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C’era una volta in America: il mistero dei Cohen neri

Come si spiega la presenza nient’affatto trascurabile del cognome Cohen presso la comunità afroamericana? Un viaggio tra teorie, alberi genealogici e sorprese.

A casa mia, siamo continuamente alla ricerca di atleti eccezionali che si chiamino Cohen. Crediamo in simili figure per immaginare un futuro di opportunità alternative. Abbiamo abbastanza avvocati ed endocrinologi, abbastanza giornalisti e contabili. Abbiamo molti criminali, ma questi tendono a essere della tipologia “colletto bianco”. Vogliamo persone che sappiano far avanzare la palla, giocare col corpo, essere fuori dagli schemi. Questo è il motivo per cui sono stato così contento quando i Chicago Bears, la mia squadra di football americano preferita, ha selezionato, con una scelta al quarto round nella NFL Draft 2017 (l’evento annuale in cui la National Football League seleziona i migliori giocatori provenienti dai college, ndr), il suo secondo “Cohen” in cinque anni. C’era stato Landon Cohen, che aveva giocato 13 partite come difensore per i Bears nel 2013 e ora ci sarebbe stato Tarik Cohen, un agile corridore.

Era uno dei nostri, anche se non assomigliava al tipico membro della North Shore Congregation Israel. Non perché fosse basso – molti di noi sono bassi – o perché avesse lavorato più duramente di quasi chiunque altro, anche alcuni di noi hanno quei principi. È che era nero. Anche Landon Cohen è nero, come la maggior parte dei Cohen che hanno giocato nella National Football League. Landon, Abe, Tarik, Dustin e Joe: tra loro, solo Dustin e Abe erano “bianchi” e solo Abe era ebreo.

Ci sono molti ebrei neri originari dell’Africa. Probabilmente conoscete gli ebrei etiopi, che nell’esilio portavano con sé antiche Bibbie, o i Lemba, una nazione sudafricana che rivendica origini ebraiche. “Secondo la loro tradizione, furono condotti fuori dalla Giudea da un uomo di nome Buba”, scrisse Nicholas Wade sul New York Times nel 1999. “Essi praticano la circoncisione, rispettano un giorno santo alla settimana ed evitano di mangiare carne di maiale e di altri animali simili, come l’ippopotamo.” Inoltre, un gruppo di genetisti ha scoperto che molti uomini tra i Lemba portano nel cromosoma maschile un insieme di sequenze di DNA che è distintivo dei cohanim, i sacerdoti ebrei che si ritiene siano i discendenti di Aronne.”

Cohen, un cognome frequente tra gli afroamericani

Dunque, Cohen neri.

Ma Landon Cohen proviene da Spartanburg, nel South Carolina, e Tarik Cohen da Bunn, nel North Carolina. Si dice che entrambi siano cresciuti in una parte del sud dove il cognome Cohen, che tendiamo a identificare con la casta sacerdotale ebraica, non è insolito tra gli afro-americani. Secondo un recente censimento, Cohen è l’871° cognome più comune tra gli afro-americani, due posti dietro Hayden e otto posti sopra Lomax. Degli 87.266 americani di nome Cohen, 4.806 sono neri. Come è successo? Da dove vengono tutti i Cohen neri? È una bella domanda. Se potessi rispondere, non solo migliorerei come tifoso dei Bears, ma forse arriverei a capire di più sull’intricata storia del mio popolo.

Ho iniziato a cercare su libri e documenti, parlare con storici e genealogisti. Tutti avevano un’opinione, ma nessuno sembrava avere certezze. Era come una storia poliziesca. Ho elaborato diverse teorie e una manciata di modi per spiegare questo mistero. Non c’era una sola risposta, a quanto pare, ma molte – diciamo una mezza dozzina di affluenti che si univano per formare un possente fiume di Cohen neri.

Alcuni credevano provenissero dalle adozioni: le coppie ebree di nome Cohen adottarono bambini neri che a loro volta ebbero figli Cohen, alcuni che poi avrebbero avuto professioni legali, altri nel mondo della medicina, altri nella NFL. Ma la posizione 871 sulla lista dei cognomi più frequenti significa diverse migliaia di persone, la maggior parte delle quali non sono di religione ebraica, il che significa che l’adozione da sola può contribuire solo in modo modesto. Zev Chafets, nel New York Times Magazine, dice che solo il 2% degli ebrei americani sono neri. La maggior parte dei Cohen neri sono di fatto cristiani.

