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Primo Levi: l’umanità contro la disumanizzazione

Cosa significa spiegare Auschwitz

Un paio di mesi fa un importante quotidiano italiano ebbe l’idea di un torneo letterario nel quale far gareggiare trentadue scrittori del (secondo) Novecento, diremmo i ‘mostri sacri’ della letteratura italiana contemporanea: tra Gadda e Pasolini e Camilleri ed Eco… si sono allineati alla partenza anche Bassani e la Ginzburg, nonché i cugini Carlo e Primo Levi. A votare e decretare il vincitore è stato un discreto numero di lettori del quotidiano, anzi lettori tout court delle nostre belle lettere (più precisamente, si trattava di scegliere fra trentadue opere, che sono tante e poche a seconda delle prospettive ma abbastanza per gusti diversi). Non senza sorpresa, ha vinto Primo Levi, o meglio ha vinto Se questo è un uomo di Primo Levi. Lui stesso sarebbe stato sorpreso di aver sbaragliato autori come Fenoglio e Pavese, per stare nel suo habitat piemontese e torinese; forse dell’aver superato la Ginzburg avrebbe sornionamente sorriso (una piccola revenge che lo ripagava dell’antichissima stroncatura einaudiana… come dimenticarsene?); ma d’arrivare avanti e battere Italo Calvino non lo avrebbe mai immaginato. Al gran finale lo scontro è stato con Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, un libro che ho molto amato e – insieme all’opera-simbolo primoleviana – ho letto e spiegato sia a Gerusalemme sia a New York, dove tenni dei corsi di italiano nell’ultima decade del Novecento. La mia sorpresa sull’esito del torneo, lo confesso, si è abbinata a un pizzico di auto-compiacimento: entrambi i finalisti erano da tempo (da sempre?) nella mia short list.

Potrò dire qualcosa di nuovo a riguardo di Primo Levi, sul quale ho già scritto due libri? Primo Levi il sempreverde, che i lettori del New York Times molti anni fa avevano eletto (pur conoscendolo solo in traduzione!) degno di entrare in una capsula del tempo affinché rimanga, affinché la memoria di quel che è stato non venga travolta dal naturale oblìo delle cose, affinché l’umanità non perda traccia di quella testimonianza vera ma non ingenua, onesta seppur elaborata, poco o punto ideologica, delle atrocità commesse da nazisti e fascisti nel XX secolo dell’era cristiana. L’equilibrio tra l’elaborazione letteraria e la qualità storico-documentaria di Se questo è un uomo è stato colto dai lettori ed è ormai quel consolidato attributo, ampiamente riconosciuto in Italia e nel resto della cultura mondiale, che ha reso Primo Levi distinguibile anche tra gli altri pur famosi e prolifici scrittori-testimoni di Auschwitz (come Elie Wiesel, giusto per non fare nomi).
Le ragioni di tale equilibrio sono, come è intuibile, extra-letterarie sebbene abbiano presieduto proprio all’applicazione del suo talento artistico. Sono ragioni multiple, che si confondono con le scelte formative della giovinezza torinese: la ribellione istintiva alla retorica fascista, un altrettanto istintivo moto antigregario, l’opzione per una scienza esatta ma non astratta, ovvero la chimica, senza disdegno tuttavia per la cultura umanista (intesa come la letteratura), coltivata a latere in uno stile classico, attentissimo alla struttura e ai singoli materiali usati quali aggettivi, avverbi e metafore, selezionati da Levi per esaltare e non per camuffare il messaggio razionale, umanistico, del suo narrare il mondo. Il tutto mosso da un’immensa curiosità del mondo stesso, sottoposta però al rigore di un metodo che unisce precisione e fantasia, concretezza e creatività, leggerezza di tratto e gravità dei temi… un concentrato piemontese di quelle virtù letterarie che Calvino avrebbe trasferito nelle sue Lezioni americane.

