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Cultura
Luis Sepùlveda, un ricordo dello scrittore appena scomparso

Narratore combattente, tra romanzi, favole e poesia

Non ce l’ha fatta Luis Sepulveda, se n’andato a soli 70 anni questo scrittore prolifico, questo uomo gentile con un bel viso dai tratti andini, spesso ritratto nelle fotografie insieme all’amatissima moglie. Era conosciuto a livello popolare soprattutto per i suoi racconti brevi e i libri per ragazzi dove animali parlanti e saggi come gatti e gabbianelle sono portatori di valori di giustizia, democrazia e uguaglianza. In questi giorni sui social abbondano le citazioni tratte dal suo libro più famoso e amato da grandi e bambini, omaggi affettuosi ad un autore da tutti percepito come figura familiare, quasi un amico entrato in tante case.

Ma sarebbe veramente uno spreco ridurre la personalità e l’opera di Sepulveda soltanto a quelle fiabe, seppur bellissime. Sepulveda è stato innanzitutto uno scrittore politico: per quei valori ha lottato veramente, pagandone le conseguenze in prima persona. Attivista al tempo della dittatura (faceva parte della guardia di Allende), condannato al carcere da Pinochet per ventotto anni, riuscì poi a lasciare il paese mettendosi in salvo ma continuando a soffrire, come tutti gli esuli privati della patria, per chi era rimasto e consumandosi impotente nella lontananza. “L’ombra di ciò che abbiamo fatto e di ciò che siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione”, dice in uno dei suoi romanzi più recenti, La fine della storia dove il protagonista Belforte, suo alter ego, rivive la ferita del passato e rimette in gioco la memoria, riprendendo le fila di una narrazione che ha dovuto interrompersi con l’esilio. Mi sembra un libro importante da citare qui per ricordarlo, c’è tanto della sua vicenda autobiografica dentro. La trama è complessa, una specie di thriller di fantapolitica; ma la figura dominante è il miserabile Miguel Krasnoff, il torturatore di Villa Grimaldi, che alcuni nostalgici di origine cosacca vorrebbero liberare dal carcere dove è rinchiuso. Tutti i personaggi, protagonista compreso, dovranno affrontare le loro ombre perché la storia, ci dice l’autore, non è ancora conclusa e non lo sarà mai: le sue conseguenze permangono, si nascondono subdole nelle viscere della terra e rinascono sotto forma di terremoto improvviso, devastante e imprevedibile. Purtroppo, mi verrebbe da dire, i fatti recenti lo hanno dimostrato: la rimozione forzata porta soltanto a un ritardo di elaborazione, ma la violenza sopita è destinata a esplodere. La storia non è finita sicuramente per Veronica, la moglie di Belforte, torturata brutalmente da Krasnoff, salva perché ritenuta morta e abbandonata in una discarica proprio come la moglie dell’autore, la poetessa Carmen Yanez. Eppure sarà lei, Veronica, a ritrovare se stessa quando, costretta a uscire dalla depressione e coinvolta nell’intrigo, avrà il coraggio di sostenere lo sguardo del suo persecutore senza paura. E in qualche modo lo stesso processo avviene in corso d’opera allo scrittore che con questo libro schietto e autobiografico si riappropria del suo passato, della sua dignità, della sua identità, della passione per quegli ideali di giustizia e libertà che nascono dal sangue versato insieme a tanti compagni di lotta, ideali a cui non ha mai smesso di credere.

Un altro libro recente che rivela un aspetto importante di Sepulveda, la sua passione per l’ambiente, è un racconto breve, Storia di una balena raccontata da lei stessa: un racconto morale come quelli di Fedro e di Esopo, che mettono gli uomini davanti ai loro difetti e alle loro miserie come in uno specchio. Lo spunto è lo stesso di Moby Dick, l’avvistamento di un capodoglio davanti all’isola cilena di Mocha. Ma stavolta è la balena a parlare in prima persona. Non è un mostro animato dalla sete di vendetta come nel romanzo di Melville ma un custode, un guardiano che protegge  il viaggio che devono fare dopo la morte i Lafkenche, la gente del mare, le cui anime vengono trasmigrate nell’isola di fronte. Lafkenche è uno dei nomi dei Mapuche, popolo antichissimo che vive in Cile, che da millenni viene perseguitato, oppresso, privato della sua terra. Anche adesso nella legislatura cilena odierna una vecchia legge voluta da Pinochet imprigiona gli attivisti che rivendicano i loro diritti marchiandoli come terroristi. L’autore si è sempre sentito loro vicino, non solo perché sua madre è una Mapuche ma perché rappresentano il cuore e la memoria antica del Cile, un patrimonio umano che rischia di scomparire per colpa degli interessi economici e l’avidità delle multinazionali. Anche in questa storia viene rappresentata un’umanità meschina, squallida, che non ha neanche la grandezza della cattiveria di Achab e del suo equipaggio, che non capisce la potenza, la bellezza della natura e uccide le balene per l’olio, il grasso, per cose futili, per ignoranza e stupidità. Torna in mente una frase di Osvaldo Soriano, amico di Sepulveda: “Si scrive per abitare nel cuore della gente migliore”. E questo ha fatto tutta la vita Sepulveda. Ci ha rammentato la possibilità del bene, davanti al pericolo della malvagità. Quella grande balena spiaggiata che apre il suo racconto, divorata dal mare e dai parassiti, è proprio lui, lo scrittore combattente che ha affrontato le tempeste della storia e che ha ancora voglia di raccontarla, di difendere chi è fragile e rischia di essere sopraffatto dalle prepotenze. Che ci dice che non solo le balene ma anche gli uomini rischiano l’estinzione, come ammoniva ne Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, ispirato all’esperienza fatta in Amazzonia a contatto con gli Indios.

Una curiosità: dopo essere stato liberato dal carcere, Sepulveda poteva scegliere la Svezia dove gli era stata promessa una prestigiosa cattedra di drammaturgia e dove sarebbe stato accolto con tutti gli onori. Invece scelse di andarsene in Brasile, in Paraguay, in Ecuador perché sentiva il bisogno di raccontare chi non poteva avere una propria voce, chi rischiava di subire l’oppressione e di sparire. Le sue ceneri saranno sparse in Patagonia quando sarà possibile organizzare una cerimonia privata. Torneranno alla terra che si portava dentro, come è giusto che sia. Ci resteranno i suoi libri che potremo rileggere per sentirci meno soli quando il mondo si fa freddo e ostile. Lo ringraziamo per averci ricordato il coraggio, la libertà, la bontà che può trovarsi in ogni essere, in ogni creatura, in ognuno di noi. E che il cammino per la giustizia è ancora lungo, una storia non finita, ancora tutta da scrivere.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata”.

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