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Noemi Di Segni: “Chi sono io come presidente?”

Intervista al presidente uscente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, in corsa per il secondo mandato

Si vota per eleggere il nuovo consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ma qual è, qual è stato e quale dovrebbe essere il ruolo di Ucei in Italia?Parliamo con Noemi Di Segni, presidente uscente e candidata per il secondo mandato con la lista Binah di Roma.

Cosa significa rappresentare l’ebraismo italiano?
“Dall’esperienza di questo mandato posso dire che è una sfida che riguarda due dimensioni, la rappresentanza verso l’esterno e quella verso l’interno. Ogni volta che vado in situazioni “pubbliche” interne, al tempio o a una conferenza, non posso fare a meno di pormi delle domande. Ma soprattutto una: Chi sono io come presidente? Chi ricopre questo ruolo deve essere un punto di riferimento sia per le persone sia per le istituzioni. Deve dare loro sostenibilità e supporto. Deve darlo ai singoli, quando l’Unione si occupa di cose ebraiche e alle singole comunità quando veste il ruolo di coordinamento tra le piccole realtà per comporre una voce corale come rappresentanza unica a livello nazionale e internazionale. 
Bisogna però sapersi rappresentare e io credo che una rappresentanza autorevole debba riflettere le esigenze di tutti in modo giusto, strutturato e competente. Si tratta di un lavoro lungo, una semina di gesti coerenti che costruiscono la credibilità di un’istituzione. Ecco, per me rappresentare l’ebraismo come istituzione significa diventare un interlocutore per il Paese. C’è un altro problema, correlato a questo: far conoscere Ucei”.

Perché, l’ente non è conosciuto?
“Pochi sanno che cosa sia l’Unione, anche tra gli iscritti alle comunità. Ecco perché credo sia importante essere presenti nelle situazioni comunitarie. L’Ucei deve essere partecipe sul territorio per diventare parte nella progettazione della vita comunitaria. E occorre farlo prima di tutto nella comunicazione, per coinvolgere i giovani. A livello istituzionale invece credo che sia importante proporre una rappresentanza basata sull’idea di essere sì una minoranza, ma parte integrante del Paese. Occorre correggere alcune distorsioni rispetto a cosa sia l’ebraismo, spesso appiattito sulla memoria e sull’antisemitismo, come se la parola coincidesse con Shoah. Questa è una sfida fondamentale: siamo un popolo vivo, capace di progettare e siamo un polmone per il Paese”.

A proposito di pregiudizi, quale rapporto deve avere Ucei con Israele?
“Certo, l’altro grande pregiudizio è quello di pensare che rappresentare l’ebraismo significhi rappresentare Israele. Per questo è importante avere una rappresentanza dell’ebraismo capace di comunicare chi siamo, chi sono gli ebrei italiani. Difendiamo in ogni sede i supremi principi della sua esistenza e sicurezza, attraverso la realizzazione di progetti per combattere la distorsione mediatica, i tentativi di boicottaggio e i continui attacchi. Il rapporto con Israele non riguarda solo l’antisemitismo velato da discordanze con Israele e boicottaggi ma va avanti anche per affermare il ruolo del popolo ebraico nelle tfuzot con la promozione di progetti identitari e culturali così come il sostegno alla cooperazione Italia/Israele sia per la formazione e lo studio che per attività professionali e di ricerca”.

Parliamo dei giovani. Quali chance ci sono per tenerli agganciati al mondo comunitario?
“Forse è la sfida più difficile, ma è proprio un punto importante del nostro programma. E credo si debba partire, ancora una volta, dalla conoscenza di Ucei. Che è un insieme di cose, tra cui quelle che promuovono la cultura di appartenenza. Penso che una persona non possa definirsi ebrea se non conosce l’ebraico, la lingua dell’identità. Così, per esempio, abbiamo creato un’ulpan online, un percorso più breve e specifico della scuola rabbinica, che ha dato già dei frutti nel suo primo anno di vita, riscuotendo un alto grado di interesse a livello nazionale. Importante anche la questione della formazione dei giovani, che potrebbero proseguire i loro studi nel collegio rabbinico. I nostri giovani devono recuperare uno spazio di incontri e dove svolgere le loro attività in piena sicurezza e questo deve essere uno sforzo comune, pensato a livello nazionale”.

Sta pensando al problema di avere rabbini italiani a capo delle diverse comunità?
“Sì. Spesso i nostri ragazzi, ultimati gli studi, vanno all’estero e noi importiamo rabbini da altri paesi. Sono preparatissimi, ma è importante che il rabbino conosca la cultura locale, quella italiana nel nostro caso, anche dal punto di vista del culto. La mia sfida: lavorare in sinergia con l’Assemblea Rabbinica per dare una risposta concreta a questo bisogno ed introdurre nel percorso di studio anche il percorso di chazanut e hashgacha di kashrut”.

Ucei ed economia. Quali strategie per il prossimo mandato?
“Bisogna mantenere un equilibrio finanziario che non riguarda solo i fondi dell’otto per mille. Occorre lavorare per ottenere finanziamenti diversi, attraverso i bandi per esempio. Lo abbiamo fatto e siamo diventati abbastanza bravi, ma si tratta di una gestione molto onerosa: intercettare i bandi giusti, prepararli e poi seguire i progetti una volta ottenuti i finanziamenti è un lavoro a sé che richiede competenze specifiche. Occorre saper creare più disponibilità ma con la consapevolezza dei limiti di gestione propri di Ucei”.

Ultima domanda: l’Unione delle Comunità rappresenta l’ebraismo ortodosso. Come si pone Ucei nei confronti degli altri ebraismi?
L’Unione prende atto che esistono forme di ebraismo non ortodosso ma ha riaffermato con una recente delibera la sua appartenenza allacomunità ortodossa. Cosi precisato con riferimento all’articolo 1. Per questo abbiamo aperto un tavolo di confronto. La questione, se vogliamo, è molto semplice…. un attacco terrorista non distingue se colpire una sinagoga ortodossa o reform… Vuole sapere cosa penso io personalmente? Il vero problema dell’ebraismo ortodosso non è il confronto con quello reform, ma la scarsa vocazione religiosa, la scarsa conoscenza dell’ebraico e delle nostre fonti. Forti dell’identità ortodossa, più strutturata nei fatti, si può dialogare con chiunque – altre fedi e altre correnti senza demonizzarli. Rafforzare i contenuti dell’ebraismo ortodosso nel raccordo con la Rabanut è compito di Ucei.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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