Hebraica Nizozot/Scintille
L’ebraicità di Gesù secondo alcuni studiosi ebrei del Novecento

Analisi della figura gesuana nel suo rapporto con l’ebraismo

Quanti buoni cristiani andando a Messa a Natale si ricorderanno che stanno celebrando il compleanno (seppur in data fittizia) di un bambino ebreo? Che nacque da madre ebrea, che fu circonciso l’ottavo giorno dalla nascita, che fece il suo bar mitzwà a Gerusalemme – sebbene vivesse a Nazareth, si usava già allora! – e che frequentava regolarmente la sinagoga per ascoltare la Torà? Per secoli questa verità, storica e teologica del cristianesimo, ossia l’ebraicità di Gesù, è stata obliata, anzi rimossa, anzi nascosta. Nel corso del Novecento però alcuni studiosi ebrei, non solo storici di professione ma anche rabbini, l’hanno recuperata in una serie di studi scientifici nel segno, in inglese, di un claiming Jesus. La tesi è semplice: Gesù appartiene di diritto alla storia ebraica, a prescindere da quel che ne hanno fatto i cristiani.

Quasi cent’anni fa, nel 1922, lo studioso lituano Joseph Klausner (1874-1958), trasferitosi nel 1919 nella Palestina mandataria, scrisse per la prima volta un libro in ebraico su Yeshù ha-notzrì ossia Gesù il Nazareno: il suo tempo, la sua vita e il suo insegnamento. In esso Klausner mostra di prendere sul serio il valore storico-geografico dei racconti evangelici, sebbene sia attento a distinguere i fatti, storicamente possibili o verosimili, dalle successive interpretazioni cristologiche. A suo avviso la figura gesuana va vista in prospettiva profetica, nella quale si spiega l’abbondante narrativa taumaturgica, e solo secondariamente in chiave messianica: il messianismo evangelico è spirituale più che politico, il che rende Gesù vicino agli ambienti del fariseismo, cui per molto altro è assai affine. Anche le simpatie di Gesù per gli emarginati e la sua scarsa propensione all’ascesi lo collocano nel contesto di un revival profetico-apocalittico, tipico di quei decenni di crisi sociale e religiosa. Klausner mette nella dovuta evidenza il substrato ebraico dei testi evangelici, mosso forse dal desiderio di reintegrare Gesù nel variegato e non raramente conflittuale scenario giudaico del I secolo (non troppo dissimile da quello sionista, in cui visse, d’inizio Novecento). In questa prospettiva Gesù appare come uno dei sinceri riformatori del giudaismo del suo tempo, non certo il fondatore di una nuova religione.

Dopo la nascita dello stato di Israele molti sono stati gli studiosi che hanno solcato la via aperta da Klausner e hanno proseguito le ricerche. Forse il più noto, per diffusione, rigore e abilità letteraria, è il filologo austriaco-israeliano David Flusser (1917-2000), che nel 1965 pubblicò, sempre in ebraico, il suo Jesus, versione rivista e ampliata nel 1998. Attraverso una severa analisi comparativa Flusser giunse alla conclusione che Gesù fu un perfetto ‘ebreo di Galilea’, di cui seguiva il minhag (le consuetudini) a volte diverso dal minhag degli ‘ebrei di Giudea’. Da qui gli scontri registrati dai testi neo-testamentari e le critiche gesuane ai ‘giudei’ del suo tempo; ma in nessun momento e in nessun luogo Gesù ha inteso abolire il valore della Torà e dei precetti (mitzwot) o ha insegnato a trasgredirli. “Per David Flusser – sintetizza Dan Jaffé – l’elemento rivoluzionario di Gesù proviene non dal suo modo di vedere la Legge ebraica ma da concetti antichi: un’interpretazione radicale del comandamento dell’amore reciproco; un appello a un nuovo comportamento morale; l’accoglienza di un regno dei cieli”. In una successiva opera del 1979, Il giudaismo e le fonti del cristianesimo, Flusser si concentra invece sul processo e sulla crocifissione di Gesù, dove spiega perché Gesù non potesse essere condannato a morte dal sinedrio; lo fu dall’autorità romana, per motivi politici (per timore di rivolte anti-romane, piuttosto ricorrenti in quegli anni). Il lavoro di Flusser è stato proseguito da altri studiosi Israeliani: Israel Knohl, che ha approfondito il tema della sofferenza messianica, specie in rapporto ai testi evangelici e ai rotoli di Qumran; Joshua Efron, in merito all’apocalittica come chiave di volta dei testi protocristiani e dunque della stessa figura di Gesù; Eyal Regev, che ha indagato i legami di Gesù con il tempio gerosolimitano da una parte e dall’altra con la letteratura etico-sapienziale.

