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Cultura
L’arte e il nazismo. In mostra a New York le opere trafugate

Si intitola “Afterlives: Recovering the Lost Stories of Looted Art” l’esposizione del Jewish Museum che raccoglie i capolavori che si sono salvati dalla guerra

Non c’era spazio per la bellezza nel progetto di devastazione nazista. E insieme agli esseri viventi, anche l’arte non poteva aveva scampo. Così creazioni che erano un bene comune dell’umanità finirono con l’essere distrutte e annientate insieme alle persone. La mostra Afterlives: Recovering the Lost Stories of Looted Art , al Jewish Museum di New York fino al 9 gennaio 2022, ripercorre le vicende di straordinarie opere trafugate dai nazisti ma miracolosamente scampate alla distruzione.
Spesso collezionisti e mercanti d’arte erano ebrei e i loro beni furono saccheggiati per arricchire chi impropriamente desiderava impossessarsene o distrutti in quanto arte degenerata. È il caso dei quadri di Otto Freundlich, artista ebreo tedesco assassinato a 64 anni nel campo di Lublino-Majdanek, in Polonia, dopo un tentativo di fuga con la moglie presso una piccola città di montagna nei Pirenei. Le sue opere astratte erano considerate l’emblema dell’arte contraria ai principi ariani, tanto che nel 1937 la sua scultura The Big Head, acquisita nel 1930 dal museo di Amburgo, fu riprodotta sulla copertina del catalogo della mostra itinerante Entartete Kunst ( “arte degenerata”, appunto). Oggi uno dei suoi quadri astratti sopravvissuti alla furia antisemita, L’unità della vita e della morte, in prestito dal MoMA, è esposto al Jewish Museum, che rende omaggio all’artista scomparso insieme al suo genio.

Henri Matisse, Girl in Yellow and Blue with Guitar, 1939 The Art Institute of Chicago, Chicago © Succession H. Matisse / Artists Rights Society (ARS), New York; image provided by The Art Institute of Chicago / Art Resource, New York

Tra le 53 opere d’arte in mostra ci sono anche quelle di pittori che ebrei non erano, ma che da ebrei erano rappresentati e protetti. È il caso di Henri Matisse, che aveva in Paul Rosenberg non solo un collezionista ma anche un amico. Prima che i nazisti ne occupassero la galleria e la trasformassero in un ufficio dell’Istituto per lo studio della questione ebraica (oltre che nella sede organizzativa della mostra antisemita Le Juif en France), il mecenate ebreo riuscì a nascondere due opere del suo protetto, La ragazza in giallo e blu e Le Margherite, completate poco prima dell’occupazione tedesca di Parigi. I dipinti furono riposti nel caveau di una banca di Bordeaux quando le truppe occuparono la città e Rosenberg fu costretto a scappare negli Stati Uniti, mettendo in salvo se stesso e la sua famiglia ma non i suoi beni, che non poteva portare con sé nel viaggio Oltreoceano. I nazisti non avrebbero tardato a metterci le mani, trasferendole prima presso l’ambasciata tedesca, poi al Louvre e infine al Jeu de Paume, il padiglione del giardino delle Tuileries trasformato nel più grande deposito di opere trafugate. Il 27 novembre 1942 Gustave Rochlitz, un mercante d’arte che agiva per conto di Hermann Goering, il numero due del Reich, arrivò al Jeu de Paume per esaminare la scorta di opere d’arte rubate. La ragazza fu uno dei quattro dipinti che portò con sé nella sua tenuta nel sud-ovest della Germania, prima che gli alleati lo salvassero nel 1944. Le Margherite erano invece rimaste a Parigi. Restituite alla fine della guerra a Rosemberg, le due opere furono poi vendute separatamente, ritrovandosi solo molti anni dopo presso l’Art Institute of Chicago, che acquisì Le Margherite nel 1983 e La Ragazza, nel 2007. Oggi sono entrambe esposte nella mostra allestita dal Jewish Museum.

Le storie dell’arte proseguono, nell’esposizione newyorkese, con quella di Purim, dipinto da Marc Chagall. Nel 1937, il Ministero dell’Istruzione e della Propaganda del Reich nazista lo strappò dalle pareti del Museo di Folkwang a Essen, in Germania. Raffigurante persone che si scambiano cibo e dolci, il quadro era stato considerato “degenerato” e fu quindi venduto a un collezionista d’arte di Berlino membro del partito nazista. Anche in questo caso si assisteva all’ambivalenza della politica del Reich: da una parte la volontà di annientare la cultura ebraica, dall’altra la spinta ad arricchirsi facendo proprie quelle stesse creazioni che ufficialmente denigrava.

