Hebraica
Radiografia di un matrimonio ebraico

Cinque wedding planner raccontano la loro esperienza nell’organizzazione di uno degli eventi più gioiosi della vita ebraica

Ci troviamo ora nel periodo chiamato Bein ha-Metzarim (lett. “tra le disgrazie, tra le cattive acque”). Si tratta delle tre settimane che vanno dal giorno 17 del mese di Tammuz al giorno 9 del mese di Av, quest’anno corrispondenti all’intervallo di tempo tra il 20 luglio e il 10 agosto: un periodo associato al lutto, in quanto si commemorano la distruzione del Primo e del Secondo Tempio.

Si usa osservare diversi costumi in questo periodo – particolarmente negli ultimi nove giorni e con tradizioni che variano tra ashkenaziti e sefarditi -, accumunate dall’idea di astenersi dal piacere e della gioia: non comprare vestiti nuovi, non tagliarsi i capelli, ecc. Soprattutto, non è permesso celebrare la festa gioiosa per eccellenza: il matrimonio.

Ma cosa vuol dire organizzare un matrimonio ebraico, quali sono le location più richieste in Italia, le situazioni in cui è più frequente imbattersi? Lo abbiamo chiesto a cinque wedding planner che ci hanno raccontato del loro lavoro, da Roma al Nord Italia, con coppie di italiani e di stranieri.

Pianificare l’evento: luoghi, nazionalità, tradizioni

A occuparsi dell’organizzazione di matrimoni ebraici si comincia a volte per caso, come è successo a Cinzia Ciani di Roma, a capo dell’omonima agenzia: “Organizzo eventi dal 1997, ma coi matrimoni ebraici ho iniziato otto anni fa, con amici di amici mi hanno affidato il primo: ero un po’ timorosa perché c’era molto di nuovo da imparare, ma con l’esperienza mi sono specializzata”. Altre volte, invece, si comincia per passione: “Ho da sempre un profondo rispetto e una grande attrazione per l’ebraismo, che non è solo una religione, ma anche una cultura e una tradizione di vita. Così ho cominciato a studiare e ad approfondire, fino a unire due passioni: quella per la cultura ebraica e quella per il mio lavoro di organizzatrice di eventi, che svolgo da quando avevo 18 anni”, racconta Diletta Alliata, anch’ella di Roma, dell’agenzia Diletta Alliata Events.

Roma e i suoi dintorni sono prediletti non solo dalla comunità locale, ma anche da molti stranieri. “Per i matrimoni di stranieri non ebrei, la zona più richiesta è la Toscana”, spiega Elisa Orsetti dell’Agenzia Le Rêve, “ma con la clientela ebraica si lavora più frequentemente su Roma: la presenza della comunità più grande d’Italia fa sì che, anche per gli stranieri, ci siano più servizi e più possibilità di scelta: più alberghi attrezzati per l’accoglienza degli invitati che osservano lo Shabbat, più scelta di ristorazione kasher, più mikvaot aperti per la tevilah della futura sposa, e così via”. La pianificazione, infatti, non si limita alla giornata della cerimonia, ma riguarda anche i giorni che la precedono, con le loro tradizioni ed esigenze. “I clienti stranieri chiedono spesso che mi occupi di organizzare per gli ospiti la cena e l’ospitalità per lo Shabbat che precede il giorno della festa”, dice Cinzia Ciani. “In questi casi ci appoggiamo alle strutture certificate, come l’Hotel Sheraton e l’Hotel Hilton”.

Mentre per quanto riguarda la comunità locale, “Le esigenze possono variare a seconda che si tratti di un matrimonio romano o tripolino”, precisa Diletta Alliata. “Nel primo caso, non può essere tralasciata l’organizzazione della Mishmarà: si tratta di un rituale tipico degli ebrei romani, consistente in una veglia di lettura e studio che viene seguita da un momento conviviale con dolci tradizionali, in particolare la pizza di Beridde (un biscotto decorato con frutta secca e candita) e i biscottini. Precede le occasioni solenni, non solo il matrimonio, ma anche il Bar/Bat Mitzvah e la circoncisione. Nel caso del matrimonio, è organizzato dai genitori della coppia e prevede la partecipazione delle due famiglie e degli amici più stretti. Nel caso di un matrimonio tripolino, invece, in primo piano c’è la cerimonia della Hennà (o Henné), (nella tradizione si celebrava tre giorni prima del matrimonio, la sposa veniva portata in gigo per la città in un corteo con toce e musicanti e poi le venivano tinti i capelli, i piedi e le mani con la henna, l’hennè, ndr), che vuole gli abiti tradizionali per gli sposi, il baldacchino per il loro ingresso, la musica, accessori come le candele e confetti rossi, rigorosamente kasher”.