Anche in Europa e in Nord America, nel cono d’ombra della Shoà, si è assistito a un simile processo di recupero ebraico della figura di Gesù. Emblematica l’opera di Jules Isaac (1877-1963), l’ebreo francese autore di Jésus et Israel, ricerca svolta negli anni della persecuzione e terminata nel 1946: per Isaac, Gesù è un artigiano ebreo che ogni sabato va in sinagoga, vive secondo la Torà ed è rimasto fedelmente ebreo fino alla morte. Lo testimoniano anche gli ebrei che per primi credettero in lui e continuarono a frequentare il tempio e le sinagoghe osservando i precetti. Sul fronte anglofono pioniere è stato Salomon Zeitlin (1886-1976), esperto di giudaismo del secondo tempio, che ha affrontato la delicata questione di Chi ha crocifisso Gesù?, come suona il titolo del suo volume apparso nel 1942. Dopo aver evidenziato che la predicazione gesuana è ispirata all’etica condivisa dal mondo farisaico, Zeitlin mostra come, da quando la Giudea finì sotto il controllo romano, il sinedrio non era abilitato a pronunciare sentenze di morte. Nel ’42, ricordiamo, gli scritti qumranici non erano noti e la complessità della società ebraica del tempo di Gesù era poco considerata nei suoi dettagli religiosi.

Sempre oltre Atlantico, ma una generazione dopo, si è distinta la voce del riformato Samuel Sandmel (1911-1979), autore di testi come La comprensione ebraica del Nuovo Testamento del 1956 e Noi ebrei e Gesù del 1965, cui va aggiunta una ricostruzione del pensiero teologico di Paolo di Tarso, Il genio di Paolo, del 1958. Dopo aver messo in guardia metodologicamente dall’ossessione di trovare per forza ‘paralleli’ tra gli insegnamenti di Gesù e gli scritti rabbinici (in particolare la Mishnà), Sandmel è forse il primo che affronta scientificamente la questione del rapporto tra il Gesù storico e il Cristo della fede, giungendo alla conclusione che è impossibile colmare sulla base dei testi evangelici la dicotomia tra lettura storica e (ri)lettura dogmatica. L’ebraismo può accettare la prima ma non la seconda; a suo dire è difficile ritrovare il ‘Gesù storicamente ebreo-galileo’ persino nei testi neotestamentari, in quanto questi sarebbero già il frutto della predicazione dei decenni successivi alla sua scomparsa. Insomma, il Gesù che conosciamo oggi, anche se ‘ritratto’ sulla base dei testi antichi, è il frutto dell’evoluzione della teologia cristiana che ha di fatto oscurato l’uomo-Gesù.