Norberto Bobbio, filosofo del diritto, amico e concittadino di Levi, nel medaglione che gli dedicò all’indomani della sua morte, lo ha descritto come un uomo tranquillo ma non rassegnato, mai pago di capire, la chiave ultima della cui esistenza resta, forse, proprio l’irrepressa volontà di comprendere non solo quel che gli era successo ad Auschwitz, ma perché Auschwitz era successo. Il come lo aveva visto, vissuto e raccontato al suo ritorno; il perché fu la domanda della sua vita (e qualcuno pensa, anche la causa della sua morte). Sintetizza Bobbio: “Nel diagramma che apre l’antologia [primoleviana] La ricerca delle radici, egli traccia quattro possibili itinerari che congiungono come una grande ‘catena dell’essere’ gli autori prescelti; l’ultimo – che comprende Lucrezio, Darwin, un fisico e un astronomo – è intitolato ‘la salvazione del capire’. Come se la nostra vita passasse attraverso diversi gradi di perfezione e l’ultimo fosse quello della conoscenza”. Anche Maimonide, nel Morè nevukhim o Guida dei perlessi, pensava che il grado più alto della virtù umana, il carattere peculiare che rende umano l’uomo, è questa capacità di conoscere le cose nella loro struttura, le loro leggi naturali e – per il filosofo ebreo medievale – anche le leggi soprannaturali: conoscere Dio, o almeno quel che Dio permette che noi si conosca di Lui. Il razionalismo maimonideo, fede religiosa a parte, è molto simile al razionalismo di Primo Levi: sono accomunati da un grande rigore metodologico messo al servizio della ‘ricerca delle radici’ (le spiegazioni, i meccanismi di funzionamento, le cause, i principi, le motivazioni… shorashim e ‘iqqarim).
Una volta – racconta ancora Bobbio – “gli scrissi che nonostante tutto quello che si era detto, Auschwitz continuava ad essere per me un mistero, un evento incomprensibile, perché non riuscivo ad inserirlo in nessuna delle caselle mentali che mi ero fabbricate in anni di letture e di studi. Egli mi rispose garbatamente che avevo torto, che anche dell’ottusa atrocità del campo [di sterminio] si poteva, si doveva dare una spiegazione”. Spiegare Auschwitz, ecco l’impresa che, parallelamente al suo lavoro di responsabile di una fabbrica di vernici, il chimico-scrittore ha affrontato per tutta la vita: ha ‘cominciato’ con Se questo è un uomo (1947) e ha ‘finito’ con quel testo straordinario che è I sommersi e i salvati (1986) per dirci che la linea che separa le due categorie del titolo è assai più flebile e problematica di quel che comunemente si pensi: esiste la zona grigia, il compromesso morale è frequente, siamo tutti eternamente tentati di dividere il mondo in ‘noi’ e ‘loro’ e di trasformare l’umano, il (pur) troppo umano pregiudizio in barriera metafisica. Forse qui sta l’essenza, il segreto della capacità di equilibrio, che è rigore e al contempo simpatia, dello sguardo e dell’analisi primoleviane sul mondo: l’essersi sempre incluso in un ‘noi’ antropologico e non aver mai eretto la naturalissima diversità storica a recinto divisorio e insuperabile. Unico discrimine resta appunto il rispetto per quella comune umanità (e razionalità) che fungono – sole – da doveroso, ultimo antidoto contro ogni disumanizzazione.

Le cose che Levi ha detto, scritte e narrate, e soprattutto il modo in cui (nei suoi libri e nelle interviste) le ha dette, gli hanno guadagnato un senso universale di deferenza. A usare tale termine, nei confronti di Levi, è stato quell’Antonio Tabucchi con il quale ha conteso, postumamente, il torneo letteraio-giornalistico. “E’ stato uno dei più grandi scrittori del Novecento” afferma l’esperto di letteratura lusitana, che continua: “Per raccontare Auschwitz non è concepibile altra prosa se non quella di un falegname della lingua”. Levi avrebbe apprezzato questo epiteto, l’avrebbe considerato davvero il massimo dei complimenti. Solo un falegname della lingua produce “una prosa squadrata, geometrica, cartesiana che cerca di misurare un luogo non misurabile. Perché Auschwitz non appartiene a Euclide, anche se è chiuso nel perimetro di un filo spinato, è un ‘altrove’ geometrico, è un frattale, un imbuto che risucchia, sono delle viscere…”. L’artigiano, il falegname della lingua, con Se questo è un uomo ha creato un testo dal valore etico-letterario universale, che continua a vincere in molti tornei. Anche quelli non giornalistici, che gli hanno guadagnato traduzioni nelle principali lingue del mondo. Lo sapevamo, ma ci siamo sorpresi ugualmente. Come ebrei e come italiani, possiamo dire senza falsi pudori: il ‘nostro Primo Levi’.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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