L'agenda di Joi
Hebraica
L’olivo, l’albero, il simbolo

“Olivo florido e carico di frutti splendidi ti aveva chiamato il Signore”, dice Geremia paragonando il popolo di Israele a un albero di olivo piantato da Dio con cura

“Noè mandò fuori la colomba per vedere se le acque erano diminuite dalla superficie del suolo. Ma la colomba non trovò un luogo dove posarsi e tornò nell’arca perché sulla superficie di tutta la terra c’era acqua; allora Noè stese la mano e la prese, riportandola all’interno dell’arca. Aspettò ancora sette giorni, poi la fece uscire di nuovo. La colomba tornò verso sera portando nel becco un ramoscello verde d’olivo”. È questo, nel libro di Bereshit/Genesi, il primo celeberrimo passo della Torà in cui troviamo menzione dell’olivo. Il ritorno della colomba con il rametto di olivo annuncia la discesa del livello delle acque, dunque la possibilità per gli uomini di tornare a popolare la terra, ed è preludio al patto tra Dio e Noè. Per questo colomba e olivo sono divenuti simboli di pace e dell’alleanza di Dio con l’intera umanità (https://www.joimag.it/una-costituzione-per-lumanita-tutta/).

È difficile stabilire quando gli uomini abbiano cominciato a raccogliere i frutti degli olivi selvatici, o olivastri. In ogni caso la pianta è stata domesticata nel IV millennio a.e.v. nell’area del Mediterraneo orientale, probabilmente tra la Siria meridionale, il Golan e la Samària, regioni in cui sono state rinvenute numerose tracce di olive e olio, giare per la conservazione e resti di legno d’olivo lavorato. In alcune antiche tavolette scoperte a Ebla, in Siria, si fa già riferimento a multe comminate a chi vende olio avariato, segno non solo di una civiltà urbana che progressivamente impone la propria centralità rispetto alle campagne, ma anche dell’espansione della coltura. La coltivazione dell’olivo si diffonde rapidamente, divenendo di primaria importanza nella maggior parte delle terre affacciate sul Mediterraneo. È ben nota la rilevanza dell’olivo nell’economia, nella letteratura e nel mito greco, come risulta fin dai poemi omerici: in una celebre scena dell’Odissea, per esempio, il letto nuziale intagliato da Ulisse nella radice di un grande olivo, intorno al quale l’eroe ha poi edificato l’intero palazzo, diventa elemento che permette il riconoscimento con Penelope, la sposa che non vede da vent’anni. Secoli più tardi trattatisti latini come Catone, Columella e Plinio dedicano ampio spazio alla descrizione della pianta, del frutto e degli usi che gli uomini possono farne, dilungandosi in pagine ricche di suggerimenti e consigli.

Nel Tanakh la parola zait, ulivo, compare una quarantina di volte; in altri casi si parla di etz shemen, albero dell’olio, con l’utilizzo di una parola che rimanda all’area semantica di ciò che è fertile, ubertoso, grasso e anche profumato, come vedremo in un prossimo articolo. Il termine zait fa riferimento in alcuni casi all’albero di olivo, in altri all’uliveto, in altri ancora alle olive; ha spesso significato concreto, denotando la pianta o i suoi frutti, ma in alcuni passi assume il valore di simbolo. A Gerusalemme, a oriente della città vecchia cinta, si innalza un colle chiamato fin dal libro di Samuele “monte degli olivi”; da secoli sul pendio che conduce alla sommità del colle si estende un vasto cimitero perché, sulla scorta della profezia contenuta nel libro del profeta Zecharià, è questo il luogo dove comincerà l’era messianica; il monte degli ulivi, più volte menzionato nel Nuovo Testamento, ha grande importanza inoltre per i cristiani, che non a caso hanno costruito proprio lì numerose chiese visitate da pellegrini di tutto il mondo.

L’olivo è un albero resistente, che ben si adatta a terreni rocciosi e che può vivere per centinaia e talvolta per migliaia di anni, come esemplificato dai bellissimi esemplari nell’orto del Getsemani vicino alla Chiesa delle Nazioni, alle pendici del monte degli ulivi a Gerusalemme. Della pianta può essere utilizzato il frutto ma anche il legno nodoso, non facile da tagliare e intagliare ma ottimo da ardere e per la costruzione di attrezzi e mobili. In inverno rallenta ma non esaurisce il processo di crescita e non perde mai le foglie verdescuro opaco sul recto e argentate sul verso. Bellezza, gioia e festa, pace, alleanza, prosperità e fecondità, vitalità e resistenza sono solo alcuni dei significati simbolici che assume nella tradizione ebraica antica. Nell’Apocalisse di Mosè, come in altri testi ebraici, cristiani e gnostici di epoca romana, lo stesso albero della vita dell’Eden viene identificato con l’olivo. Il secondo libro di Enoc sintetizza la concezione apocalittica con quella rabbinica e descrive “l’aspetto dell’olio più splendido di una grande luce, il suo unguento una rugiada benefica”.