Non si può tralasciare, anche in una breve carrellata, il nome di Schalom Ben Chorin (1913-1999), rabbino riformato tedesco, che sintetizzò i rapporti tra ebrei e cristiani nella nota affermazione: “La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide”. Significa che quanto credeva Gesù in quanto ebreo è un punto di contatto tra ebraismo e cristianesimo, ma che il culto stesso della persona di Gesù, soprattutto se proclamato Figlio di Dio in senso non metaforico, è il luogo della divergenza e del contrasto tra le due fedi. Il suo testo Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno è quasi un dialogo personale tra l’autore e Gesù: fratello non solo perché uomo, ma proprio perché ebreo. A Ben Chorin si possono infine associare l’algerino-francese divenuto israeliano Nathan André Chouraqui (1917-2007), autore di uno studio dal titolo Gesù e Paolo, figli di Israele. Per Chouraqui Gesù andrebbe chiamato con il suo nome ebraico Yoshuà, che significa ‘Dio [solo] salva’: “Oggi non si può leggere il Nuovo Testamento senza conoscere l’ebraico” o almeno quel substrato semitico che nessuno studioso serio può negare. Anche Pinchas Lapide (1922-1997), austriaco di nascita e allievo di Buber, si immerse nel Nuovo Testamento scrivendo testi significativi su Gesù e il dialogo ebraico-cristiano, tra i quali vanno segnalati Predicava nelle loro sinagoghe. Esegesi ebraica dei vangeli e Il discorso della montagna, nei quali si sottolineano le affinità ossia la continuità tra l’esperienza religiosa ebraica con quella riferita a Gesù nei testi evangelici. Ma forse il più prolifico studioso dell’ebraicità di Gesù è stato Geza Vermes (1924-2013), ungherese di nascita ed inglese di adozione, ebreo dalle complesse vicende esistenziali, che scrisse nel 1973 un innovativo saggio dal titolo Gesù l’ebreo. Secondo la sua ricostruzione, Gesù fu un profeta taumaturgo, un maestro carismatico itinerante, convinto di un eschaton che doveva accadere nella sua vita, che però non si verificò.
La carrellata finisce qui, omettando nomi significativi come Jacob Neusner, Susannah Heschel, Daniel Boyarin, e non ultima la filosofa ebrea ungherese Agnes Heller; ma il processo di riscoperta del ‘Gesù ebreo’, dentro e fuori l’ebraismo, non è ancora finito.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


16 Commenti:

  1. Buona sera a tutti , leggendo la bibbia ebraica anche io ho pensato a questo che il cristianesimo è una religione che si e sviluppata dopo, poi tante cose si prendono dalla cultura ebraica.
    Shalom.

    1. Pace. Penso anch’io le stesse cose, bisogna separare le scritture greche dalle dottrine religiose per arrivare ad uno studio obiettivo. Saluti.

  2. Tutte coglionate. Trovo strano che gli ebrei supportino i loro colleghi cristiani nelle menzogne sul conto del cosiddetto Gesù che in realtà era un partigiano guerrigliero che si opponeva all’occupazione romana. Giovanni di Gamala era figlio di Giuda il Galileo, fondatore del partito armato degli zeloti detti anche sicari, era nipote di Rabbi Ezechia ucciso di sua mano da Erode quindicenne, Simone il latitante, Giuda il sicario, Giacomo e Giuda erano suoi fratelli carnali, Maria di Magdala era sua moglie e sua cugina in quanto figlia di Eucaria, la moglie dell’Arcisinagogo di Cafarnao, tutti appartenenti alla stirpe degli Asmonei che hanno regnato su Israele a far tempo dalla rivolta dei Maccabei (145 a.c.) fino al 63 a.c. allorché la Palestina occupata da Gneo Pompeo Magno divenne un protettorato romano. Sarebbe ora che gli ebrei smettessero di mentire alla pari dei cristiani, che vantaggi ne traggono?

  3. Son sempre stato convinto di questo Uoshua non era un impostore ma un vero ebreo rivoluzionario e così mi insegnavano mio padre e mia madre Certo non era il Messiah
    Mi piacerebbe comunque approfondire leggendo

  4. Una bella carrellata davvero!
    “Gesù appartiene di diritto alla storia ebraica”? Peccato che gli ebrei dei primi secoli (salvo eccezioni) la pensassero diversamente, visto che si guardarono bene dal menzionarlo, insomma lo censurarono da ogni testimonianza.

