L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Lo scisma dei caraiti e il dilemma delle due Torot

Storie intorno a una storia che comincia nell’ottavo secolo. In un nuovo libro

Un recente libro, apparso nella prestigiosa collana Littman Library of Jewish Civilization, intitolato Karaism, di cui è autore Daniel Lasker, offre l’occasione di ripensare uno dei capitoli più complessi e ancora poco conosciuti e compresi della storia ebraica: la nascita del movimento caraita, frutto di un doloroso scisma destinato a lasciare profonda traccia nel giudaismo rabbinico medievale. La percezione che ne possiamo avere noi oggi è falsata da un dato demografico e culturale che Lasker riassume così: “Il giudaismo caraita è ridotto oggi allo 0,3% dell’intera popolazione ebraica mondiale e ciò che ne resta in Israele non è riconosciuto affatto come ‘ebraico’, non ha supporti governativi ed è in più attorniato da forti pregiudizi”. Tuttavia non è sempre stato uno ‘zero virgola’, anzi! Quando il fulcro dell’ebraismo si trovava in Babilonia, nel VIII secolo (e Baghdad era la New York dell’epoca, piena di istituzioni ebraiche), la questione caraita divampò come un incendio in un pagliaio, e nei secoli successivi restò una cartina di tornasole per capire chi era eretico e chi no.

Ancora nel XI e XII secoli, due giganti di quello che cominciò ad essere chiamato ‘rabbanismo’ (proprio in contrapposizione al caraismo) come Yehuda HaLevi e Maimonide dovevano ancora difendersi dagli attacchi caraiti e spiegare in cosa consistesse la differenza tra i due gruppi, che visti dall’esterno – ossia agli occhi del mondo musulmano – non erano affatto diversi, se non in alcuni dettagli che chiamiamo halakhici. Ebbene, la differenza principale sta esattamente qui: i caraiti non riconoscevano il valore rivelato e dunque religiosamente vincolante dell’halakhà elaborata dai rabbini in quanto Torà orale, e si attenevano soltanto (nei limiti del possibile) alla Torà scritta, l’unica Torà a loro dire data dal Signore benedetto a Mosè sul monte Sinài. Il rifiuto della ‘legge che è sulla bocca’, la Tradizione appunto, produsse nel tempo un giudaismo che andò via via allontanandosi da quello legato a e derivato dalla Mishnà e dal Talmud nonché da ciò che sarà definita (a partire dall’800) l’ortodossia rabbinica. Eppure, dal loro apparire sulla scena storica fino a tutto il tardo evo medio, i caraiti ebbero nel mondo ebraico un enome impatto a livello culturale: furono davvero un anello vitale di congiunzione e mediazione tra ebraismo e mondo islamico, stimolando i rabbanim a recuperare una conoscenza diretta e più profonda con il Miqrà, la Scrittura che sta alla base della loro tradizione, i cinque libri di Mosè, sviluppando strumenti tecnici come grammatica e filologia che, nell’età della codificazione talmudica, erano stati trascurati. Con un paradosso si potrebbe dire che il giudaismo è diventato ‘rabbinico’ proprio grazie ai caraiti. Ma come nacquero, chi li ‘fondò’ e soprattutto quali furono i veri nodi del contendere nonché dello scisma?