La quantità di materiali che sono andati perduti è inestimabile, ma finora sono stati recuperati circa un milione di opere d’arte e 2,5 milioni di libri. Tra i dipinti, una storia particolarmente commovente è quella che riguarda Minette, il quadro del 1872 di Camille Pissarro che ne ritrae la figlia di sette anni, Jeanne-Rachel. Donato da un artista a un amico, il dipinto sarebbe tornato all’autore alla morte della piccina, avvenuta circa due anni dopo, per poi entrare nella collezione di un importante membro della comunità ebraica tedesca, Bruno Stahl. Il collezionista ripose il quadro nel caveau di una banca di Parigi prima di fuggire negli Stati Uniti. Insieme al Gruppo di personaggi di Picasso e Bagnante e roccia di Cézanne, l’opera sarebbe stata salvata dalle mani dei nazisti mentre si trovava su un treno nel 1944. L’operazione di recupero fu guidata da Alexandre Rosemberg, figlio del collezionista Paul e tenente delle forze di France Libre che, intercettato un convoglio nazista e convinto che trasportasse ostaggi, lo scoprì invece pieno di opere d’arte trafugate.

Intricate anche le vicende che riguardano I grandi cavalli blu di Franz Marc e Nudi in un paesaggio di Max Pechstein. Entrambi i dipinti erano stati esposti nella mostra allestita nel 1938 presso le New Burlington Galleries di Londra come risposta a quella sulla cosiddetta “arte degenerata” promossa dai nazisti l’anno precedente. Dopo l’esposizione, i Cavalli trovarono la salvezza negli Stati Uniti, prima in una mostra e poi in un museo, mentre i Nudi rientrarono in possesso del legittimo proprietario, l’ebreo tedesco Hugo Simon, banchiere nonché collezionista d’arte, il cui appartamento di Parigi fu però saccheggiato dai nazisti. All’inizio di questa estate il governo francese ha restituito l’opera agli eredi di Simon.

La mostra del Jewish Museum comprende anche decine di oggetti rituali sottratti dai nazisti dalle case e dalle sinagoghe durante e dopo la seconda guerra. Come racconta Times of Israel, i 220 pezzi della collezione permanente del museo fanno parte degli oltre 300.000 libri e 10.000 pezzi recuperati e salvati dalla Jewish Cultural Reconstruction, Inc. (JCR), l’associazione co-fondata da Hannah Arendt che si è occupata di ricollocarli nelle comunità e sinagoghe di tutto il mondo.
Un altro gruppo di oggetti esposti proviene da Danzica, in Polonia. Durante la guerra, quando era ormai chiaro che i nazisti avrebbero saccheggiato la Grande Sinagoga della città, la comunità ebraica lavorò con l’American Jewish Joint Distribution Committee per salvare il maggior numero possibile di oggetti, inscatolando 10 casse di materiale e spedendolo al Jewish Theological Seminary di New York. Nel 1954 il Jewish Museum ha acquisito parte di quegli oggetti.

Il percorso espositivo di Afterlives è completato dai lavori di quattro artisti contemporanei incaricati dal Museo Ebraico di creare delle opere che sviluppassero il tema della sopravvivenza dell’arte e dell’identità. La tedesca Maria Eichhorn ha creato così un’installazione che incorpora libri e documenti d’archivio saccheggiati e mette in evidenza il ruolo di intellettuali come Hannah Arendt nello sforzo di recupero. L’israeliano Hadar Gad affronta il legame tra spazio e memoria in una serie di dipinti su larga scala basati su fotografie d’archivio scattate in vari luoghi di espropriazione e riappropriazione. Arriva da Israele anche Dor Guez, che trae spunto dal suo passato familiare per affiancare storie cristiano palestinesi ed ebraico tunisine, attraverso oggetti e fotografie che affrontano il ruolo del linguaggio, delle immagini e della cultura materiale come punti di riferimento per l’identità.
La statunitense Lisa Oppenheim è invece andata alla ricerca di immagini di opere perdute passando al setaccio gli archivi dell’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR), la principale task force nazista per il saccheggio d’arte. Dopo aver trovato una fotografia in bianco e nero di una natura morta dell’artista francese Jean-Baptiste Monnoyer, probabilmente andata distrutta sotto un bombardamento alleato, l’ha a sua volta fotografata e, usando la funzione street view di Google Maps, l’ha ricollocata idealmente nell’appartamento di Parigi in Rue Cardonay 17 in cui si trovava prima di essere trafugata e rinchiusa al Jeu de Paume.

Il catalogo della mostra, a cura di Darsie Alexander e Sam Sackeroff con saggi di Julia Voss e Mark Wasiuta, uscirà il 2 novembre 2021.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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