Quindi? Da dove arrivano?

Altri mi dissero che molti Cohen neri erano stati “bambini dei diritti civili”, ossia il prodotto dell’unione tra attivisti ebrei e attivisti neri, il cui risultato a volte erano lunghi matrimoni e case piene di famiglie, in altre occasioni brevi storie e bambini orfani che portavano il nome Cohen.

Un professore mi disse che alcuni Cohen neri venivano sicuramente dai movimenti “black power”, attivisti che si erano identificati come membri di una tribù perduta o come “i veri ebrei”, poi ulteriormente identificati come Cohen, sommi sacerdoti. Un esempio è il cugino di Michelle Obama, Rabbi Capers Funnye, leader di una congregazione ebraica nera nel South Side di Chicago. Funnye si convertì all’ebraismo negli anni ’70. “Quando uscì dalla Howard University era il classico ragazzo di famiglia cristiana tesa alla scalata sociale”, scrive Zev Chafets, “ma fu colpito dall’atmosfera radicalizzata dei tempi. Il nazionalismo nero, l’afrocentrismo e il separatismo culturale erano in voga, e Funnye arrivò a vedere il cristianesimo come una religione estranea, imposta ai neri dai padroni bianchi schiavisti.” Funnye attualmente siede nel consiglio dei rabbini di Chicago. Presumibilmente, ce n’erano migliaia come lui, alcuni che divennero Cohen.

Discendenti di schiavi?

Il buon senso suggerisce che molti Cohen neri discendono da schiavi liberati che presero il nome dei loro “proprietari”. Tra i cognomi afroamericani più comuni ci sono Washington e Jefferson. Il primo e il terzo presidente degli Stati Uniti non possedevano forse schiavi? E per quanto riguarda i Cohen? Potrebbe la prevalenza del nome nella comunità nera (871°) essere un vergognoso promemoria di un tempo in cui gli ebrei, che a ogni Pesach parlano di fuga dalla schiavitù, presero posto tra mercanti e padroni di schiavi? Molti Cohen neri provengono in effetti da ex Stati schiavisti, specialmente nelle vicinanze di Charleston, in South Carolina, che un tempo era una grande metropoli ebraica.

All’inizio del 19° secolo, c’erano più ebrei a Charleston – quasi il 10% della popolazione bianca – di qualsiasi altra città americana. Era un’elegante cittadina di belle case di legno affacciate sul porto, navi di Baltimora che navigavano all’orizzonte. Molti ebrei lavoravano nel commercio del riso e del cotone. Tra i grandi mercanti c’era Mordecai Cohen, un ebreo polacco emigrato nel corso del 1700. Cohen costruì una fortuna: guidava la prima congregazione della città, pregava, era un uomo pio, e possedeva schiavi. Comprò a suo figlio Davy una piantagione, Soldier’s Retreat: “Una grande proprietà di oltre 1.000 acri che si affacciava sul fiume Ashley”, secondo un articolo di Susan Ashton (The Forward, 2014)

Davy Cohen era conosciuto come un padrone feroce e violento. Ci fu uno schiavo di nome Jim che riuscì a fuggire dalla piantagione e arrivò nel Maine nel 1838, dove raccontò la sua storia agli abolizionisti.

A questo punto, sospetterete che una considerevole parte della moderna comunità dei Cohen neri discenda dagli schiavi di Mordecai e Davy Cohen. Ma molto probabilmente siete in errore. I Cohen di Charleston possedevano, al massimo, 30 schiavi. Secondo Eli Faber del John Jay College, gli ebrei di quella città, nel 1790, possedevano complessivamente 93 schiavi, non abbastanza per dare origine alla popolazione attuale. Inoltre, contrariamente al mito, molti schiavi liberati non presero i nomi dei loro ex proprietari. La maggior parte scelse nuovi nomi dopo l’emancipazione, che è probabilmente il motivo per cui così tante famiglie nere si chiamano Washington e Jefferson. Quelli erano i fondatori del paese, gli eroi di ogni chiesa e scuola. In altre parole, alcuni neri presero il nome Cohen solo perché gli piaceva.

La storia dei Cohen neri è la storia dell’America:

 il peccato e la redenzione, il bene e il male.

