propria storia e biografia. Mi interrogo immediatamente sulla storia di questi oggetti che a volte rimangono tali come sono, cimeli di una sorta di collezione che fa ormai parte integrante del mio studio e che mi influenzano tutti giorno nel processo di lavoro. Altri oggetti, invece, mi parlano al punto che la superficie diventa la “tela” di un mio nuovo lavoro, per cui la loro biografia si integra con la mia e, insieme, trovano una nuova vita, nel mio studio prima e poi nei musei. Per questo, per esempio, nel catalogo della mostra che avevo fatto ad Ashdod nel 2012, avevamo inserito alcune foto del mio studio e del suo “panorama”, per mostrare la mia visione estetica “globale”, in cui, assieme ai miei dipinti, si integrano perfettamente oggetti raccolti per strada o comprati al mercato delle pulci. Tutti assieme, e nel loro insieme, costituiscono la mia estetica come artista, che si potrebbe suddividere in tre fasi di vita: la strada, lo studio e, infine, il museo. Ma per me queste tre fasi non sono una distinta dall’altra, bensì fanno parte di un tuttuno, poichè una è influenzata dall’altra.

Per concludere, quali sono i tuoi progetti futuri?
Il futuro oggi è sempre più incerto, sia nel mondo dell’arte che nel mondo in generale, e questa incertezza, a sua volta, influenza tantisssimo il processo artistico. Nel mio caso specifico, dopo aver rappresentato Israele al padiglione israeliano della Biennale di Venezia (2015) avevo cominciato a vivere una vita “in between” tra Tel Aviv e New York, ma l’inizio dell’era pandemica, per forza di cose, ha rispostato inevitabilmente il mio baricentro su Tel Aviv, costringendomi a rinunciare a diversi progetti a New York, incluso l’insegnamento, a cui tenevo molto. Eppure, ogni crisi porta con sé un enorme potenziale di scoperta e ri-scoperta. In questi ultimi anni trascorsi interamente a Tel Aviv ho imparato ad apprezzare, e a cercare di reinterpretare con la mia arte, il conflitto tra micro e marco, tra la città e il Paese, tra la vita quotidiana personale e lo spirito collettivo nazionale. In questo senso, sia Tel Aviv che Israele, sono, e sempre saranno, grande fonte di ispirazione.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


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