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Hebraica Parashot
Diventare Israele, fare pace con Esaù: la parashà di Vayishlach

Un misterioso combattimento notturno, la riconciliazione di due fratelli rivali, l’epilogo violento di una relazione al di fuori della tribù: spunti di riflessione dall’ottava porzione della Torah

Vayishlach è l’ottava porzione della Torah, compresa tra Genesi 32:4 e 36:43. In essa assistiamo alla lotta notturna di Giacobbe con una creatura misteriosa, alla riconciliazione con il fratello Esaù, alla storia di Dina e alla morte di Rachele dopo la nascita di Beniamino. Ecco alcune spunti per riflettere su queste molte storie.

Chi è l’uomo misterioso che lotta con Giacobbe?

Nella notte che precede l’incontro con Esaù, Giacobbe combatte corpo a corpo, fino all’alba, con una creatura misteriosa. Il testo biblico la definisce “un uomo” senza aggiungere dettagli sulla sua identità. Prima di andarsene, l’uomo dice a Giacobbe che da quel momento in avanti il suo nome diventerà Israele, poiché “hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. Giacobbe chiamaquel luogo “Peni-El”, “il volto di Dio“, poiché “Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata”. Ma chi è dunque quest’uomo misterioso? E in che senso il testo allude a un “vedere Dio”? Una risposta interessante è proposta dalla scrittrice Dara Horn in questo video del progetto educativo multimediale BimBam.

Giacobbe, dice, è a tutti gli effetti un personaggio da romanzo di formazione: nel corso della storia matura, cambia, impara a gestire le relazioni non più con la manipolazione e l’inganno, ma affrontando con umiltà le conseguenze delle proprie azioni. L’episodio della lotta rappresenta un punto di svolta in questo percorso. Una delle interpretazioni più frequenti è che lo straniero misterioso sia un angelo. Ma nella parashà precedente abbiamo il famoso sogno in cui Giacobbe vede angeli che salgono e scendono sulla scala verso il cielo. Perché se la Torah non si fa alcun problema a parlare chiaramente di angeli in quell’episodio dovrebbe farsene in seguito? Un’altra interpretazione è che il racconto sia una metafora per descrivere la lotta di Giacobbe col proprio inconscio. Per essere una metafora però, sostiene Horn, la faccenda è un tantino troppo fisica. Avete mai sentito di un inconscio che ti colpisce al nervo sciatico così forte da azzopparti? (Da questo episodio, peraltro, deriva la proibizione secondo la kasherut di cibarsi di tagli di carne attraversati dal nervo sciatico).

Insomma, secondo Horn le interpretazioni dell’angelo e dell’inconscio non sono convincenti. La risposta alternativa che propone è che Giacobbe in quella notte così misteriosa abbia lottato proprio col fratello Esaù. E che in quell’episodio si compia il suo percorso di maturazione, da manipolatore a persona capace di rivolgersi, il giorno dopo, al fratello con umiltà e rispetto. Identificare l’uomo misterioso con Esaù darebbe un senso alla famosa frase che Giacobbe gli rivolge in un abbraccio riconciliatorio: “Vedere il tuo volto è vedere il volto di Dio”. Conclude Dara Horn: “Accettare l’interpretazione dell’angelo darebbe alla storia un tocco più intrigante. Ma Giacobbe capisce che vedere Dio in Terra significa affrontare le persone a cui abbiamo fatto dei torti, guardarle in faccia e sapere che anche noi possiamo cambiare”.

Giacobbe e Israele: due modi di essere ebrei

Il cambio di nome da Giacobbe a Israele e le circostanze in cui esso avviene è uno dei passaggi più meditati e commentati della parashà. Rabbi Jonathan Sacks vi dedica una riflessione su Algemeiner. Ci sono tre aspetti che rendono unico questo episodio. Il primo è che il nome subisce un cambiamento totale, non una leggera modifica (come nel caso di Abram che diventa Abramo e di Sarai che diventa Sara), a indicare l’entrata in scena di un vero e proprio nuovo personaggio; il secondo è che il cambiamento è menzionato in due passaggi diversi; il terzo è che il testo, malgrado dica chiaramente “Il tuo nome non sarà più Giacobbe” seguita a usare questo nome.