Cominciamo dal loro nome. I termini caraismo e caraita derivano dalla radice verbale semitica qara’ (qof-resh-alef), comune a ebraico e arabo, da cui vengono sia Corano sia Miqrà, a significare chiamata/lettura e per estensione anche Scrittura, in quanto il testo sacro per antonomasia viene letto pubblicamente. Furono dunque chiamati ‘caraiti’ dai loro avversari perché ritenuti sostenitori di una centralità gerarchica della scrittura rispetto all’oralità della tradizione rabbinica. Quando al loro sorgere, secondo lo storico Leon Nemoy, “stando alle fonti tradizionali [del XII secolo!] il fondatore del caraismo sarebbe stato un aristocratico rabbino babilonese di nome ‘Anan ben David, il quale, nella seconda metà del VIII secolo, era il primo nella linea di successione alla carica di esilarca [il capo laico della comunità diasporica irachena; i leader religiosi erano i gheonim] ma non venne eletto perché sospettato di tendenze eretiche e fu rimpiazzato da un suo fratello minore. A causa di questo smacco, ‘Anan si dichiarò capo del gruppo dissidente, detti degli ananiti, andando a formare il nucleo di quella che successivamente sarà la setta caraita. Dietro questa versione ufficiale ci stanno però ragioni più complesse: una grande frammentazione dottrinale che generava conflitti, disparità economiche, un risentimento della base ebraica nei confronti del vertice amministrativo, aspirazioni frustrate dal nuovo governo islamico rivelatosi non meno avido e vessatorio di bizantini e zoroastriani… Nel X secolo lo scisma caraita si estese a tutte le comunità dell’area mediterranea, fungendo da catalizzatore dello scontento e delle disillusioni, fino a diventare scontro diretto grazie agli attacchi inferti da un gaon estremamente erudito e politicamente abile, il rabbino-filosofo Saadya, attacchi tesi a contrastare la vena proselitistica e sempre più anti-talmudica degli scismatici.

Ciò non impedì ai caraiti, un secolo dopo, di aprire loro accademie e sinagoghe persino a Gerusalemme e al Cairo (Maimonide li considerava ebrei che sbagliavano). Più tardi si diffusero in Crimea, Armenia, Lituania e Polonia, sebbene il loro centro restò per secoli Costantinopoli, la capitale dell’impero ottomano. Molti caraiti erano probabilmente discendenti dei mitici khàzari, forse di etnia turca, tra i quali dovevano esercitare molta influenza, stando a quel che ne scrive Yehudà HaLevi nel suo dialogo apologetico Il re dei Khàzari. Lo sfaldarsi di quell’impero e la russificazione di molti paesi in cui erano fioriti segnarono tra XIX e XX secolo un netto declino di questa minoranza, che era andata sempre più allontanandosi della sua originaria identità ebraica. Si calcola, con molta approssimazione, che oggi restino circa ventimila caraiti sparsi tra Israele, Americhe ed Europa.

Come accennato, i caraiti ebbero un momento d’oro di produzione letteraria nel X secolo, allorché eccelsero nel recepire il kalam ovvero la teologia razionale islamica, che applicarono allo studio logico-grammaticale delle fonti bibliche. Yaqub al-Qirqesani è lo studioso caraita a noi più noto, autore di un esteso commento giuridico-filosofico al Pentateuco: scritto in arabo, esso tratta dei classici temi della filosofia medievale come la creazione ex nihilo, la prescienza e la provvidenza divine, il libero arbitrio. Oltre a grammatiche e opere filosofiche, i caraiti produssero i primi codici di leggi e svilupparono una vasta letteratura poetica. Non è chi non veda come ciò ebbe un’enorme influenza sul coevo mondo rabbinico sefardita, specie nel Maghreb e nella penisola iberica.

Moltissime le domande (ri)sollevate dallo studio di Daniel Lasker, che fa ora il punto dopo una schiera di eccellenti ebraisti dedicatisi allo studio del caraismo nel corso del XIX secolo (Avraham Firkovitch, Mordechai Sultansky, Samuel Poznanski…). E restano per lo più domande aperte, senza risposte definitive: erano già ‘caraiti’ i sadducei, l’upper class abbiente e sacerdotale del I secolo dell’era comune? Quanto pesarono le ambizioni politiche nello scisma di Baghdad e quanto invece le dispute religioso-rituali (ad esempio: la fissazione del calendario liturgico)? I caraiti rigettavano davvero l’approccio interpretativo al Testo sacro oppure contestavano soltanto l’autorità dei gheonim, dei capi-scuola delle accademie talmudiche? Si può davvero ‘leggere’ il Testo senza una qualche ‘tradizione orale’ e senza fare i conti con la cultura circostante? Dulcis in fundo: al monte Sinài, Mosè ha ricevuto un’unica Torà oppure due Torot, quella scritta e quella orale? Comunque si valuti il caraismo, esso resta emblematico di conflitti e approcchi che si sono sempre ri-presentati nel corso del giudaismo. Quali lezioni possiamo ancora apprendere da quel lungo capitolo di storia ebraica?

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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