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L’ebraismo dell’Europa orientale e i regimi comunisti. Spunti di riflessione #3

Stalin definiva i termini della questione negando agli ebrei la lingua comune, un’economia e un territorio, riaffermando invece la necessità che i problemi ad essi ascritti fossero risolti con l’assimilazione

Si è già avuto modo di osservare come la discussione sulla «questione ebraica» all’interno della stessa società ebraica russa, prima, e nell’Unione Sovietica poi, dovesse confrontarsi con una serie di elementi che erano intervenuti a cavallo tra i due secoli e che investivano direttamente l’ebraismo dell’Europa orientale: il violento ritorno dell’antisemitismo come strumento di governo delle collettività e quindi il suo diffuso uso politico; il sorgere e il diffondersi del movimento sionista; la politicizzazione dello stesso mondo ebraico a partire dalle sue élite intellettuali; l’adesione di un rilevante numero di ebrei al socialismo e lo sviluppo di associazioni operaie ebraiche. In tali condizioni, la praticabilità dell’emancipazione liberale, così come si era invece prodotta in Occidente, risultava improponibile. La lotta contro il pregiudizio antisemitico da parte dei socialisti presentava peraltro il limite di volere cancellare la stessa specificità identitaria ebraica. Della quale non coglieva i caratteri ma, soprattutto, le ragioni del suo continuare storico. Il quadro di riferimento al riguardo sarebbe comunque incompleto se non si assumesse la definizione data ad una parte dell’ebraismo rispetto a quegli anni, in quanto fenomeno di «diaspora mobilitata», ossia di insieme di gruppi eterogenei, dispersi territorialmente ma accomunati dallo svolgere importanti funzioni nella modernizzazione della Russia.

La gestione politica della presenza ebraica, ovvero della sua specificità in Russia per i bolscevichi costituì un problema di ordine prima teorico, poi pratico, sfuggendo all’inquadramento dottrinario dettato altrimenti dalla cosiddetta «politica delle nazionalità». La domanda era duplice: cosa fare, per poi chiedersi come farlo. Cosa fare con gli ebrei e con quali strumenti, in altre parole. Lenin preferiva rifarsi allo «stato morale e spirituale del ghetto», una condizione che richiedeva di essere affrancata non solo economicamente ma anche moralmente. «Assolutamente inconsistente, dal punto di vista scientifico, l’idea dell’esistenza di un popolo ebraico con caratteri peculiari è, dal punto di vista politico, del tutto reazionaria», scriveva ancora nel 1903, nel pieno del conflitto con il Bund. Dieci anni dopo, Stalin definiva i termini della questione negando agli ebrei la lingua comune, un’economia e un territorio, riaffermando invece la necessità che i problemi ad essi ascritti fossero risolti con l’assimilazione. Questa disposizione di fondo, tuttavia, doveva confrontarsi con la successiva affermazione di Lenin, pronunciata in più di una occasione, dal 1914 in poi, per la quale, una volta decaduto l’Impero zarista, tutte le interdizioni giuridiche, sociali ed economiche contro gli ebrei sarebbero venute meno. Il presupposto implicito di un tale indirizzo era, in realtà, che la politica bolscevica nei confronti della componente ebraica fosse intesa come parte della più generale azione nei confronti delle nazioni. Ragion per cui, se le premesse erano queste, gli ebrei medesimi erano comunque una nazionalità, ancorché non assimilabile in tutto e per tutto alle altre comunità presenti sul territorio zarista.

Di fatto, si arrivò alle due rivoluzioni del 1917, quella di febbraio e poi di ottobre, in un regime di forte incertezza intellettuale, e quindi politica, nei confronti della «questione ebraica». Gli ebrei erano partecipi dei sommovimenti rivoluzionari; una discreta parte di essi militava nelle formazioni politiche della sinistra, in parte costituendone anche l’ossatura dirigenziale, come nel caso dei menscevichi; la presenza del proletariato ebraico, come soggetto politico, era un dato tangibile ma i bolscevichi, a fronte di tutto ciò, faticavano ad identificare una linea di indirizzo chiara. Il 21 marzo 1917 il governo provvisorio (preceduto prima da Georgij Lvov, e poi da Aleksandr Kerenskij), succeduto all’abdicazione dello zar e alla caduta dell’Impero russo, proclamò l’emancipazione degli ebrei, determinando la decadenza di tutti i precedenti vincoli giuridici. Tra gli altri, ai diritti di residenza, di circolazione, sulle quote di accesso al sistema scolastico e universitario, agli impieghi pubblici, al possesso della terra e all’accesso al lavoro rurale. Si trattava di una decisione che fu confermata il 15 novembre dello stesso anno dal nuovo governo bolscevico nella «dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia».

