Cultura
Paolo D’Ancona, l’arte di insegnare l’arte

Ritratto del professore che nel 1908 ha portato a Milano la storia dell’arte.

Nella Milano di inizio Novecento e per circa un trentennio operano due storici dell’arte, Ettore Modigliani e Paolo D’Ancona, tra i primi allievi di Adolfo Venturi, fondatore a Roma della cattedra universitaria di questa nuova disciplina. Modigliani (1873-1947) arriva nel capoluogo lombardo da Roma nel 1908, vincitore del concorso ministeriale per la direzione della pinacoteca di Brera. Vi rimane fino alla primavera del 1935 quando per punizione viene trafertito d’autorità presso la Soprintendenza all’Arte medievale e moderna di L’Aquila, un allontanamento che non aveva precedenti nella storia dell’amministrazione delle Belle Arti. L’anziano direttore di Brera , in qualità di Soprintendente alla Lombardia, si era infatti tenacemente opposto al quadrumviro fascista C.M. De Vecchi che pretendeva, in barba alle leggi vigenti, di consegnare i chiostri, la biblioteca della chiesa di S. Maria delle Grazie, ma soprattutto il Cenacolo di Leonardo, all’Ordine dei Domenicani che già mel 1924 avevano preteso di entrare in possesso del convento e che ora miravano all’intero complesso monumentale. Ma di questo vergognoso episodio si parlerà in un’altra occasione. Nello stesso 1908, appena qualche mese prima di Modigliani, giunge sempre da Roma, anche il D’Ancona (1878-1964), “uno dei prediletti alunni di Adolfo Venturi (…) studioso e rricercatore sagace (che) sta attendendo da anni ad una storia della miniatura fiorentina”.

Il giovane studioso è figlio di Alessandro D’Ancona, l’illustre storico della letteratura, docente alla Scuola Normale di Pisa, dove pure Paolo inizia i suoi studi per poi perfezionarsi con il Venturi nel 1906. Ottenuta la libera docenza due anni dopo, viene nominato professore di Storia dell’arte presso la Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, l’istituto di istruzione superiore che nel 1924 diverrà l’Università degli Studi di Milano. Modigliani e D’Ancona sono presso a poco coetanei, ma soprattutto si formano insieme, studiano sugli stessi banchi e si trasferiscono nella stessa città, condividendo da lì a poco, un’importante esperienza umana e professionale, quella del recupero dei beni artistici sottratti all’Italia dall’impero austro-ungarico, appena conclusa la prima guerra mondiale. Un lavoro estenuante, molto complesso, portato  a buon fine dalla Commissione preposta dal Ministero, presieduta da Ettore Modigliani e coadiuvata da altri storici dell’arte, tra i quali Paolo D’Ancona. Ma incredibilmente, almeno fino ad oggi, non  rimane traccia diretta della loro corrispondenza, della loro amicizia, che pur dovette esserci perchè molti e molto vicini erano i loro interessi, le loro passioni, il loro modo di intendere il lavoro di pubblico funzionario. Entrambi vissero una intensa vita tutta dedita al servizio dello Stato: D’Ancona come docente universitario; Modigliani come conservatore di museo, dapprima alla Galleria Borghese, poi alla pinacoteca di Brera e dal 1910, in aggiunta, come Sovrintendente.

Milano, dopo Roma, fu la città italiana che per prima si dotò di una cattedra di Storia dell’arte. Era il 1905 e fu un letterato, Francesco Novati (allievo di Alessandro D’Ancona), docente di Letterature neolatine comparate e preside dell’Accademia Scientifico-Letteraria, a inaugurare nell’anno accademico 1905-6 un corso di storia dell’arte. Era un’idea su cui andava riflettendo da tempo e che aveva reso noto in un articolo, poi ripreso con enfasi in ambiente specialistico, qualche anno prima (Per l’insegnamento della storia dell’arte nelle università italiane, in “Perseveranza”, 1898). L’occasione si ha con l’arrivo a Milano di Pietro Toesca (1877-1962), uno dei primi specializzati alla Scuola di perfezionamento del Venturi. Lo studioso si era traferito a Milano per un incarico ministeriale  presso la pinacoteca di Brera dove resterà solo due anni, ma lasciando tracce importanti per i suoi contributi sull’arte lombarda. Nel 1907, infatti, l’Università di Torino istituisce una cattedra in storia dell’arte (la terza in Italia, poi ne seguiranno a ruota altre) e chiama il Toesca. Francesco Novati non vuole interrompere i corsi ed affida al giovane Paolo questo insegnamento che egli manterrà ininterrottamente fino alla promulgazione delle leggi razziali nell’autunno 1938. Una lettera del 14 dicembre a firma del rettore della Statale (Ministro dell’Educazione Nazionale è Giuseppe Bottai, anch’egli allievo di Alessandro D’Ancona), lo destituisce dall’incarico. Una simile missiva, il giorno dopo, arriva a Ettore Modigliani. Per la famiglia D’Ancona è un colpo terribile. L’anziano professore tenta di trovare qualche occupazione, ma tutte le porte rimangono chiuse e col precipitare degli eventi, dopo un primo rifugio a Saliceto San Giuliano (Modena), decide di rifugiarsi in Svizzera, con la moglie Mary Cardoso (sposata nel 1904) e con la figlia Costanza.

