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Cultura
Laura Fontana, “Gli Italiani ad Auschwitz (1943-1945)”

Un lavoro importante per la conoscenza storica e la ricostruzione memoriale

L’imponente volume di Laura Fontana, pubblicato dal Museo Statale di Auschwitz-Birkenau nel 2021, è un importante strumento di conoscenza storica e ricostruzione memoriale per chiunque lo tenga tra le mani. È il racconto di una tragedia, in tutti i suoi più diversi aspetti: quella della deportazione italiana ad Auschwitz, inserita però nel contesto più generale della deportazione degli ebrei e quella definita “politica”, che riguarda cioè persone appartenenti a varie categorie: antifascisti, partigiani, sindacalisti, anarchici, sospetti fiancheggiatori della Resistenza.
Lo scopo è quello di rendere omaggio alla memoria delle vittime italiane, restituendo le caratteristiche e le proporzioni di un fenomeno complesso, contrassegnato da una pluralità di vicende individuali ma caratterizzate da un denominatore comune: le politiche di persecuzione naziste. Si tratta di un approccio trasversale tra la grande storia, ricostruita per quadri sintetici, e la micro-storia, ovvero il racconto di storie singole, tutte attraversate dalla complessità del funzionamento del meccanismo criminale di Auschwitz. L’autrice riesce in tal modo in un compito di per sé estremamente difficile: far dialogare su piani differenti le storie tra loro, intrecciandole in una narrazione a tratti corale, senza tuttavia confondere i due diversi contesti di riferimento, che sono la Shoah e la deportazione cosiddetta politica. Ha cercato innanzitutto di rispondere all’interrogativo sul perché ci fossero italiani non ebrei fra i prigionieri di Auschwitz, altro aspetto altrettanto controverso che viene messo in luce nel libro è il ruolo dello stato italiano fascista nella cattura e nell’internamento degli ebrei, non ultimo l’atteggiamento di generale indifferenza con cui la società ha accettato gli anni della persecuzione. Inoltre l’autrice sottolinea più volte la difficoltà di comprendere i motivi per cui i prigionieri politici italiani furono destinati al campo di Auschwitz, pur non essendo destinati preliminarmente allo sterminio, infatti la grande maggioranza di questi ultimi riuscirà a sopravvivere e a far rientro in Italia.

L’opera è divisa in due parti: la prima è una ricerca storica che spiega tutte le fasi della persecuzione italiana, dall’emanazione delle leggi razziali del 1938, alla “soluzione finale degli ebrei italiani”, capitolo in cui l’autrice si sofferma maggiormente sul ruolo della RSI a fianco dei nazisti. Nella seconda parte si occupa dei singoli casi, le circostanze e i motivi della cattura, il periodo trascorso in prigionia, la sopravvivenza dopo enormi sofferenze e maltrattamenti, e infine il rientro in Italia, i racconti, le testimonianze.
Numerose fonti sono state accuratamente consultate dall’autrice per giungere alla stesura di un minuzioso lavoro di ricostruzione dei fatti, ordinati per cronologia, per aree geografiche, o per tipologia di deportati, la complessa ricerca, condotta con metodo e rigore, ha consentito di restituire il quadro completo di un fenomeno significativo ma poco conosciuto, per la quasi totale assenza nelle pubblicazioni storiche o divulgative. Tale ricostruzione di avvenimenti, realizzata anche mettendo a confronto numerosi dati, ha permesso di documentare il bilancio dei deportati identificati alfabeticamente per tutti i campi di destinazione, per provenienza e per il motivo dell’internamento, in periodi distinti e documentati dalle date.

Si viene a conoscenza di storie sconosciute che riguardano per lo più il genere femminile: numerose donne deportate per motivi “politici” erano in realtà semplici e a volte ignare operaie di fabbriche del Nord Italia, arrestate per aver partecipato alle grandi agitazioni scoppiate nelle principali industrie nel marzo del 1944. Questi atti di ribellione e di opposizione variamente motivati venivano puniti in molti casi con la massima durezza, i “colpevoli” venivano poi registrati ad Auschwitz con il simbolo del triangolo rosso.
I primi capitoli del libro ripercorrono l’attuazione della politica antisemita rivolta contro gli ebrei italiani, in due diversi periodi: quello della discriminazione giuridica e sociale sotto il regime di Mussolini, e quello delle deportazioni finalizzate alla “Soluzione finale” durante l’occupazione tedesca. I capitoli successivi illustrano le fasi della deportazione politica, quest’ultima costituisce una macro-categoria dai contorni meno definiti, perché più eterogenea e quindi più difficile da interpretare. Ne furono vittime uomini e donne con profili molto diversi, arrestati individualmente e non per gruppi familiari come invece avveniva con gli ebrei.

