Cultura
L’assedio

Sventata l’aggressione dell’Iran, resta da capire se questo attacco rimarrà entro i limiti di un confronto tanto brutale quanto isolato oppure se costituisca già da adesso parte di una escalation

Come ampliamente annunciato, l’Iran ha attaccato dal cielo Israele. L’aggressione, per il momento, è stata sventata. Il dispositivo di difesa, nel suo insieme, ha funzionato. C’è tuttavia da chiedersi se la vicenda, al netto delle stesse risposte che arriveranno da Gerusalemme, rimarrà entro i limiti di un confronto tanto brutale quanto isolato oppure se costituisca già da adesso parte di una escalation di cui, se si possono conoscere le premesse, le conseguenze potrebbero risultare invece del tutto imprevedibili.

Più in generale, l’assoluta assenza di mediazione politica, al netto delle singole vicende belliche e dei ripetuti episodi di violenza e terrorismo, pare essere la cornice dentro la quale si va consumando questo nuovo capitolo del conflitto mediorientale, che vede ancora una volta Israele al centro della tormenta. La vicenda palestinese è, a tale riguardo, solo un pretesto, comunque un elemento di contorno. Anche se l’incapacità o l’indisponibilità nell’affrontarla in maniera adeguata, lasciandola in ostaggio dei fanatismi di turno, costituisce un potente propellente del conflitto in corso. Più in generale, il riscontro è che dinanzi ai mutamenti geopolitici che interessano da lungo tempo l’intera regione – e dei quali Hamas, e più in generale le milizie islamiste sono divenute protagoniste ben prima del pogrom del 7 ottobre – sussista una sorta di grave difetto di risposta di lungo periodo.

In altre parole, al netto delle indefettibili esigenze di difesa, sembra mancare tutto il resto. Anche da ciò, quindi, si impongono considerazioni e domande imprescindibili. Tra di esse, il cosa sarà di una regione che è da molto tempo una polveriera e che rischia di esplodere, trascinando l’intero Mediterraneo, e non solo, in una corsa verso ad un confronto che potrebbe tradursi in guerre civili persistenti (il vero brodo di coltura  dei radicalismi); oppure, quali potrebbero essere gli assi di evoluzione dell’alleanza tra la Russia, l’Iran e le milizie islamiste, a fronte di un confronto che vede Pechino e Washington compartecipi, sia pure in modi diversi, nella lotta per ciò che concerne il controllo indiretto dell’ampia regione; non di meno, quali già sono – e quali potrebbero essere – gli effetti che questa guerra sta inducendo nella società israeliana, così come quale sarà il destino delle comunità palestinesi per le quali qualsiasi residuo orizzonte di un’indipendenza politica è, allo stato odierno, praticamente azzerato.

Ammesso e non concesso che quest’ultima sia ancora una soluzione efficace, prima ancora che praticabile. C’è ben poco su cui confidare, pur sapendo che la guerra si alimenta anche e soprattutto di quel senso della disperazione che cresce tra gli esseri umani quando si sentono in una sorta di gabbia per topi. È molto difficile spezzare l’assedio della paura. Anche perché quest’ultima è la risorsa alla quale si affidano élite dirigenti la cui fortuna nel tempo si basa sul ripetersi delle disgrazie dei più.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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