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Cultura
Leonard Cohen, una mostra al Jewish Museum di New York

Un’interessante esposizione sul concetto di ispirazione, mette in scena i lavori di altri artisti dedicati al musicista poeta di Montreal

Un tributo a Leonard Cohen come musicista, scrittore, poeta e artista. Succede al Jewish Museum di New York che dal 12 aprile mette in scena una mostra incentrata sull’ispirazione, cioè su cos’è stato Cohen per gli altri artisti. Si intitola Leonard Cohen: A Crack in Everything e include lavori commissionati a diversi artisti internazionali, oltre a un viaggio nella sua opera.

Il punto di partenza è senz’altro la musica di Cohen, così attenta a raccontare l’imperfezione dell’essere umano, accanto a quella ricerca della spiritualità connessa a una sensualità tellurica, declinate poi nei suoi scritti e nei suoi disegni. Così il percorso espositivo è scandito lungo lavori multimediali che consentono al pubblico di immergersi nei suoi brani più famosi, reinterpretati da musicisti come Lou Doillon, Feist, Moby, The National with Sufjan Stevens, Ragnar Kjartansson e Richard Reed Parry, per poi approdare al lavoro di George Fok, Passing Through. Ovvero, un viaggio attraverso momenti speciali che hanno segnato la carriera musicale di Cohen e la memoria collettiva, proprio a raccontare la presenza scenica del musicista e cantautore.

I’m Your Man (A Portrait of Leonard Cohen) (2017), un’installazione video di Candice Breitz, che ha invitato 18 fans di Cohen a interpretare e registrare in uno studio professionale la propria versione di I’m Your Man (1988), cui ha partecipato anche il Shaar Hashomayim Synagogue Choir, un coro maschile della sinagoga di Montreal, la città natale di Cohen.

Cuba in Cohen (2017), di Christophe Chassol è un lavoro interessante. Il musicista mette in musica alcuni estratti del recital del 1964 in cui un giovanissimo Leonard Cohen recita la sua poesia The Only Tourist in Havana Turns His Thoughts Homeward. Chassol utilizza una clip del film documentario Ladies and Gentlemen . . . Mr. Leonard Cohen, prodotto da National Film Board of Canada nel 1965. Ma non basta. Durante la 57esima Biennale di Venezia Chassol, dal padiglione della Francia, ha invitato diversi artisti a reinterpretare questo lavoro melodizzato. Il risultato? Chassol lo definisce un ultrascore nato dall’applicazione di tecniche di armonizzazione vocali agli estratti del reading di Cohen. Le singole sillabe poi vengono isolate e sincronizzate in un arrangiamento musicale.

Depression Chamber (2017) di Ari Folman è invece un incontro intimo del pubblico con la personalità di Leonard Cohen. Si entra uno alla volta in una stanza buia per un faccia a faccia con i demoni della depressione, fino a lasciare spazio al Famous Blue Raincoat, quel mitico imperbeabile blu, che, da solo, canterà alcune canzoni mentre i testi vengono proiettati sulle pareti, quasi nuovi simboli del risultato di un lavoro introspettivo.

The Poetry Machine di Janet Cardiff e George Bures Miller è una sorta di juke-box poetico, allestito su materiali antichi. Ovvero, un organo Wurlitzer amplificato da vecchie casse, distribuisce la voce di Cohen mentre legge le sue poesie raccolte in Book of Longing: ogni tasto dell’organo corrisponde a una diversa poesia.

Legendary Reality (2017) di Jon Rafman è un film di fantascienza che ritrae i ricordi di un narratore solitario imprigionato nella sua stessa mente. Il risultato è uno stream of consciousness al limite del distopico, in cui il racconto è intervallato da immagini di paesaggio e di videogames: un viaggio enigmatico nell’animo di un uomo.

Ear on a Worm (2017) di Tacita Dean dall’espressione tedesca Ohrwurm, l’artista si riferisce a quelle canzoni che, una volta ascoltate, non se ne vanno più dalla testa e si continuano a canticchiare. A volte quelle parole si riattivano attraverso il meccanismo dell’associazione di idee, come la suggestione di un fringuello seduto, in attesa di volare via.

The New York Times, Friday, November 11, 2016 di Taryn Simon gioca sulle coincidenze: il necrologio della morte di Leonard Cohen pubblicato sul New York Times si trovava proprio sotto all’articolo che annunciava il primo incontro tra Barak Obama e il neoeletto presidente Donald Trump.

Ah, dimenticavo: il titolo. Si tratta di un verso del brano Anthem, pubblicato nel disco The Future del 1992:

Ring the bells that still can ring

Forget your perfect offering

There is a crack, a crack in everything

That’s how the light gets in.

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Leonard Cohen: A Crack in Everything, una mostra curata da John Zeppetelli e Victor Shiffman con il Musée d’art contemporain de Montréal (MAC), è aperta dal 12 aprile all’8 settembre al Jewish Museum di New York. La mostra poi si sposterà a Copenhagen e San Francisco.

 

 

 

 

Micol De Pas
Web content manager

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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