Questo del cambio di nome, dice Rabbi Sacks, è uno dei tanti misteri di Giacobbe, ed è legato in un certo qual modo alla sua relazione con Esaù. I due, lungi dalle tentazioni semplificatorie, non rappresentano il bene e il male, ma due tipi diversi di essere umano, in un contrasto simile a quello tracciato da Nietzsche tra i modelli greci di Apollo e Dioniso. “Il fatto che Giacobbe ed Esaù siano gemelli è fondamentale. La loro relazione è un classico caso di rivalità tra fratelli. La chiave di comprensione della loro storia è ciò che René Girard chiama desiderio mimetico: il desiderio di possedere ciò che ha l’altro. In fondo, il desiderio di essere l’altro”.

E Giacobbe vorrebbe essere Esaù, poiché quest’ultimo ha ciò che più gli manca: l’amore del padre. Tutta l’identità di Giacobbe è in relazione al fratello, a partire dal nome, che richiama l’episodio della stretta del tallone alla nascita. Dopo la lotta notturna con l’uomo misterioso, Giacobbe cambia nome in Israele: in esso risuonano le parole Sar (principe, maestà) e Yashar (retto, giusto). Rabbi Sacks suggerisce che il passaggio del cambiamento debba essere letto non come la presa d’atto di un fatto già avvenuto, ma come un’esortazione a qualcosa che si auspica. Quindi non “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele”, bensì “Sia il tuo nome non più Giacobbe, ma Israele”. Ovvero, sii fiero di te stesso, non desiderare essere qualcun altro.

La tensione tra desiderio di essere se stessi e desiderio di diventare l’altro, tra Giacobbe e Israele, ha caratterizzato tutta la storia ebraica e rappresenta due modi diversi di vivere il proprio ebraismo in relazione col mondo: esempi importanti sono il periodo ellenistico, l’Illuminismo, e infine la nostra contemporaneità. “Giacobbe è spesso timoroso perché è indeciso su chi voglia essere, se se stesso o suo fratello. (…). Quando abbiamo paura e siamo incerti su chi siamo, siamo Giacobbe. Quando siamo forti, essendo noi stessi, siamo Israele”.

La storia di Dina

Dina, l’unica figlia di Giacobbe che nel testo biblico venga chiamata per nome, è protagonista di un altro episodio importante della parashà. Sichem, principe della tribù confinante, inizia con lei una relazione (per ora chiamiamola così, poiché come vedremo sulla sua natura non c’è accordo) e la chiede in moglie. I fratelli maggior di lei, Simeone e Levi, rispondono che accetteranno a patto che tutti i maschi della tribù di Sichem si circoncidano. Condizione accettata, ma si tratta di un inganno. Il terzo giorno dopo l’operazione, mentre tutti gli uomini sono ko per i dolori, Simeone e Levi invadono il loro territorio e li passano tutti a fil di spada. L’interpretazione più frequente è che Dina sia stata stuprata da Sichem e che quello dei fratelli sia un atto di vendetta. Tuttavia, spiega Jewish Women’s Archive, sono state proposte altre spiegazioni.

Non tutti concordano sul fatto che Sichem abbia usato violenza su Dina. I verbi del testo che si riferiscono alla relazione tra i due parlano di passione, ma non di sopraffazione. Quello più controverso, che si traduce con “disonorare, oltraggiare”, potrebbe più facilmente riferirsi a una relazione sessuale prematrimoniale (quindi proibita e “oltraggiante” per la donna) piuttosto che a uno stupro.

La storia di Dina, spiega l’articolo, parla della costruzione di legami sociali attraverso il matrimonio, e di due atteggiamenti opposti verso le unioni miste. Dina e Giacobbe (che acconsente al matrimonio con Sichem) rappresentano l’approccio inclusivo, ben disposto verso la prospettiva di unirsi a qualcuno che non appartiene alla tribù. Simeone e Levi si fanno portavoce invece di un atteggiamento separatista, che di fronte alla prospettiva di matrimonio misto reagisce con la violenza. “Ironicamente, se c’è uno stupro in questa storia, esso è compiuto da Simeone e Levi contro la gente della città di Sichem. È il loro comportamento a essere violento, ostile e approfittatore. Il desiderio di Sichem di contrarre matrimonio si pone in tensione con la determinazione di Simeone e Levi sul fatto che esso non s’ha da fare. La tensione tra il matrimonio all’interno del gruppo (endogamia) e fuori di esso (esogamia) viene drammatizzata in questa storia d’amore e violenza. Il sesso prematrimoniale è la rappresentazione narrativa della violazione dei confini di gruppo”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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