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Si salvarono tutti, ma non fu facile. Peregrinarono in diversi “campi militari” che accoglievano i refugiati civili in qualità di militari e finalmente nella primavera del 1944 approdarono a Friburgo dove gli venne offerta la possibilità di  insegnare storia dell’arte presso il Campo universitario italiano, un istituto annesso all’Università. Ecco che cosa scrive Dante Isella, un allievo di allora: “Era anche la Friburgo di Paolo D’Ancona che saliva dalla Chassotte (…) e quando arrivava con molta bonomia raccoglieva tre quattro allievi intorno al tavolo e faceva un corso (…) finita la lezione io riempivo una scatola di marmellata a D’Ancona e poi con gli altri miei compagni, alcuni li ricorderò dopo, seguivamo i prati verso la Chassotte e ascoltavamo un’altra lezione, di umanità, di straordinaria umanità, dopo quella di Storia dell’arte: la lezione che ci veniva da questo ebreo che viveva modestamente, con grande aristocrazia, dei modi e dell’abito.” (Un anno degno di essere vissuto, Milano 2009). I D’Ancona tornarono in Italia a fine giugno 1945, come si ricava dalla documentazione conservata presso l’Archivio Storico dell’Università di Milano, resa nota da Francesca Pizzi nel suo articolo, Paolo D’Ancona e l’Istituto di Storia dell’Arte della Statale di Milano (1908-1957) (Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, 2010, professoressa Rosanna Sacchi). Nell’Archivio oltre il dossier personale, si conservano dei preziosi “libretti” che danno conto, anno dopo anno, delle lezioni del Maestro. Veniamo così a conoscenza, certo in maniera frammentaria e un po’ schematica, degli interessi di studio che man mano il D’Ancona presenta agli studenti (e alle studentesse, tra le quali anche Stella Matalon, poi funzionaria di Brera, sulla quale non si è fatta ancora luce). Riconosciamo il suo metodo di lavoro improntato al più schietto storicismo; intuiamo le sue predilezioni nel campo della pittura e della scultura, ma anche delle cosiddette “arti minori”, da lui mai considerate tali e la passione per la letteratura artistica. Ma soprattutto è evidente il suo vivo interesse  per il materiale fotografico, straordinario strumento didattico che egli si sforzò in tutti i modi di accrescere e di valorizzare, tanto che il suo istituto fu tra i più ricchi di fotografie e di diapositive. Un metodo, per l’Italia, decisamente all’avanguardia. Come innovativa era  l’idea di preparare conferenze aperte a tutta la città sugli stessi temi dei corsi universitari  e di portare gli studenti nelle esposizioni (grande fu il suo interesse per l’arte moderna e contemporanea) e nei musei milanesi, in particolare alla pinacoteca di Brera. E non a caso. O meglio, non solo per la qualità delle opere esposte, ma anche perchè ad accoglierlo vi era una sua allieva, Fernanda Wittgens, stretta collaboratrice di Ettore Modigliani. La Wittgens fu molto vicina ad entrambi i suoi Maestri, anche con atti concreti estremamente pericolosi. Aiutò la famiglia D’Ancona a riparare in Svizzera e  più tardi portò il suo aiuto anche ad altri ebrei in difficoltà, pagando, a causa di una delazione, con il carcere a San Vittore. Paolo D’Ancona non dimenticò la sua generosità e in segno di riconoscenza regalò alla pinacoteca di Brera, da lei diretta dopo la morte di Modigliani, un dipinto del Morazzone, San Francesco in estasi.

Tutta la vita di Paolo D’Ancona fu dedicata all’insegnamento, alla ricerca, agli impegni editoriali (alcuni dei quali condivisi con Fernanda Wittgens, come un famoso manuale di storia dell’arte per i licei, in uso fino agli anni Sessanta del secolo scorso). Prima, durante e dopo le leggi razziali. Finita la guerra, venne reintegrato nell’anno accademico 1945-6 e la sua attività a Friburgo, ed è paradossale a scriversi,  venne conteggiata ai fini pensionistici, come “missione all’estero”. Era troppo brutale scrivere la verità. Lasciò le aule universitarie nel novembre 1954. Era molto stanco. La sua casa era stata bombardata nell’invero 1941-2 e da allora non visse più stabilmente in una casa. Gran parte della sua collezione di dipinti (tra cui quelli di suo zio, Vito D’Ancona, un interessante pittore Macchiaiolo), è conservata in Israele; gran parte della sua biblioteca venne donata all’Istituto da lui creato e diretto per tanti anni, dove gli venne dedicata una targa che purtroppo è andata perduta. Ma oggi può essere l’occasione per recuperarla e per ricollocarla al posto che gli spetta.

 

Sandra Sicoli
collaboratrice

Storica dell’arte, ha lavorato presso la pinacoteca di Brera e la soprintendenza alle Belle arti di Milano.


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