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Hebraica
L’arte di ottenere ragione #2 – Il dibattito, elemento fondante dell’ebraismo

Dal magazine americano The Forward uno spunto di riflessione sul concetto di dibattito. Per dirci che nell’ebraismo il confronto riguarda prima di tutto se stessi

Vi proponiamo un’altra puntata del dibattito in corso sul magazine americano The Forward a proposito della persuasione. Di come, quanto e perché l’arte di ottenere ragione sia importante oggi, ai tempi dei discorsi d’odio e delle parole violente e offensive che volano in rete. Questa volta si parla di dibattito. O meglio, di come il dibattito sia un sacramento per l’ebraismo. Del resto, le storielle ebraiche e le barzellette non fanno che suffragare questa teoria, dalla famosa barzelletta dell’ebreo unico naufrago sull’isola deserta che costruisce due sinagoghe per avere un luogo in cui non andare mai, ovver qualcosa verso cui dissentire. Oppure quella che in estrema sintesi constata la presenza di tre opinioni alla presenza di due ebrei… La lista sarebbe lunga. In ogni caso, è il Talmud a dare indicazioni precise sul tema. E in questo articolo su The Forward lo scrittore e rabbino David Wolpe parla del Talmud come del libro che raccoglie “un gran numero di voci che non sono d’accordo tra loro”, al punto che se fosse possibile dare suono e volume a quelle parole “si otterrebbe una cacofonia di argomentazioni indignate”.

Dopo qualche esempio tratto, appunto, dal Talmud, Wolpe scrive: “La nostra tradizione sancisce il disaccordo – il dibattito è una sorta di sacramento ebraico. Fare un gioco sul versetto “Chi è come te tra gli dei? (elim) la scuola del rabbino Yishmael insegnava “Chi è come te tra i muti? (illemim) (Gittin 56b)”. Dopo tutto, Dio ha l’abitudine sconcertante di non partecipare quando la voce divina sarebbe profondamente apprezzata. Tuttavia, etichettare Dio come muto è piuttosto audace. Quindi, quanto è triste e poco ebraico sentire la gente chiudere discussioni e dibattiti”.

Ma attenzione: c’è dibattito e dibattito. O meglio, per muovere una critica a qualcuno occorre prima partire dall’autocritica. Allora, discutere diventa un atto non di onestà ma di lealtà. Perché si resta capaci di analizzare il punto di vista degli altri e eventualmente coglierne aspetti positivi.

“Il dialogo tra ideologie, culture, razze e religioni è essenziale”, continua Wolpe, “Quando il giocatore di basket in pensione e amico dell’ucciso George Floyd, Stephen Jackson, ha appoggiato le osservazioni antisemite del giocatore di calcio DeSean Jackson, ero ansioso di dialogare con lui (potete vedere il dialogo sul mio Instagram @davidjwolpe). Con quanta facilità affermiamo di sapere cosa c’è nell’anima di un altro, quando le nostre sono così complesse! Ciononostante, il dialogo si è rivelato fruttuoso e utile”.

La conclusione? Discutere è un fatto peculiare dell’ebraicità. Esattamente come lo è ascoltare.

Ovvero, conclude l’autore dell’articolo su The Forward, dobbiamo imparare a essere meno come i social media e più come il rabbino Johananan di cui si parla nel Talmud, che desiderava solo che le sue idee venissero criticate. Per poter discutere. Per pensare, ascoltare e ampliare il proprio punto di vista.

 


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