Peraltro, la partecipazione ebraica ai gruppi dirigenti rivoluzionari testimoniava di una decisa integrazione nei processi politici in atto. Nel 1925-1926, su 104 membri effettivi e supplenti del Comitato centrale dell’allora Partito comunista, ancora distante dalla successiva “normalizzazione stalinista”, 11 erano ebrei (tra di essi Lazar’ Moiseevič Kaganovič, Lev Borisovič Kamenev, Karl Berngardovič Radek, Grigorij Jakovlevič Sokol’nikov, Lev Davidovič Bronštejn conosciuto come Trotsky e Grigorij Evseevič Zinov’ev), tutti in posizione di primo piano. Tuttavia, il bolscevismo, nel suo insieme, non per questo riteneva di un qualche rilievo l’assumere in sé la specificità ebraica russa come un tratto in qualche modo distintivo, ovvero identificabile, della sua stessa politica. Più semplicemente, teorizzava la neutralizzazione dell’antisemitismo attraverso la scomparsa di quelli che erano ritenuti i fattori che lo generavano, prima tra tutti il suo uso politico da parte della «borghesia».

Nel Partito comunista russo tra il luglio e l’ottobre del 1917 si erano peraltro formate le sezioni nazionali, con l’obiettivo di meglio amalgamare i diversi gruppi presenti sul territorio e indirizzarli verso l’obiettivo del rovesciamento dei fragili poteri costituiti. I leader bolscevichi di origine ebraica non si consideravano esponenti di una qualche componenti ebraica, alla quale essi stessi, per primi, faticavano a riconoscergli il carattere di specifica nazionalità: nella loro concezione del mondo – infatti – si trattava semmai di livellare le diversità, per giungere quindi ad un punto di sintesi che avrebbe trovato nella figura dell’uomo uscito vittorioso dalla Rivoluzione la vera cornice identitaria comune. L’espansione, la diffusione e il consolidamento del regime socialista avrebbe poi risolto definitivamente i problemi preesistenti, a partire da quello delle stesse nazionalità. All’epoca, nell’Unione Sovietica nata nel 1922, dopo la feroce guerra civile nel corso della quale soprattutto le truppe bianche, anticomuniste, avevano dato corso ad un grande numero di massacri, la componente ebraica costituiva circa il 2% dell’intera società russa. Le violenze antiebraiche, ad opera soprattutto dei reparti lealisti e controrivoluzionari, legati alla vecchia monarchia, che fino al 1921 occuparono una parte considerevole della Russia occidentale, si erano concretizzati in non meno di 1.300 progrom. La stima degli ebrei assassinati tra il 1918 e l’inizio degli anni Venti varia a tutt’oggi da un minimo di 60mila ad un massimo di 200mila elementi. Almeno mezzo milione di persone dovettero fuggire dai loro luoghi di origine così come centinaia di migliaia di bambini persero i loro genitori, diventando di fatto orfani.

Dentro questa cornice di cambiamenti e stravolgimenti, la diffusione del mito del «giudeo-bolscevismo» (il “mostro” comunista come creazione del «giudaismo internazionale», generato per potere controllare e dominare l’intero pianeta), coltivato dai circoli zaristi in esilio e divenuto ben presto un vettore ideologico fondamentale della destra radicale di mobilitazione, se rispondeva alla necessità di fornire ai nemici del potere sovietico argomenti insindacabili a proprio favore, tuttavia per nulla ricalcava la reale distribuzione dell’ebraismo nei quadri intermedi e subordinati dell’amministrazione russa. Poiché, in questo caso, la presenza ebraica risultava molto più contenuta, di contro – invece – a quella nell’Internazionale comunista, nell’esercito e negli organismi diplomatici, dove invece era proporzionalmente molto significativa. Peraltro, secondo i dati del censimento del 1920 (svolto in condizioni di grandi difficoltà per via della guerra civile in corso), il 70,4% degli ebrei risultava alfabetizzato. Un dato sorprendente, pari a più del doppio della restante popolazione.