«Ragazze, qui siamo proprio arrivate all’inferno». Così parla una giovane operaia italiana appena arrivata sulla banchina ferroviaria di Birkenau. È il 29 marzo 1944, la ragazza è scesa dal treno insieme ad altre italiane non ebree deportate ad Auschwitz. Qui, imprigionate per alcuni mesi e poi trasferite in altri lager, diventeranno testimoni oculari della crudeltà della Shoah, e questa esperienza le segnerà per tutta la vita.
L’autrice sottolinea la storia di questi gruppi di deportate italiane come un caso di grande interesse dal punto di vista storiografico, perché «attraverso la ricostruzione delle loro drammatiche vicende, si può cogliere con maggiore precisione il fenomeno, nel suo insieme, delle deportazioni politiche e razziali dall’Italia, ma anche tutta la complessità di un luogo come Auschwitz». Durante la prigionia esse subiscono dei trattamenti diversi dalle internate ebree, anche se le procedure iniziali all’arrivo sono le stesse.

Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 1944, quando l’avanzata dell’Armata Rossa determina l’inizio dei trasferimenti di evacuazione del complesso di Auschwitz, le prigioniere, di cui la maggior parte riesce a sopravvivere, vengono trasferite in altri campi di lavoro, prima di rientrare in Italia, nell’autunno del 1945. Molte delle donne rientrate in Italia riprendono a lavorare, tuttavia esse si trovano a dover affrontare una situazione particolare, quando si vedranno accolte con un «gelido e sospettoso silenzio che lascia intendere che se erano finite ad Auschwitz dove mandavano gli ebrei, dovevano aver fatto qualcosa per meritarsi quella punizione». L’autrice si sofferma molto sulla difficoltà di queste giovani donne di reintegrarsi nelle famiglie e nella società, sulla freddezza con la quale vengono accolte, mentre cercano di ricostruire la propria vita, dopo mesi di sofferenze e privazioni e un lungo itinerario di deportazione da un lager all’altro. Difficoltà che si riflette persino nella quasi impossibilità di raccontare la propria esperienza e le atrocità a cui avevano assistito, alcune lo fanno in forma privata, con i familiari, gli amici o nella stretta cerchia delle relazioni locali. Nessuna di queste donne sceglie di affidare alla stampa i propri ricordi, solo poche lo faranno dopo diversi anni esprimendosi con parole semplici, scarne, precise, con uno stile immediato e privo di retorica. Ciò che le accomuna è la sofferenza per l’indifferenza riservata generalmente al racconto dei sopravvissuti al loro rientro a casa, e in particolare per un atteggiamento fortemente ostile e sospettoso, perché verso di loro pesa anche l’accusa, più o meno velata, di essersi compromesse moralmente col nemico. «Io non ho mai raccontato niente a nessuno perché… mi sentivo… come una colpevole, sa cosa vuol dire, una colpevole…». Ecco perché, tra l’altro, l’autrice sostiene che raccontare il percorso di queste donne, che si fecero anche forza reciprocamente per rimanere in vita e tornare dalle loro famiglie, è un atto di memoria necessario per contrastare il silenzio o la scarsa attenzione che l’Italia ha dedicato alle loro storie.

Nel libro inoltre si possono leggere storie di medici ebrei anch’essi rimasti prigionieri ad Auschwitz, il quadro poi si completa con le esperienze dei tanti lavoratori civili, impiegati nei vari cantieri e nelle fabbriche che sorgevano nella vasta area di interesse del campo di concentramento, a cui va aggiunto un numero imprecisato di ufficiali e di soldati italiani che dopo l’8 settembre 1943 furono catturati dalle forze tedesche. Si tratta di coloro che avevano scelto di deporre le armi, rifiutando di proseguire la guerra al fianco della Germania, puniti con la deportazione e l’internamento nei campi di lavoro forzato del Reich, tra cui anche il complesso di Auschwitz.
Come la stessa autrice ammette, la stesura del libro si è rivelata un’impresa complessa e impegnativa, sostenuta da lunghe ricerche, alcune delle quali effettuate nelle collezioni di documenti conservate presso il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau. Il ricorso a varie altre istituzioni, archivi di musei e memoriali, fondazioni, associazioni, è stato determinante per completare il quadro d’insieme degli avvenimenti e della loro cronologia, delle esperienze individuali e della loro collocazione spaziale e temporale nei rispettivi contesti e scenari politico-sociali di un periodo di tempo relativamente breve ma denso di storia e di memoria.

Eirene Campagna
collaboratrice

Classe 1991, è PhD Candidate dello IULM di Milano in Visual and Media Studies, cultrice della materia in Sistema e Cultura dei Musei. Studiosa della Shoah e delle sue forme di rappresentazione, in particolare legate alla museologia, è socia dell’Associazione Italiana Studi Giudaici.


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