C’è una favola nel libro dei Giudici che esalta l’olivo come re degli alberi. Le piante infatti, nel racconto, dibattono su quale di loro debba attribuirsi l’onore di ungere il re d’Israele e, di conseguenza, regnare sul mondo vegetale. L’olivo viene interpellato per primo dagli altri alberi ma rifiuta perché, come dice, “dovrò forse rinunciare al mio ricco frutto, l’olio, con cui si onorano Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?”. Allora gli alberi si rivolgono al fico e alla vite, che a propria volta rifiutano adducendo motivazioni analoghe. Infine domandano al rovo “di regnare su di noi”; il rovo accetta promettendo di dare ombra, e con questo la sorte della monarchia di Israele è segnata. La favola, che enuncia una tesi antiregale attraverso immagini vegetali, descrive l’olivo come il re legittimo di tutti gli alberi che si nega, consapevole della pericolosità della monarchia, mentre il rovo, che non dà ombra nonostante le vane promesse, soffoca le altre piante e alletta con frutti dolci circondati però da spine, diventa emblema della rovina del regno sconvolto da guerre civili. All’attributo di regalità riconosciuto all’olivo va affiancato quello di santità. Nella visione della menorà del profeta Zecharià (https://www.joimag.it/la-menora-breve-storia-di-un-simbolo/) viene descritto “un candelabro tutto d’oro con una sfera sulla sua cima, e sopra di questa sette suoi lumi, e sette canali, uno per ciascuno dei lumi che vi sono sopra, e presso di essa due olivi, uno a destra e uno a sinistra della sfera”. Che cosa significano i due olivi, che per inciso compaiono sullo stesso stemma ufficiale del moderno stato di Israele a fianco della menorà? “Non sai che cosa significano? – prosegue il profeta – No, mio signore. Prese allora a dirmi: sono i due unti [naturalmente con olio di oliva] che stanno presso il Signore di tutta la terra”, cioè Zerubavel, discendente di David, e il sommo sacerdote Giosia.

Nel Tanakh l’olivo viene spesso citato insieme ad altre specie della terra d’Israele. Per esempio nel libro di Nehemià si invitano gli ebrei tornati da Babilonia a condonare i debiti e rendere senza indugio campi, vigne, oliveti e case, rinunciando all’interesse maturato nei confronti dei debitori su tre categorie di prodotti considerati essenziali come grano, vino e olio. L’olivo fa parte delle sette piante enumerate nel Deuteronomio/Devarim come tipiche della terra d’Israele insieme a grano, orzo, vite, fico, melograno e dattero. In molti casi l’olivo viene accostato alla vite e in alcuni passi alle due piante si aggiunge il grano. Il profeta Chaggai invita il popolo a riflettere sulle sventure subite – vento caldo, siccità, grandine -, nonostante le quali “non siete tornati a me, dice il Signore”. “C’è forse frumento nei granai? La vite, il fico, il melograno e l’olivo non hanno ancora dato frutto? Ebbene, da questo giorno vi benedirò” così che possiate prosperare con i prodotti della terra.

L’olivo viene anche menzionato per il suo legno prezioso come materiale da costruzione. Nel primo libro dei Re si dice che Salomone, sulla base delle precise indicazioni divine, usa legno di olivo per i due cherubini “alti dieci braccia” collocati nella cella più interna del Tempio, il cosiddetto sancta sanctorum, e ricoperti d’oro. Lo stesso materiale viene scelto per la porta della cella e per l’ingresso del santuario, i cui battenti raffiguranti cherubini, palme e ghirlande di fiori vengono anch’essi laminati in oro. Dopo quello di cedro e di cipresso, dunque, il prezioso legno d’olivo è il terzo a essere impiegato nella costruzione del Tempio di Gerusalemme. L’olivo non è però utilizzato solo per il grande edificio segno stabile  della presenza divina, ma anche per costruzioni fragili e provvisorie per eccellenza, ricordo della vita incerta nel deserto. Nel libro di Nehemià, dove si parla dell’istituzione di Sukkot, la festa delle capanne, vengono citate le specie vegetali con i cui rami costruire le precarie dimore: zait (olivo), etz shemen (forse olivastro, ma l’identificazione non è sicura: alla lettera “albero dell’olio”), mirto, palma e albero frondoso (forse una varietà di mirto).

