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Hebraica
“L’albero capovolto”, uno studio sull’uomo e sulla Torah

La recensione del nuovo libro di rav Alberto Somekh edito da Giuntina

L’uomo è come l’albero del campo, recita un versetto di Devarim/Deuteronomio. Mentre però l’albero trae nutrimento dal basso, l’uomo lo trae dall’alto. Così, in un’immagine che risale al Maharal di Praga, l’uomo è un albero capovolto, con le radici protese verso il cielo. I capelli come radici, le mani e le gambe come rami, il corpo come tronco. Ma l’uomo, come l’albero, vive sulla terra. Suo dovere è allora rovesciare gli insegnamenti che al pari di linfa vitale arrivano dal cielo, traducendoli nell’esperienza quotidiana. Questo processo di traduzione non può avvenire una volta per tutte con un’azione definitiva, deve al contrario farsi abito quotidiano, pratica di ogni giorno proprio come all’albero è necessario ogni giorno nuovo nutrimento.

Si intitola L’albero capovolto. Lezioni sulla Torah il nuovo, affascinante libro del rabbino Alberto Somekh, pubblicato da Giuntina con una prefazione del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Il sottotitolo non è meno importante del titolo, precisa l’autore durante la presentazione del volume a Torino il 5 maggio scorso. Non si tratta infatti di lezioni di Torah ma sulla Torah. La Torah è perciò assunta non nel senso limitativo dei libri del Pentateuco e neppure in quello che comprende l’intero canone biblico ebraico, bensì come sistema complessivo di pensiero. “È un contributo sulla metodologia di questo sistema di pensiero, per cercare di capire la Torah dall’interno”, sottolinea Somekh. La tradizione rabbinica d’altronde include nella Torah non solo la legge ricevuta da Mosè sul Sinai ma anche la legge orale, codificata nella Mishnà, le discussioni sulla Mishnà su cui è costruito il Talmud, racconti, commenti medievali e moderni e perfino, secondo un passo della raccolta di midrashim Shemot Rabbà, ogni domanda che qualsiasi discepolo porrà presto o tardi al suo maestro. Questa Torah come sistema di pensiero olistico in cui tutto si tiene e orizzonte di vita è l’oggetto del volume. La precedenza della Torà scritta su quella orale, i suoi commenti e i commenti dei commenti non è peraltro qualcosa su cui la tradizione rabbinica è unanime. Rav Yosef Chayim di Baghdad, per esempio, rovescia il rapporto intuitivo secondo cui la Torah orale costituirebbe il completamento di quella scritta. Per il rabbino iracheno, al contrario, il fondamento dell’intera Torah non è la Torah scritta ma quella orale, di cui la Torah scritta rappresenta un rivestimento o un compendio.

A prima vista L’albero capovolto sembra un testo sistematico prezioso non solo per la lettura continua ma anche per la consultazione. Certamente si tratta di un lavoro di sintesi denso e ricco di spunti, per il quale è utilissimo il sommario degli argomenti posto all’inizio di ogni capitolo. Allo stesso tempo però costituisce un percorso ragionato in cui è la scelta personale dell’autore a stabilire che cosa approfondire, che cosa accennare e, inevitabilmente, anche che cosa tralasciare. Un percorso con tante tappe quante sono le fonti citate, sulle quali si struttura ogni pagina. La ricchezza del libro deriva innanzitutto da questa fitta costellazione di rimandi in dialogo reciproco. Abbiamo riferimenti ai testi del Tanakh, alla Mishnà e al Talmud, alla letteratura rabbinica di ogni epoca, a commentatori e decisori, alla filosofia ebraica medievale e moderna, alla mistica, al midrash. Non mancano autori italiani da Bertinoro e Sforno a Isacco Lampronti, Shemuel David Luzzatto e David Segre di Vercelli, accanto ai riferimenti indispensabili del Novecento, da Kook a Soloveitchik a Ovadya Yosef. Assistere al dialogo tra queste e decine di altre voci è una delle possibilità che il libro offre al lettore, che allo stesso tempo non può fare a meno di constatare la vitalità e anche l’attualità del dibattito rabbinico. Lungi da costituire una eredità fossile, Somekh mostra come questa tradizione sappia dialogare con i problemi del nostro tempo dando risposte e, cosa almeno altrettanto importante, suscitando nuove domande. Il femminismo, lo statuto della famiglia, l’immigrazione, il rapporto tra datore di lavoro e dipendente, la proprietà privata, la ricerca scientifica sono argomenti discussi nel volume. Molti dei tesori del libro vanno rintracciati nel florido apparato di note, non solo di tipo bibliografico ma soprattutto di approfondimento su temi laterali rispetto all’esposizione principale. La scelta di note ampie e discorsive, chiarisce Somekh, risponde alla volontà di dare riferimenti ulteriori, in particolare a problemi che sentiamo oggi vicini, senza appesantire il testo centrale.

La Torah rappresenta dunque un progetto di vita complessivo in cui tutto si tiene e in cui – come vuole in grande misura la tradizione ebraica – l’accento viene posto non sui diritti bensì sui doveri. Questo progetto si definisce nel contesto della creazione, di fronte alla quale non è sufficiente un atteggiamento contemplativo. Occorre il contributo fattivo da parte dell’uomo. Come ha scritto tra gli altri Yehudah Sheviv, il contesto della creazione prevede tre soci: il cielo, la terra e l’uomo, dove quest’ultimo viene investito da parte della divinità del ruolo non di proprietario ma di amministratore delegato di ciò che lo circonda. Se le meraviglie della creazione rimandano a una dimensione che le trascende, e trascende allo stesso tempo il limitato potere di agire da parte dell’uomo, d’altra parte quest’ultimo non può sottrarsi al compito di elevare la terra al cielo con lo studio e la pratica della Torà. Secondo un celebre racconto chassidico riportato da Martin Buber nel Cammino dell’uomo (Qiqajon), rabbi Sussja, prossimo alla morte, esclama: “Nel mondo a venire non mi si chiederà: ‘Perché non sei stato Mosè?’; mi si chiederà invece: ‘Perché non sei stato Sussja?’”.

