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Cultura
“L’ebreo inventato”, manuale di resistenza quotidiana

Una raccolta di saggi a proposito di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi a cura di Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro

Il titolo è L’ebreo inventato e a dare vita a questa raccolta di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi che tratteggiano la figura di un ebreo, appunto, inesistente, sono Raffaella Di Castro e Saul Meghnagi, curatori del volume da poco uscito per Giuntina. L’obiettivo dichiarato è quello di fornire degli strumenti adeguati per rispondere a tali dicerie, un metodo di confronto e “smontaggio” delle credenze tra dati storici, filosofici e religiosi, ma soprattutto volto a ridare complessità ai fenomeni. Un metodo che ricalca la visione di Primo Levi nel suo indicare un sentiero senza soluzione di continuità tra banali semplificazioni, dogmi, ghetti, lager.

Questo libro è pensato soprattutto per i giovani, per gli insegnanti e gli educatori. Ma un viaggio tra le sue pagine può essere illuminante. Dopo una premessa interessante circa i dati dell’antisemitismo in Italia a cura di Gadi Luzzatto Voghera e una piccola ricognizione demografica sugli ebrei nel mondo (attualmente pari a circa il 2% della popolazione mondiale, ovvero 15milioni di persone, di cui poco meno 7 milioni in Israele, 6 negli Usa e 2 nel resto del mondo), il libro procede per temi (ovvero, luoghi comuni) affrontati da diversi autori, esperti nella materia per completare un discorso di apertura e democrazia. “Le sfide della democrazia”, si legge nell’introduzione, ” sono infatti nella convivenza tra persone, comunità, religioni diverse, nel riconoscimento e nel rispetto reciproco. Il sapere, le tradizioni, le memorie, le identità non sono eredità intoccabili, ma riferimenti indispensabili per un laboratorio di confonto e di crescita comuni”.

Qualche esempio? Ne abbiamo selezionati alcuni, per dare un piccolo assaggio di cosa c’è nel volume (e di quello che secondo la vostra immaginazone potreste trovarci).

Il vostro è un Dio della vendetta, il nostro un Dio dell’amore. Relazioni tra ebrei e cattolici.
Roberto Della Rocca affronta questo straordinario pregiudizio con un saggio interessante che comincia con la figura di Abramo. Abramo è l’altro, la solitudine, la minoranza. Abramo, Avraham Haivrì, Abramo l’ebreo, porta nel nome la radice del concetto di Al di là di e i Maestri dicono che si chiami così perché  “tutto il mondo era da una parte e lui si trovava dall’altra”. Dunque l’essere minoranza di Avraham diventa il paradigna dell’esistenza ebraica, come scrive Della Rocca. E la solitudine viene accentuata nella Genesi con quel Lech lechà che ha segnato anche la genesi dell’uomo: Vattene via, ma anche ve verso te stesso sono le possibili traduzioni di quell’espressione. Così Avraham diventa Abramo, “padre di numerose genti”, grazie a un percorso interiore di ricongiungimento e di comprensione di se stesso. E questo implica per forza un’apertura al pluralismo, ai viaggi individuali di ognuno e all’idea che la perfezione di un inizio assoluto non si raggiunge mai: la Torah, spiega Della Rocca, inizia con la seconda lettera dell’alfabeto, non con la prima! Bene, questa è la premessa. Ma quanto al pregiudizio circa un Dio vendicativo? “La giustizia  nella tradizione ebraica non è chiamata ad arginare solo l’odio, ma anche l’amore”, spiega Della Rocca, che poi prosegue: “La riconciliazione tra amore e giustizia appartiene all’utopia messianica; è la pericolosa tentazione di ogni messianesimo realizzato quella di sussumere e sostituire la giustizia nell’amore, attraverso il perdono, finendo per diventare conniventi con il male. Vi è anche il rischi di una giustizia talmente innamorata di se stessa così narcisista, da distruggere il mondo. Per questo la tradizione rabbinica concepisce la necessità di una reciproca correzione tra amore e giustizia. Ed è proprio questo ponte tra amore e giustizia che chiamiamo etica ebraica. La generosità e il rigore sono gli elementi del vivere ebraicamente, in una formulazione del diritto egualitaria che però fonda lo Stato Sociale. E infine, la questione delle questioni: come leggere la formula di Levitico 19, 18: “Amerai il tuo prossimo come te stesso (…) Io sono il Signore”. Per la tradizione ebraica il comando di amare non è plausibile: al cuore non si comanda! “Il verbo amerai non è seguito dal complemento oggetto, ma dalla lettera lamed che significa per”. Il versetto dunque andrebbe letto come “amerai per lui quello che ami per te. Non si tratterebbe di un amore diretto alle persone  –  che non è comandabile – ma dell’amore dei suoi diritti che sono come i tuoi. Non solo. La lettera lamed indica anche la verticalità del comando di amare l’altro perché come te creatura divina (il che spiegherebbe perché il versetto termina con Io sono il Signore).