La maggior parte dei Cohen neri origina probabilmente da relazioni sentimentali vissute molto tempo fa. Molte ebbero luogo nei Caraibi, in particolare in Giamaica. Nei primi anni del colonialismo, gran parte dell’isola viene descritta in documenti portoghesi come popolata da ebrei sefarditi che avevano attraversato il mare appena dopo l’Inquisizione. Sotto il dominio spagnolo, gli ebrei o si facevano cristiani (cosiddetti “nuovi cristiani”), o si convertivano per finta, mantenendo le loro tradizioni in segreto (cosiddetti conversos), oppure fuggivano. Questi ultimi arrivarono in Giamaica dal Brasile, dove erano entrati nel commercio dello zucchero. Vivevano in grandi case a Kingston; bellissimi portici con ampie vedute sull’oceano. Lavoravano in ogni settore, spesso, oltre a quello dello zucchero, nell’edilizia.

Altri “si votarono a una vita più avventurosa e pericolosa in mare”, scrive Gil Stern-Zohar nel Jerusalem Post. “Al comando di navi con nomi tipo La regina Ester, Il profeta Samuele e Lo scudo di Abramo, i marinai ebrei iniziarono a vagare per i Caraibi in cerca di ricchezze”.

Tra i più famosi pirati ebrei c’era un Cohen, Moses Cohen Henriques. “Insieme all’eroe popolare olandese, l’ammiraglio Piet Pieterszoon Hein, Henriques catturò una flotta di tesori spagnoli al largo della Baia di Matanzas a Cuba nel 1628”, ha scritto Stern-Zohar. “Il bottino di lingotti d’oro e d’argento ammontava a 11.509.524 fiorini olandesi, per un valore di circa 1 miliardo di dollari USA nella valuta odierna”.

Pirati ebrei dei Caraibi. Nel loro mirino c’erano in particolare le navi spagnole, dato il desiderio di vendetta per ciò che quella nazione aveva fatto agli ebrei. Il più leggendario di questi bucanieri fu Jean Lafitte, che collaborò con il generale Andrew Jackson a cacciare gli inglesi da New Orleans nel 1815. A volte si dice che Lafitte sia una variante del termine Levite. Le seguenti parole furono trovate nella Bibbia di Lafitte dopo la sua morte nel 1823: “Devo tutto il mio ingegno alla grande intuizione di mia nonna, un’ebrea spagnola, che fu testimone oculare dell’Inquisizione“.

Nel corso del tempo, gli ebrei giamaicani, e non solo, si sposarono in matrimoni misti ed ebbero figli, molti dei quali neri e pochi cresciuti come ebrei. Continuarono per la loro strada finché i vecchi nomi ebraici, incluso Cohen, divennero cognomi comuni. Si dice che circa 424.000 giamaicani moderni discendano da quella vecchia comunità sefardita, anche se solo 20.000 attualmente si identificano come ebrei e solo circa 200 conservano la fede. C’è una vecchia sinagoga sull’isola – la Shaare Shalom che si trova a Kingston – ma è spesso vuota. In Giamaica, Cohen è come quella sinagoga – una reliquia, un artefatto, un guscio svuotato del suo significato originale, simile alle lapidi scheggiate del cimitero ebraico giamaicano di Hunts Bay a St. Andrew, che si dice sia il più antico cimitero ebraico dell’emisfero, le lettere ebraiche sbiadite, le mani dalle dita aperte che indicavano le tombe di Cohanim scomparsi da tempo.

Dagli “Adamo ed Eva” dei Cohen neri fino a Michelle Obama?

Migliaia e migliaia di giamaicani emigrarono negli Stati Uniti nel corso dei secoli, e molti si chiamavano Cohen. Questa è una grande fonte di Cohen neri. Consideriamo, per esempio, Vincent Cohen, un grande avvocato nero dell’era dei diritti civili. Nato a Brooklyn nel 1936, era figlio di un farmacista emigrato dalla Giamaica. Vincent Cohen vinse una borsa di studio di pallacanestro all’Università di Syracuse, dove ebbe Jim Brown come compagno di stanza. Preso nel Draft NBA, rinunciò alla carriera atletica professionistica per frequentare la facoltà di giurisprudenza. Lavorò presso il Dipartimento di Giustizia e la Commissione per le pari opportunità sul lavoro, diventando il primo socio afro-americano nella sua azienda. Secondo il necrologio pubblicato nel Washington Post nel 2011, “Mr. Cohen,  che era cattolico, spesso ha dovuto spiegare come ha acquisito il suo cognome, che è in genere associato a persone di origine ebraica. Secondo la tradizione familiare, il nome deriva da un gruppo di ebrei neri che si erano stabiliti in Giamaica”.