Ma oltre agli italiani, quali nazionalità scelgono il nostro Paese per il grande giorno? Per i matrimoni ebraici nella zona di Roma, al primo posto ci sono i francesi, dice Cinzia Ciani, seguiti dagli svizzeri. Spostandosi verso Nord, Daniela Galimberti  dell’agenzia Sugar Events di Milano – racconta di ricevere spesso richieste da parte di coppie formate da stranieri e italiani che vivono all’estero. Per Alessia Santa dell’agenzia White Emotions, sempre di Milano, le richieste arrivano prevalentemente dalla comunità riformata newyorchese.

Dell’Italia attrae soprattutto la bellezza, la possibilità di poter celebrare in una location scenografica e percepita come diversa, capace di aggiungere un tocco di originalità. In alcuni casi la scelta di sposarsi all’estero può anche rappresentare un’opportunità per “svincolarsi” da un’organizzazione che in patria sarebbe troppo impegnativa. “Mi sono occupata qualche anno fa di organizzare a Roma il matrimonio della figlia di Richard Prasquier, ex Presidente del Crif (Conseil Répresentatif des Institutions Juives de France): a celebrarlo venne l’allora rabbino capo di Francia Gilles Bernheim insieme al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni”, dice Elisa Orsetti. “In quanto figure istituzionali, è presumibile che a Parigi il numero degli invitati non sarebbe potuto scendere sotto i 700, a stare stretti; scegliendo l’Italia hanno potuto contenerlo”.

Parole chiave: spazio, musica, kasherut per tutti (o quasi)

“Secondo la mia esperienza, le coppie scelgono prima la location e poi mi contattano – avendo trovato la mia agenzia sul web o sui social – per affidarmi l’organizzazione”, dice Alessia Santa. “Le location devono prima di tutto prevedere grandi spazi, per la centralità della musica e del ballo e il grande numero di invitati”. “Siccome è d’uso includere nei festeggiamenti non solo la famiglia, stretta e allargata, ma anche chi fa parte della stessa comunità, i numeri stanno tendenzialmente sui 300, 350, a salire. È possibile che per gli stranieri si rimanga su numeri più piccoli, intorno al centinaio”, conferma Cinzia Ciani.

Spazio per i numerosi ospiti, per l’ingresso di corsa degli sposi nella sala del ricevimento che segna il via ai festeggiamenti, per ballare la hora e le altre danze: un’esigenza, che influenza molto la scelta della location. Tra le più gettonate per la zona di Roma abbiamo Villa Miani, seguita dal Salone delle Fontane, Spazio 900, il Casale dei Pini, il Castello Odelscalchi di Bracciano, Villa Aurelia, il Castello di Tor Crescenza e Casina di Macchia Madama. Per il Nord Italia, troviamo Villa Erba sul Lago di Como, Villa Castelbarco a Vaprio d’Adda, il Regina Palace di Stresa sul Lago Maggiore.

Sul budget di partenza, le wedding planner intervistate concordano su una cifra di 80.000 euro, che può salire verso i 100.000 per i matrimoni di lusso. Cinzia Ciani sottolinea tuttavia che la cifra può variare a seconda delle possibilità ed esigenze della coppia: “Per le coppie che si sposano al Tempio Maggiore di Roma, ad esempio, l’ambientazione è già così bella che non c’è quasi bisogno di decoro floreale. Oppure, su altri aspetti della preparazione i romani possono appoggiarsi alla rete familiare e comunitaria e in questo modo, rispetto agli stranieri, contenere il budget per la wedding planner. Si può trattare su ciascuna voce del budget, tranne che sul catering: con la certificazione kasher bisogna prevedere tra i 140 e i 160 euro a invitato, un prezzo fisso che non varia”.