  5. Una ricostruzione ben fatta e bene articolata dal punto di vista storico. Del testo non so chi oggigiorno possa pensare che un uomo nato in Galilea da madre ebrea non fosse ebreo o palestinese o come dir si voglia. Anche se i filistei (palestinesi) a dire il vero fossero stanziati più nella parte occidentale della Palestina già in quei tempi. Io penso però che la parte più autentica della predicazione di Gesù sia da ricercarsi nel “discorso della montagna ” dove si discosa significativamente dalla esegesi farisaica.

  6. Chiedo scusa per la semplicità del mio discorso, fatto di getto, appena letto l’articolo. Da tempo, ormai, un cristiano di media cultura e intelligenza non mette lontanamente in dubbio l’ebraicità di Gesù né può discutere la continuità del suo insegnamento con tutta la tradizione ebraica: lui stesso sosteneva di non essere venuto a cambiare la legge ma a darle “compimento” (nel senso di valore sottostante e più profondo rispetto alla lettura formale) e d’altra parte tutta la catechesi cristiana parte dall’Antico Testamento. Può servire, tuttavia, per abbattere quelle mura divisorie che nei secoli sono sorte contro il popolo ebraico con le conseguenze tragiche che conosciamo. Resto tuttavia perplesso sul’affermazione che furono i Romani a condannare a morte Gesù, in pieno contrasto con quanto riportato dagli evangelisti (e non uno solo, anzi, l’ultimo, quello che dovrebbe esserestato testimone oculare del processo, si esprime in senso molto chiaro). Mi sembra che la blasfemia (di cui si accusò Gesù) comportasse la pena capitale e questo accadde (come accade tuttora nei Paesi islamici). Quanto infine alla “mancata eschaton” affermata dal Gezas Vermes, mi sembra abbastanza sorprendente, visto ciò che è accaduto nei duemila anni successivi.

  7. Mi trovo molto d’accordo con tutta l’esposizione fatta, che ha ina una validità logica a cui può arrivare anche l’uomo comune con un minimo di istruzione e voglia di ragionare su un fatto , la religione cristiana, che a prescindere dalle proprie convinzioni religiose ha influenzato la civiltà e non solo occidentale fino ad oggi. Yehoshua ben Yussef nella sua versione divinizzata è il perno, il fulcro , involontario, di una enorme costruzione che senza di esso crollerebbe . Benvenuti dunque i tentativi seri di ristabilire un minimo di verità. Cordiali saluti

  8. Ottimo. Penso sia una visione giusta. Ad un certo punto da parte ebraica Gesù venne visto piuttosto in modo negativo e così i suoi primi seguaci giudeo-cristiani, ebioniti e nazirei.

  9. La questione è troppo complessa per un commento di poche righe. Perlomeno è stato molto utile stati indicare questi autori. Per il resto, anch’io ovviamente includo Yeshua nella nativa civiltà di Israele, quale che sia stata la sua vena critica e profetica verso costumi ed aspetti dei contemporanei connazionali. Il motivo, almeno principale, della condanna è chiaro nella motivazione di Pilato: re dei giudei (monito per dire qui comanda Roma), ammettendo nel contempo che sia stato mal giudicato, come eretico e seccatore, da ambienti ebraici. Le condanne dall’interno di Giacomo, ebreissimo per concezione, da meglio approfondire, e di Stefano vanno prese in considerazione, sotto il profilo dell’interna conflittualità e reattività. Ce ne è stata poi tanta nel cristianesimo.

  10. In italiano esiste (forse meglio dire esisteva, perché non penso sia più pubblicato come molti altri libri, data l’assenza di lettori italiani) un bel libro, “Processo e morte di Gesù: un punto di vista ebraico” di Chaim Cohn che fa un sunto completo e approfondito di quanto storicamente c’è su Gesù e l’ebraismo e di quanto ciò che si dice di lui corrisponde alla verità del rapporto tra romani e ebre durante l’occupazione romana.


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