Qualcosa di simile è accaduto negli Stati Uniti e ha contribuito alla popolazione di Cohen neri, ossia matrimoni misti e relazioni che si possono intuire da scarsi dettagli sugli alberi genealogici. Molti Cohen neri sembrano discendere da una singola relazione. Intorno al 1750, Moses Cohen, un ebreo portoghese impoverito, salpò da Londra a Charleston, dove divenne uno dei leader religiosi della città. Mosè ebbe due figli, Abraham e Solomon, che mandò a Georgetown, in South Carolina. Georgetown stava diventando un importante centro agricolo: entro il 1840, il porto avrebbe spedito metà del riso negli Stati Uniti. Era anche un centro ebraico. “Sebbene costituissero proporzionalmente solo il 10% della popolazione bianca, gli ebrei avevano un ruolo importantissimo nella vita civica”, dichiara la Jewish Historical Society of South Carolina. “Prima dell’inizio del XX secolo, c’erano cinque intendenti ebrei – o sindaci – della città: Solomon Cohen, Abraham Myers, Aaron Lopez, Solomon Cohen Jr. e Louis Erlich”. Georgetown era anche una capitale di schiavi. Il più grande schiavista degli Stati Uniti, Joshua John Ward, “Re dei piantatori di riso”, possedeva più di mille schiavi e viveva in questa zona.

Abraham Cohen accumulò una fortuna in Georgetown, piantando riso e indaco, e commerciando esseri umani. Che aspetto aveva? Probabilmente lo stesso di chiunque possa capitarvi di incontrare, solo vestito come una volta, con gli stivali scintillanti e il cappotto di velluto con bottoni in ottone. Non si sposò mai, ma ebbe per lungo tempo una compagna. Nei documenti viene identificata come “Peggy (Margaret) McWharter, persona libera di colore”. Il genealogista Sadie Day Pasha, che ha condotto uno studio sui Cohen neri, ha scoperto un documento notarile simile a un testamento, nel quale Cohen lascia i suoi averi a McWharter e ai suoi discendenti. Non ci sono prove che questi fossero figli di Abraham Cohen, ma è facile sospettarlo.

Per cui così, come Adamo ed Eva, probabilmente ci sono la madre e il padre di un gran numero di moderni Cohen neri. All’incirca una generazione dopo, uno schiavo emancipato di nome Jim Robinson – figlio della schiava Melvinia Shields e di padre bianco ignoto) – ebbe un figlio di nome Fraser Robinson, che sposò una donna di Georgetown chiamata Rose Ella Cohen. Rose Ella è solo un nome su un albero genealogico, non sappiamo nient’altro che il suo nome e la sua città di residenza, ma questi due punti suggeriscono che potrebbe discendere da Abraham Cohen e Peggy McWharter. Fraser Robinson e Rose Ella Cohen ebbero un figlio, Fraser Robinson Jr., che si trasferì a Chicago e sposò LaVaughn Johnson, che ebbe un figlio di nome Fraser Robinson III, che, prima di ritirarsi e tornare a Georgetown, ebbe una figlia chiamata Michelle Robinson, che diventa la prima first lady afroamericana degli Stati Uniti.

In altre parole, la storia dei Cohen neri è la storia dell’America: è il peccato e la redenzione, il bene e il male, è Abraham ed è Peggy, è amore ed eredità. È un guazzabuglio, un disastro e una cosa meravigliosa. Tutti fanno parte di tutti gli altri, tutte le storie mescolate tra loro, si scuotono e si riversano. Offre ragioni di biasimo e ragioni di perdono. “Un messaggio importante che emerge da questo viaggio è che siamo tutti collegati”, ha detto Michelle Obama dei suoi antenati. “Da qualche parte c’era il proprietario di uno schiavo – o una famiglia bianca che al tempo del mio bisnonno gli diede un posto, una casa, lo aiutò a costruire una vita – fino ad arrivare a me. Allora, chi erano quelle persone? Direi che sono parte della mia storia tanto quanto il mio bisnonno “.

Traduzione di Jonathan Misrachi e Silvia Gambino

Rich Cohen
Autore presso Tablet Magazine

Rich Cohen è uno scrittore statunitense. Ha pubblicato, tra gli altri, Tough Jews e The Fish That Ate The Whale.


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