Avete usanze barbare, come la circoncisione. Regole connesse con il corpo e con la vita.
Si stima che globalmente, tra ebrei, musulmani, cristiani copti e quanti lo abbiano fatto per motivi di salute, i circoncisi siano un terzo dei maschi adulti. Così Riccardo Di Segni e Livia Ottolenghi commentano uno dei luoghi comuni più diffusi e attualmente più consumati verso gli ebrei. La spiegazione è naturalmente religiosa, la circoncisione è un adempimento che segna l’appartenenza del nuovo nato alla comunità, con i relativi impegni del caso. Ma la storia della circoncisione è una storia di contrasti e divieti, proprio per minare alla base il senso di appartenenza al popolo ebraico. Tanti gli esempi, da Antioco IV Epifane che la vietò insieme alla celebrazione dello shabbat e quella del capo del mese, fino ad arrivare al 2001 quando cominciano ad essere intentati atti legislativi per regolamentare la circoncisione, di fatto violando la libertà di praticarla, in un mix di atteggiamenti razzisti e di tutela dei diritti umani. E oggi? Regole internazionali e modalità italiane di praticare la circoncisione religiosa tutelano le parti in causa.

Non fare l’ebreo, il rabbino. Usura e denaro.
David Bidussa si occupa di questa espressione così comune quanto è radicata l’immagine dell’ebreo usuraio o comunque morbosamente attaccato al denaro. L’accusa di usura nasce in un particolare contesto e in un tempo preciso, tra il XII e il XIII secolo. “Il prestito a interesse a titolo privato – caso particolarmente scandaloso di usura legato alla crescita economica degli scambi – è svolto nella sua fase iniziale dagli ebrei. Su questo  viene alimentato un pregiudizio che viene a legarsi a pregiudizi antisemiti di altra natura, fortemente radicati nella cultura del tempo”. Bene. Come si smonta questo pregiudizio? “Occorre smontare l’idea che la costruzione del sistema di prestito e del tasso di interesse sia una caratteristica dell’agire economico degli ebrei”.

Dichiararsi antisionisti non vuol dire essere antisemiti. Spiegare il sionismo.
Claudio Vercelli si cimenta in un altro dei luoghi comuni più diffusi e forse maggiormente in uso nel linguaggio parlato. Prima di tutto occorre fare chiarezza su cosa sia il sionismo, quindi affrontare le storture che gli usi impropri del termine hanno finito per entrare nel vocabolario quotidiano. “Il termine sionismo è spesso utilizzato in modo privo di fondamenti per esprimere giudizi sulle forme dell’identità ebraica o peggio sulle politiche di Israele – naturalmente sucettibili in sé di valutazioni analoghe a quelle di ogni altro Stato.Questo rende l’antisionismo un fenomeno mascherato di antisemitismo”. Ecco perché è necessario, come spiga Vercelli, ricondurre il concetto di sionismo agli eventi che lo hanno generato e, forse ancora di più, sottolinearne il carattere ibrido e plurale: legato a diverse connotazioni a seconda dei contesti e delle persone che se ne facevano o se ne fanno interpreti e sempre connesso ai contesti, alle culture e alle trasformazioni generali. A questo pregiudizio se ne associa normalmente un secondo: Gli israeliani stanno facendo ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei. Se ne occupa ancora Vercelli, parlano di demonizzazione al posto di giudizio politico.

Fiona Diwan parla poi degli ebrei nel mondo arabo, nella credenza per cui ci “stavano bene prima che nascesse Israele”; Davide Jona Falco parla del problema del rapporto tra nazionalità e identità a proposito dell’espressione Vi sentite più ebrei che italiani. Questo saggio chiude il volume, quasi in modo circolare: il primo saggio, firmato Saul Meghnagi mette in luce il problema dei concetti di popolo e religione attraverso la convinzione che gli ebrei sono diversi perché hanno le proprie tradizioni e i propri costumi.

Un viaggio interessante, sicuramente utile per creare i presupposti di una società migliore, più tollerante, aperta, informata e consapevole. Buona lettura

L’ebreo inventato a cura di Raffaella Di Castro e Saul Meghnagi, pp. 312, 18 euro, Giuntina.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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