Alessia Santa osserva invece un’abitudine diversa della comunità riformata di New York: “Sempre più spesso, la kasherizzazione è richiesta solo per un numero limitato di invitati. È un modo per contenere i costi alla luce del fatto che solo una parte degli ospiti è strettamente osservante e che i catering kasher in Italia sono sempre meno. In tale caso avremo due catering, uno più grande non certificato (benché “kasher style”) e un altro più piccolo kasherizzato, con costi diversi. Per il secondo ci affidiamo spesso al Gam di Venezia. Il menu varia secondo le richieste degli ospiti. Gli italiani sono più esigenti e ricercati, è sempre presente il risotto o la pasta ripiena, mentre gli americani chiedono piatti che soddisfino la loro “idea di italianità”: hanno esigenze più semplici, anche se non sempre”. In che senso? “Per esempio, una volta in cui gli sposi hanno voluto gli spaghetti al pomodoro. Posso assicurare che fare uscire cento piatti di spaghetti, tutti uguali, nello stesso momento, buoni e al dente, non è facile!”.

Cerimonie miste?

Riguardo a una nostra ultima domanda, se capitino mai richieste di cerimonie simboliche, – perché diverse dal matrimonio ebraico ortodosso, che ha valore legale in Italia – le wedding planner intervistate si dividono. Rispondono negativamente Cinzia Ciani (“Soprattutto gli stranieri, ci tengono moltissimo ad assicurarsi che sia tutto legale”) e Daniela Galimberti (“Impensabile, si perderebbe il senso del matrimonio ebraico”), mentre Diletta Alliata ed Elisa Orsetti a Roma e Alessia Santa a Milano hanno avuto esperienze di questo tipo.

“Mi è capitato di occuparmi di un matrimonio misto”, racconta Diletta Alliata, “in cui solo lo sposo era ebreo: le nozze sono state celebrate con rito civile, seguite da festeggiamenti in cui si sono volute mantenere le tradizioni più importanti: kippot personalizzate, con il logo degli sposi e la data del matrimonio in italiano ed ebraico, un menu kasher, un momento di balli israeliani ecc.”. Mentre Elisa Orsetti aggiunge: “Ho organizzato i matrimoni misti di due coppie romane, la prima volta nel 2013 e la seconda nel 2016: la sposa ebrea, lo sposo cattolico. Un prete e un rabbino (la prima volta una rabbina italo-americana, la seconda un rabbino inglese, entrambi reform) hanno celebrato insieme sotto la chuppah: da un punto di vista di riconoscimento di fronte allo Stato, si è trattato di fatto di matrimoni civili e concordatari”.

“La pianificazione di una cerimonia mista varia molto a seconda della coppia. Alcune chiedono che mi incarichi di organizzare il rito civile, altre ci pensano per conto proprio e mi affidano solo la parte successiva dei festeggiamenti”, dice Alessia Santa. “I festeggiamenti possono contenere elementi di ebraicità oppure no, dipende tutto dai desideri degli sposi. In uno degli ultimi che ho organizzato, a Villa Arconati, la sposa era ebrea americana e lo sposo italiano cattolico. C’è stato un rituale celebrato da un rabbino, con canti tipici e, benché lo sposo non fosse ebreo, non è mancata la rottura del bicchiere”.

Matrimoni come questo creano fratture nelle famiglie, per il loro essere non convenzionali? Può essere che una parte della famiglia li “boicotti”? Alessia Santa risponde: “Nella mia esperienza non ho avuto questa percezione. Al matrimonio di cui parlo sopra c’erano circa cento invitati, famiglia e amici dai due lati. So che gli sposi hanno poi fatto una seconda festa a New York, per i parenti e gli amici che non erano potuti venire in Italia. Qualcuno ha disertato, oppure è venuto ma controvoglia? Può darsi, ma non posso saperlo. Sono questioni di famiglia, che non si dicono alla wedding planner”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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