Joi with
Pestilenze, virus e morbi. O della fragilità umana

Riflessioni sulla Torah, a partire dall’attualità del Coronavirus

Il terrore delle pestilenze fa parte del nostro immaginario collettivo da sempre.
Nelle vicende bibliche la narrazione più classica in questo senso è quella delle piaghe d’Egitto, che mettono in ginocchio un paese prospero e forte. La Torà descrive il Faraone nella postura di chi “si tiene sul Nilo” [Gn. 41:1], espressione che, secondo alcuni commentatori, vuole intendere che letteralmente domina il corso d’acqua.
 Se consideriamo che il Nilo era la fonte naturale della forza e della prosperità egiziana, e constatiamo che il Faraone pensa di dominarlo, possiamo osservare che una delle più grandi idolatrie contro cui il progetto ebraico lavora è quella dell’invincibilità dell’essere umano. Le piaghe d’Egitto non sono certamente volte a punire un popolo, il che tradirebbe un’immagine ben infantile delle scritture ebraiche, ma a mostrare, contro ogni mito di invulnerabilità, il fatto che tutti noi siamo creature fra le creature, organismi viventi fra altri organismi viventi, all’interno di un mondo governato da leggi naturali che non potremo mai controllare del tutto. Al massimo potremo comprendere in una certa misura determinate leggi in maniera tale da limitare le conseguenze più estreme di certi fenomeni.

Ho ripensato a queste idee nel quadro dell’attuale psicosi da virus, durante la quale abbiamo assistito alla sterile demonizzazione di un intero gruppo etnico (nei confronti dei quali io considero obbligatoria una forte empatia tradotta in gesti concreti) e a svariate espressioni, sia a livello privato che pubblico e politico, volte al risveglio del peggiore razzismo. Tutto ciò per poi constatare che il tanto temuto virus era già arrivato da noi, e non nei modi in cui tanti avevano immaginato (e forse sperato). La vicenda biblica dell’Egitto, che abbiamo letto in queste settimane nelle sinagoghe, ha proprio il significato di ricordare la profonda e immutabile vulnerabilità del nostro essere, che nessun tipo di forza e tecnologia potrà mai cambiare. Questo non comporta naturalmente il subire passivamente ciò che in natura rischia di danneggiarci, ma al contrario di accettare attivamente che ciò possa avvenire, lavorando con assiduità e costanza, senza però nutrire fantasie infondate e non realistiche di invulnerabilità. Malgrado l’enorme e insostituibile lavoro della scienza, che ci permetterà di lottare adeguatamente contro le aggressioni esterne, la natura sarà sempre un passo avanti rispetto a noi. Ma c’è un qualcosa che nulla può toglierci, ossia la facoltà di cercare e creare la gioia e la bellezza in tutto ciò che ci circonda, a dispetto delle avversità.

In ebraico, il concetto di morbo viene espresso dalla radice דבר, la stessa che esprime l’idea di logos, di ragionamento e di espressione verbale. Se da un lato i nostri pensieri e preghiere devono sempre accompagnare chi soffre, non dovremmo dimenticare che il virus più pericoloso rimane sempre non tanto quello che aggredisce i nostri corpi, bensì quello che annichilisce le nostre facoltà di ragionamento e di espressione empatica, senza cui il valore della nostra vita è molto limitato.

Haim Fabrizio Cipriani
Rabbino presso la Comunità Etz Haim

Haim Fabrizio Ciprianiè rabbino e musicista.

Svolge il ministero rabbinico in Italia presso la comunità da lui fondata Etz Haim, unica comunità ebraica italiana associata al movimento Massorti/Conservative, e in Francia presso la comunità Kehilat Kedem di Montpellier. È autore di diversi saggi a tema ebraico editi da Giuntina e Messaggero.

In campo musicale è attivo come violinista e direttore. Si produce da trent’anni nelle più grandi sale da concerto e ha effettuato centinaia di registrazioni discografiche.


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