Il libro fa propria l’immagine tradizionale di scala verso il basso e verso l’alto che unisce Dio e uomo, creatore e creatura. È un’immagine con echi biblici – per esempio alla scala sognata da Giacobbe sulla quale gli angeli salgono e scendono – ma tipica soprattutto delle elaborazioni del platonismo in epoca tardoantica. Negli stessi secoli in cui vengono compilati i testi di fondazione della civiltà rabbinica, nell’intera regione mediterranea si affermano filosofie che, nei termini di Plotino, descrivono il doppio movimento – discendente e ascendente – dell’emanazione dall’Uno alla molteplicità del mondo e del ritorno possibile dalla molteplicità verso l’Uno. La cristallizzazione della civiltà rabbinica nella Mishnà e soprattutto nel Talmud è contemporanea e risente profondamente delle elaborazioni neoplatoniche e postplatoniche, incluse quelle in chiave cristiana. Questa influenza, che nella mistica è ancora più evidente, passa attraverso il Talmud all’ebraismo medievale e moderno e contemporaneamente alla filosofia cristiana. La più ambiziosa delle opere di Tommaso d’Acquino, la Summa teologica, è tutta impostata sul duplice movimento simultaneo di exitus e reditus. Nicola Cusano, ormai in pieno Quattrocento, parla di explicatio e complicatio.

Ma il libro di rav Somekh non è un saggio di storia delle idee. Si colloca invece pienamente nell’alveo della tradizione rabbinica e proprio in virtù di questo riesce a fare parlare le une con le altre fonti lontane tra loro secoli e anche millenni. L’esposizione muove dal generale al particolare. Si comincia dunque con la creazione o se si preferisce, negli stessi termini moderni scelti dall’autore, l’ecosistema entro il quale siamo immersi e in cui ci muoviamo. In un orizzonte in cui tutto il creato tende verso l’alto, come l’albero con i suoi rami protesi al cielo, l’uomo ha un posto speciale. Non solo deve evitare di distruggere ciò che lo circonda, ma deve anche adoperarsi per lavorare e custodire la terra. Ha quindi il dovere negativo di tutelare l’esistente e quello positivo di migliorarlo attraverso una prassi di creatività o se si preferisce di creazione con cui imita la creazione divina. Una imitatio dei, emulazione di Dio, su scala ridotta ma non per questo meno importante. In un midrash a proposito della mitzvà della milà, la circoncisione, rabbi Aqivà sostiene di fronte al governatore romano che le opere dell’uomo sono superiori a quelle di Dio nella stessa misura in cui le torte sono migliori delle spighe di grano. Dopo aver affrontato la legge naturale si passa alla relazione tra Dio e uomo, dunque al significato della parola mitzvà e all’adesione umana al progetto divino. Viene scandagliata la relazione tra legge naturale e Torah nell’orizzonte della creazione, la quale è al servizio della Torah e non viceversa la Torah al servizio di quella. Questo comporta che la stessa creazione divina del mondo sia finalizzata a rendere possibile la realizzazione della Torah. Ancora una volta, un rovesciamento paradossale del senso comune odierno su cui numerose voci della tradizione si soffermano. Per il filosofo medievale Ibn Ezra la Torah con le sue mitzvot precede la stessa storia. È la Torah ricevuta sul monte Sinai la causa dell’esodo dall’Egitto e non l’esodo la causa della ricezione della Torah; “non le mitzvot al servizio della storia, ma la storia al servizio delle mitzvot”, spiega Somekh. La conseguenza? Rendere il mondo un immenso, unico tempio predisposto per il culto, cioè per l’azione responsabile da parte dell’uomo. E a chi chiede quale ricompensa spetti per l’osservanza delle mitzvot si può rispondere con le parole di rav Chayim di Volozhin, secondo le quali la ricompensa della mitzvà è la stessa mitzvà.

Il percorso dal generale al particolare culmina con il capitolo conclusivo dedicato allo studio della Torah. Lo Shulkhan Arukh sottolinea il valore del lavoro non in sé ma in quanto necessario al sostentamento e perché la povertà conduce facilmente alla trasgressione. Le attività che coronano la condizione umana sono però lo studio e la pratica. Quale di queste due sia più grande è questione che il Talmud affronta riportando la discussione tra rabbi Tarfon e rabbi Aqivà durante una cena a Lod. Dopo aver espresso le rispettive posizioni, “presero la parola tutti e due e dissero: è più grande lo studio in quanto porta alla pratica”. La precedenza dello studio è sancita da Maimonide, ma già il libro biblico dei Proverbi paragona la mitzvà (quindi la pratica) a un lume e la Torah (lo studio) alla luce. Rispetto alla pratica, “la parola ha una forza creativa maggiore”, dice Yosef Chayim di Baghdad, “perché è con la parola che Dio ha creato il mondo. E chi studia la Torah crea a propria volta dei mondi con la sua parola”.

Alberto M. Somekh, L’albero capovolto. Lezioni sulla Torah, Giuntina, 16 euro

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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