Cultura
Memoria sulla pelle: pellegrini e tatuaggi a Gerusalemme

Viaggio (con tattoo) nel negozio di Razzouk, dove si pratica quest’arte da ventisette generazioni (e la 28esima è già a bottega)

Gerusalemme, giugno 2019.
Entrati dalla porta di Giaffa, si prende il secondo vicolo sulla sinistra, intitolato al Patriarcato Greco. Pochi metri in salita e a destra si dipana la stradina di San Giorgio. Girato l’angolo, ecco comparire l’immancabile – eppure inusuale in questo luogo impregnato di sacro – Harley Davidson, parcheggiata accanto alla porta dello studio la cui insegna recita: “Razzouk Tattoo”.
Entro e, appena mi vede, Wassim riconosce la piccola croce tatuata sulla mia spalla: “Quella l’ho fatta io, vero?” “Sì, due anni fa” “È ancora bella”, dice con malcelato orgoglio d’artista. Fissiamo un appuntamento e, dopo una settimana, sono di nuovo sotto le mura della città vecchia pronta a farmi incidere sulla pelle un segno della mia visita a Gerusalemme.
Ma perché uno studio di tatuaggi nel sancta sanctorum della cosiddetta Terra Santa? È forse la modernità delle mode – o delle fenomenologie antropologiche – contemporanee che s’insinua in grembo alla tradizione secolare? Al contrario: si tratta di una tradizione secolare che persiste in seno alla modernità.
Wassim Razzouk, infatti, non è un semplice tatuatore. È l’erede di un’arte che si tramanda da – così vanta la presentazione sotto l’insegna – ventisette generazioni. L’uso, da parte dei pellegrini cristiani in visita a Gerusalemme, di farsi tatuare un ricordo, o meglio un attestato, del lungo viaggio verso il cuore geografico della fede non è una bizzarra o perfino sacrilega trovata commerciale del ventunesimo secolo ma un costume che data svariati secoli.
La famiglia Razzouk, di origine copta, giunse a Gerusalemme dall’Egitto nel diciottesimo secolo, portando con sé il mestiere del tatuaggio religioso. Già dal medioevo, infatti, i cristiani copti usavano tatuare all’interno del polso una croce, così da essere riconoscibili in quanto fedeli e garantirsi l’entrata nelle chiese egiziane. Questa vera e propria arte grafica su pelle venne dunque portata a Gerusalemme dai Razzouk, che svilupperanno nel corso dei secoli un’elaborata iconografia.

Immagini di croci gerosolimitane, ascensioni di Cristo, Madonne con bambino, San Giorgio e il drago – dai tratti elementari ma ricchi di fascino primitivistico – sono ancora oggi in uso da Wassim, l’attuale erede dei Razzouk. Queste immagini sono incise in forma di stencil su supporti di legno e passate di mano in mano ai membri della famiglia. L’immagine viene timbrata sulla pelle del pellegrino e, a partire da questa bozza, l’artista esegue il tatuaggio vero e proprio.

 

Già negli anni cinquanta, il nonno di Wassim, Yacoub Razzouk, utilizzava una macchinetta elettrica (attivata da una batteria d’automobile) per tatuare – una tecnica allora pioneristica in medio oriente e non solo. Gli strumenti da tatuaggio della famiglia sono ancora oggi esposti in piccole teche nell’anticamera del laboratorio.
Scelto il disegno con cui decorare simbolicamente il mio polpaccio (uno stencil di San Giorgio che infilza con una lancia un minuscolo e in realtà poco temibile drago), Wassim inizia il rituale con cui prepara la strumentazione. Cocaine di Eric Clapton suona alla radio – e s’intona perfettamente alla moto là fuori e all’abbigliamento da biker del tatuatore. Mentre lavora con l’ago sulla mia pelle, Wassim è assistito dal figlio, un adolescente alto con gli occhiali e – ovviamente – maglietta Harley Davidson. Parlano in arabo, ma si intuisce che il padre sta rivelando al figlio i segreti del mestiere. Più tardi, in effetti, Wassim mi confessa che stava insegnando come “ricavare la bellezza e la profondità da delle semplici linee”. “Allora la ventottesima generazione si sta già preparando!” “Ha già iniziato a tatuare!”, dice, ancora una volta, con evidente orgoglio – di artista e di padre.


Certo, Levitico 19,28 recita וְשֶׂרֶט לָנֶפֶשׁ, לֹא תִתְּנוּ בִּבְשַׂרְכֶם, וּכְתֹבֶת קַעֲקַע, לֹא תִתְּנוּ בָּכֶם:  אֲנִי, יְהוָה – “Non vi farete incisioni nella carne per i defunti, né tatuaggi addosso”. La ben nota proibizione biblica al tatuaggio, in quanto proibizione, è spia conseguente di un uso più o meno diffuso, del quale non ci restano fonti. Ma anche presso le società, per così dire, occidentali – di matrice giudaico-cristiana – l’arte del tatuaggio ha fatto capolino più e più volte nei millenni. Tanto che oggi, oramai, è perlopiù sdoganata, anche in Israele. Un’arte, sì: e la storia della famiglia Razzouk ne rivela la profonda radice religiosa e storica, inserendo – o incidendo – un altro inaspettato tassello nel panorama policromo di tradizioni e credi che compone quell’unica e inimitabile città che è Gerusalemme.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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