Più in generale, nell’ebraismo russo si verificò in quel periodo una sorta di scissione: la parte residente nelle aree urbane e metropolitane andò ad ingrossare il proletariato industriale partecipando, in misura minore, all’attività politica; quella di estrazione rurale o comunque abitante nello «shtetl», il classico villaggio periferico, immerso e quindi diffuso nelle gigantesche campagne della Russia occidentale, ancora fortemente ancorata alle consuetudinarie attività commerciali, artigianali, di ambulantato, di fatto rimase sostanzialmente estraneo ai cambiamenti in corso, semmai continuando a vivere ancora a lungo i ritmi di un’esistenza basata sulle tradizioni sociali, civili e religiose consolidatesi negli ultimi tre secoli di insediamento. Nel corso del tempo, mentre la prima componente avrebbe continuato a fornire i quadri della nuova amministrazione sovietica (partito, sindacati, organismi civili, esercito e polizia), giungendo ad identificarsi con essa a prescindere dalle proprie origini, la seconda – invece – avrebbe ancora proseguito nelle sue abituali attività, arrivando ad essere identificata dai poteri centrali non solo come una società anacronistica ma anche potenzialmente ostile ai mutamenti che nel corso del tempo sarebbero stati introdotti.

Nel 1927, ad un riscontro statistico interno alle amministrazioni sovietiche, la presenza ebraica risultava articolata in maniera tale da segnalare un forte incremento della partecipazione alla gestione dei poteri amministrativi: in Ucraina, a fronte del costituire il 5,4% dell’intera popolazione, gli ebrei impiegati nel settore pubblico erano ben il 22,6%; in Bielorussia, il rapporto era di 8,2% e 30,6%; in Uzbekistan, lo 0,4% e il 6%; in Azerbaijan, lo 0,5% di contro al 10,6%; in Crimea, il 5,6% per il 23,8%; in Dagestan, il 3,3% per il 10,2%; in Buryat-Mongolia, infine, benché la presenza ebraica forse bassissima, occupava quasi l’8% dei ruoli del nuovo Stato. Incidevano in una tale dinamica molteplici fattori, solo in misura minore legati ad una qualche forma di incondizionata adesione ideologica al comunismo e molto, invece, ad alcune variabili sociali: l’elevata scolarizzazione; l’idea che svolgere una funzione pubblica fosse un fattore certo di promozione sociale; la scarsità di risorse (in altre parole, l’appartenenza ai ceti più modesti faceva sì che non si avesse “nulla da perdere” aderendo alle ramificazioni del regime) insieme alla necessità di trovare una collocazione economica migliore di quella d’origine. Rimane il fatto che per una parte della società ebraica sovietizzata il nuovo ordinamento di poteri costituisse un’opportunità. Un aspetto, quest’ultimo, che fu poi rielaborato dal resto della popolazione come riscontro e conferma delle formulazioni antisemitiche provenienti dagli ambienti controrivoluzionari: se gli ebrei, nella percezione di certuni, stavano traendo un qualche vantaggio, era perché essi stessi avevano scatenato la rivoluzione.

Durante tutti gli anni Venti la politica bolscevica verso le nazionalità fu comunque giocata sul piano del pragmatismo tattico. Il rischio di scissioni, secessioni, separazioni territoriali costitutiva una preoccupazione permanente tra i dirigenti moscoviti. Inoltre, una grande parte dell’ebraismo sovietico risiedeva nei territori ucraini e bielorussi. La rivoluzione d’Ottobre, vedendo l’affermazione della componente bolscevica, aveva introdotto e poi consolidato la prassi delle centralizzazione dei processi politici e delle rappresentanze istituzionali dentro l’involucro del nuovo Stato, impegnato da subito in una decisiva lotta per la sua sopravvivenza. Il verticismo ne era un connotato pertanto fondamentale. Già nel 1918, il tentativo di dare corso ad un Congresso nazionale delle nazionalità ebraiche russe, in autonomia rispetto alle nuove autorità, si era risolto in un ben più modesto incontro tra i rappresentanti di alcune comunità. Dopo la rivoluzione d’Ottobre furono create alcune organizzazioni ebraiche di rigida osservanza bolscevica: il Commissariato per gli affari ebraici (conosciuto come Evkom, parte del più ampio Commissariato delle nazionalità; quest’ultimo, il Narkomnats, diretto da Stalin, riconosceva diciotto nazionalità attraverso un loro specifico ufficio)nonché la sezione ebraica del partito (Evsektsia); le istituzioni amministrative ebraiche, ossia il Komzet ed i soviet nazionali ebraici; un’unione federale della nazionalità ebraica che avrebbe poi identificato nella regione del Birobidjan il luogo per la colonizzazione e la creazione di un’entità geografica (e politica) rivolta agli ebrei medesimi.