In una società essenzialmente agricola, l’olivo e il suo frutto, con la vite e il grano, rappresenta la ricchezza. Tra le maledizioni elencate in Devarim “se non ascolterai la voce del Signore tuo Dio, osservando tutti i suoi precetti e i suoi statuti che io ti comando oggi” non possono mancare riferimenti alle tre colture, che ancora una volta vengono considerate insieme: “Molta sementa spargerai nei campi, ma raccoglierai poco perché le cavallette divoreranno i grani. Pianterai vigne e le curerai, ma non berrai vino e non lo conserverai, perché i vermi le roderanno. Avrai olivi in tutto il tuo territorio, ma non ti ungerai con l’olio perché le tue olive cadranno prima di essere mature”. Per annunciare la calamità che sta per colpire Israele, Chavacuc profetizza che “il fico non fiorirà, la vite non darà germoglio, il raccolto dell’olivo sarà magro, i campi non produrranno, il bestiame minuto e grosso sparirà dagli ovili e dalle stalle”. Quando, infine, Samuele si vede costretto dall’insistenza degli anziani di Israele a scegliere un re “come hanno tutti gli altri popoli”, il profeta avverte il popolo che il monarca che tanto desiderano “prenderà le parti migliori dei vostri campi, delle vostre vigne e dei vostri oliveti per consegnarli ai suoi ministri”. Ma olivo, vite e grano sono non solo la ricchezza che si può perdere, ma anche quella attraverso cui può realizzarsi la giustizia sociale. Come prescrive Devarim, “quando mieterai il tuo campo e avrai dimenticato un covone, non tornare indietro a raccoglierlo: lascialo per lo straniero, l’orfano e la vedova perché ti benedica il Signore tuo Dio in ogni azione che compi. Quando bacchierai il tuo olivo, non tornare indietro a ripassare i rami: le olive rimaste saranno per lo straniero, l’orfano e la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornare a racimolare il rimanente: sarà per lo straniero, l’orfano e la vedova. Ricorda che sei stato schiavo in terra d’Egitto: perciò ti comando di fare questo”. Allo stesso modo, descrivendo la mitzvà dell’anno sabbatico che prescrive il riposo della terra e di ogni attività ogni settimo anno, Esodo/Shemot specifica che “non raccoglierai i frutti della terra affinché ne godano gli indigenti del tuo popolo, e quello che rimane venga mangiato dagli animali selvatici. Altrettanto farai per la tua vigna e per i tuoi olivi”.

Abbiamo visto, a proposito dei luoghi testuali in cui si parla di olivo come concreto albero, alcuni passaggi che alludono al valore simbolico della pianta sempreverde. Prenderemo adesso in considerazione passi in cui il significato simbolico è il principale. “Olivo florido e carico di frutti splendidi ti aveva chiamato il Signore”, dice Geremia paragonando il popolo di Israele a un albero di olivo piantato da Dio con cura. Ma adesso, “a causa del male commesso dalla casa di Israele e dalla casa di Giuda per provocarmi offrendo incenso a Baal”, “il Signore degli eserciti ha decretato la sventura contro di te”. E così, “con il fragore di un grande schianto, appicca il fuoco alle sue foglie, saranno spezzati i suoi rami”. Secoli più tardi, nel midrash, l’olivo tornerà a farsi metafora del popolo di Israele, questa volta però con un significato positivo: come le olive vengono raccolte e frante solo quando, ben mature, cominciano a raggrinzire, così il popolo di Israele, una volta circondato da nemici, oppresso e disperso si pentirà e tornerà all’osservanza della legge. Le qualità riconosciute all’olivo e alla vite – vitalità, fecondità, bellezza, tenacia – ricorrono in numerose pericopi. Nel salmo 52 il poeta si paragona a “un olivo verdeggiante nella casa di Dio. Ho confidato nella fedeltà di Dio, ora e sempre”. Così il forte olivo, le cui radici nodose affondano in profondità nel terreno, diventa emblema della fedeltà e della fiducia, ma anche della consapevolezza di chi sa che non può contare unicamente su se stesso. La bellezza dell’albero, cui viene fatto riferimento anche nel Cantico dei cantici, nel libro di Oshea diventa motivo di una nuova identificazione con il popolo di Israele. Quando questo sarà tornato al Signore, esclama il profeta, “si stenderanno i suoi rami, il suo splendore sarà come quello dell’olivo, il suo profumo come quello dell’albero del Libano”.

La longevità e la saldezza dell’albero viene rovesciata nel libro di Giobbe, dove la distruzione dell’olivo e della vite indicano la sorte che spetta all’empio: “Ancora immaturo avvizzirà, i suoi rami non rinverdiranno […] sarà spogliato come la vigna delle sue uve ancora acerbe e perderà come l’olivo i suoi fiori” così da non poter dare frutti, con allusione forse alla perdita, per il malvagio, della possibilità di generare una discendenza. Un quadro di segno opposto viene ritratto nel salmo 128, in cui si dice che colui che teme il Signore e rispetta le mitzvot verrà ricompensato con la gioia degli affetti famigliari e la fecondità della propria casa: “Felice l’uomo che teme il Signore e che cammina sulle sue vie. Vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e vivrai di ogni bene. Tua moglie sarà come una vite fruttifera all’interno della tua casa, i tuoi figli come virgulti di olivo intorno alla tua tavola”. Dare vita a figli che siano come germogli di olivo, in grado di rinnovare il tronco e far vivere l’albero per centinaia e forse migliaia di anni, è forse il migliore augurio e la migliore promessa che gli uomini possano ricevere.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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