Cultura
“Lettera di amore e assenza”, racconto poetico epistolare di Sarai Shavit

Una poesia in forma di prosa che ha sullo sfondo la storia letteraria di Israele. La recensione

È appena uscito per Neri Pozza, la casa editrice che in Italia ha già publicato diversi autori israeliani come Nevo e Gundar Goshen, Lettera di amore e assenza di Sarai Shavit, traduzione di Sarah Kamisnky e Maria Teresa Milano. Sulla fascetta proprio Nevo la definisce “la star della nuova letteratura israeliana”. Poco più che quarantenne, Shavit ha già un curriculum versatile e di tutto rispetto: poetessa, conduttrice televisiva, editor curiosa di letterature altre (sta imparando l’italiano), curatrice di festival. Anche questo primo libro pubblicato da noi è di difficile definizione: è prosa, è poesia? Forse un piccolo poema in prosa o un racconto poetico? Ma è poi essenziale collocare i libri in un genere o la voce di uno scrittore è bella in sé e per sé, perché traversa le strutture e ci attraversa con la sua potenza espressiva?

Anche visivamente, nelle pagine che scorrono possono esserci poche frasi, quasi una composizione lirica, come narrazioni più fitte e compatte. Le parole sono sempre scelte, distillate e fanno scoprire al lettore l’importanza del ritmo, della musica e della suggestione della storia. La vicenda copre un arco temporale di venti anni e viene narrata in prima persona da una protagonista femminile sotto forma di epistolario con un uomo amato. Lei all’inizio del libro è ormai una donna matura, lui un vecchio scrittore che ha conosciuto il successo e ora vede scemare la sua notorietà. Ripercorrono il loro rapporto, partendo da quando lei poco più che ventenne lo incontra, lo cerca, forse ha bisogno di lui per far procedere la sua scrittura; lui è sposato, resiste, si nasconde, sfugge. Poi è lei che lo abbandona. E le parti si invertono in questa danza di amore, appunto, e di assenza perché l’amore non verrà mai vissuto veramente, resterà qualcosa di incompiuto e di mentale, le vite resteranno quasi sempre parallele senza incontrarsi e definire un qualcosa.

I due personaggi hanno delle somiglianze, lei è orfana da tempo (come Shavit, che ha perso il padre a sei anni e la madre a diciassette, tutti e due per un cancro), la madre di lui muore durante la relazione, il lutto rappresenta la prima grande ferita. Lei insegna a lui cosa vuol dire essere orfana, cavarsela da sola. A lui che ha sempre avuto un riflettore puntato, una vita facile, un pubblico adorante. A lui che non conosce le ombre della solitudine e dell’assenza.

In questo libro c’è un altro grande assente, tanto per tornare al titolo: Israele. La vicenda potrebbe ambientarsi ovunque. Ma è presente nelle voci, nei ritmi, nella tensione, nell’urgenza. E anche nello scontro tra generazioni di scrittori, sembra suggerirci l’autrice. Sembra infatti che si confrontino due vocazioni letterarie diverse: il passato, rappresentato da lui, è il vecchio Israele, maschile, la terra degli Oz, degli Yehoshua, della letteratura mainstream, totalmente incentrata sulla memoria e le radici; il presente incarnato da lei è il femminile, fluido, incentrato sulla verità cruda dei sentimenti, anche sulla rabbia e sul dolore; un femminile abituato a combattere per avere una visibilità non scontata in una società – letteraria e reale – che solo apparentemente è moderna e all’avanguardia. Israele non c’è e gli scrittori ne sono orfani, ma in fondo è anche un genitore ingombrante, con le sue guerre, la sua faticosa identità, per cui prendere le distanze alla fine è un bene, serve a far emergere così soltanto le parole, i sentimenti, le emozioni, la nudità dell’essere umano che si racconta senza protezioni e ideologia.

E in fondo tutti gli scrittori sono orfani per poter essere vulnerabili e aperti al mondo che li circonda, in ascolto, pronti a reagire ai battiti del cuore, degli altri, di se stessi, della vita.

Sarai Shavit, Lettera di amore e assenza, traduzione di Sarah Kamisnky e Maria Teresa Milano, Neri Pozza, pp.192, 14,50 euro

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti, scrittrice e drammaturga, è una delle autrici italiane più rappresentate all’estero. Insegna scrittura teatrale e auto­biografica e collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Con La Giuntina ha pubblicato L’acrobata e Forse mio padre, romanzo vincitore del Premio Mondello Opera Italiana, Super Mondello e Mondello Giovani 2021. Con Guanda nel 2022 pubblica Una casa in fiamme.

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