Il Commissariato ebraico, sotto la direzione di Shimon Dimanshtein, nacque il 1° febbraio 1918. Di fatto l’Evkom fu una struttura essenzialmente amministrativa, articolata in sei dipartimenti operanti con funzioni limitate. La ramificazione della struttura avrebbe dovuto permettere di intervenire a livello urbano e metropolitano negli insediamenti con il maggior numero di presenze ebraiche. Di fatto, il Commissariato era effettivamente presente in sole tredici città, di cui solo due con una rilevante presenza ebraica. A giocare contro la sedimentazione della struttura vi era la lunga guerra civile in corso tra Bianchi e Rossi, la mancanza di ebrei comunisti disposti a lavorare nella sezione (ritenendola un’attività di secondaria importanza) e l’opposizione delle comunità ebraiche maggiormente radicate allo svolgere un ruolo dichiaratamente pro-sovietico. Gli obiettivi ai quali il Commissariato ebraico assolse nella sua breve esistenza, tra il 1918 e il 1923, furono essenzialmente legati alla lotta al sionismo e ai partiti socialisti ebraici, in vista della liquidazione politica dell’uno e degli altri; alla propaganda in lingua yiddish a favore del nuovo regime; al sensibilizzare le istituzioni locali e centrali rispetto alle questioni connesse agli ebrei e alle soluzioni di eventuali problemi; all’influenzare le istituzioni ebraiche nel senso della politica sovietica; all’aiutare i rifugiati ebrei, vittime della guerra civile, a ritornare nei loro luoghi d’origine, offrendo ad essi assistenza economica.

La sezione ebraica del partito, Evsektsia, di fatto costituì durante la sua esistenza l’organismo più significativo dei diversi che nei primi anni della Rivoluzione vennero definendosi. In quanto struttura di partito aveva un’incidenza di molto maggiore a quella esercitata da altre strutture. Inoltre, il suo impegno, almeno in origine, fu quello di traghettare una parte dei dirigenti delle organizzazioni ebraiche che venivano sciolte o assorbite nel partito comunista all’interno di quest’ultimo. Non di meno, rimaneva l’unica struttura in cui si potesse trattare la specificità delle questioni ebraiche, anche se il suo effettivo mandato era quello di lottare contro il Bund, i sionisti e i socialisti non bolscevichi. Nel 1926 la sezione sarebbe stata riorganizzata come «Ufficio ebraico» per poi essere sciolta entro il gennaio del 1930, quando tutte le sezioni di lavoro dedicate alle nazionalità presenti all’interno del Partito comunista sovietico vennero liquidate. Va detto che molte delle decisioni che furono prese dai diversi organismi centrali e periferici del Partito comunista al potere, almeno fino alla seconda metà degli anni Venti, rispondevano ad alcune precise esigenze: radicarsi sul territorio, garantendo la continuità di potere di contro alla resistenze ancora esercitate dalle popolazioni, soprattutto in ambito rurale; contribuire a consolidare la formazione, la diffusione e il potere del funzionariato sovietico; adoperarsi per una sorta di pedagogia pubblica rivolta alla «sovietizzazione delle masse»; lottare contro la persistente «presenza di partiti piccolo-borghesi», un tema che si sarebbe presto tradotto nell’implacabile azione contro le «deviazioni» dall’ortodossia che, con la fine degli anni Venti, si sarebbe fatta asfissiante. In tale logica, si inseriva, ad esempio, la risoluzione fatta propria dal terzo congresso sovietico del maggio 1925 con cui si deliberava per la cooptazione di rappresentative delle minoranze nazionali nelle istituzioni sovietiche elettive e la creazione di soviet speciali per le minoranze nazionali di maggiori dimensioni, usando la lingua d’origine, scuole speciali e corti giudicanti autonome.

Nel suo complesso, la condizione giuridica degli ebrei sovietici, nel primo decennio rivoluzionario, fu quindi determinata da un compromesso temporaneo tra l’originaria dottrina marxista-leninista, che negava ad essi la condizione di nazione a sé stante, e l’approccio empirico degli anni Venti. Come ogni compromesso, ciò generò una condizione paradossale ed irrisolta. A tratti quasi babelica. Da un lato, gli ebrei erano identificati al pari di un’unità nazionale territoriale, con uno specifico status giuridico che accordava a loro determinati diritti; dall’altro, le autorità continuarono a classificarli come una minoranza priva di una terra propria (almeno fino agli anni Trenta) o come un gruppo etnico in via di totale assimilazione. A rendere ancora più complessa la situazione intervenne infine la definizione degli ebrei come di una comunità religiosa nel momento in cui la lotta contro la tradizione ebraica sarebbe divenne lotta contro la persistenza dell’ebraismo tout court.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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