Voci
Proteggere e dare voce ai giovani ebrei LGBT è un’urgenza

A partire dal suicidio di un giovane omosessuale ebreo ortodosso, un ragionamento sul difficile rapporto tra le comunità ebraiche e LGBT+

NEW YORK—I genitori di Adam Seef, un adolescente ebreo appartenente ad una comunità ortodossa modern di Johannesburg, in Sud Africa, mai si sarebbero potuti immaginare che non l’avrebbero visto tornare dal viaggio in Israele organizzato dall’associazione giovanile ebraica Ohrsom Student.

Al suo posto, sono giunti diversi messaggi, scritti sul suo smartphone prima che Adam si togliesse la vita.

«Provare a fingere di essere qualcosa che non sono di fronte a tutti voi sta diventando più difficile ogni giorno che passa, perché non sono l’eterosessuale che fingo di essere. Avrei voluto potervi dire tutto, e so che avreste capito, ma sotto sotto, so che il nostro rapporto sarebbe cambiato», ha scritto Adam in uno dei messaggi indirizzati ai suoi cari, riportati dal quotidiano sudafricano Sunday Times. «Vedo [i miei amici] allontanarsi da me, trovare il successo e l’amore eterosessuale, lasciandomi solo ed isolato».

Adam Seef aveva da poco compiuto diciannove anni, quando è morto in Israele pochi giorni fa. Gli articoli e i post su Facebook pubblicati nei giorni in seguito alla sua scomparsa lo descrivono come un ragazzo brillante. Frequentava il primo anno della facoltà di medicina all’università, era alto, moro, popolare. I suoi famigliari l’hanno descritto come un «perfezionista» con un’anima «tormentata», in lotta con la sua identità, l’ansia e la depressione.

Dai messaggi lasciati da Adam, però, emerge chiaramente il fardello di venire a patti con la sua identità sessuale e il terrore di rivelare i suoi dubbi all’interno di una comunità in cui parole come “gay”, “bisessuale,” “lesbica” e “transgender” non vengono nominate quasi mai. E non mi riferisco alla comunità specifica in cui è cresciuto Adam, bensì a quella globale degli ebrei ortodossi, modern e tradizionali, in cui troppo spesso i discorsi sull’orientamento sessuale o l’identità di genere sono argomenti tabù, sussurri vergognosi, sovente circondati da un alone di mistero.

Tabù o meno, queste realtà esistono, sono sempre esistite e sempre esisteranno; e meno se ne parla, più grande è il danno che si fa ai giovani ebrei LGBT che si accorgono di essere “diversi”, ma che non hanno il vocabolario, i riferimenti e il supporto necessari per scoprirsi e rivelarsi agli altri nella loro intera complessità senza il timore di venire derisi, ostracizzati, isolati, esclusi ed allontanati. Chiunque tenti di affossare conversazioni che avrebbero potuto salvare la vita di Adam contribuisce al possibile ripetersi di una tragedia che la nostra comunità dovrebbe invece preoccuparsi di prevenire.

In un articolo pubblicato su un giornale ebraico sudafricano sull’argomento, si parla solo vagamente di identità sessuale, e mai vengono nominate le infami lettere “LGBT”. Articoli come questo possono solo aggiungere danno al danno; fingere che il giovane fosse solo “depresso” non ci aiuta a prevenire altre tragedie come questa. L’autrice scrive: «Dietro le quinte, organizzazioni comunitarie e autorità in entrambi i paesi [Sud Africa e Israele], hanno mosso mari e monti per riportare Adam a casa in modo che potesse essere seppellito».

Vorrei vedere le stesse organizzazioni, gli stessi leader, muovere «mari e monti» anche per mandare un messaggio forte e chiaro alla gioventù ebraica LGBT: «Esistete», vorrei sentir loro dire, «esistete e noi vi accettiamo».

Alcuni leader del mondo ebraico, negli ultimi mesi, hanno dato vita ad iniziative lodevoli. Ad esempio, il rabbino capo del Commonwealth Ephraim Mirvis ha pubblicato lo scorso autunno una guida per gli insegnanti delle scuole ortodosse sul benessere degli studenti LGBT. «I nostri ragazzi» ha scritto Mirvis, «devono sapere che a scuola, a casa e nelle loro comunità sono amati e protetti indipendentemente dalla loro sessualità o identità di genere».

Le risorse per imparare di più sull’argomento sono poche, ma esistono; l’adozione di guide come quella curata dal rabbino Mirvis è certamente un passo da considerare anche fuori dalla Gran Bretagna.

L’organizzazione JQY di New York, che si occupa di giovani LGBT provenienti da comunità ortodosse, riporta che i tassi di suicidio sono significativamente più alti tra i giovani LGBT di famiglia ortodossa. «Gli studi mostrano che il rischio non è in relazione al loro livello di religiosità, bensì è correlato alla “perceived rejection”, al rifiuto percepito da ciascuno di loro. In altre parole, i giovani ebrei LGBT hanno bisogno di sapere che appartengono [alla comunità] e che non sono soli».

Un nuovo libro pubblicato negli Stati Uniti intitolato Homosexuality, Transsexuality, Psychoanalysis and Traditional Judaism affronta l’argomento in sedici saggi scritti da altrettanti autori. In uno dei saggi, lo psicologo Jeremy Novich descrive le sfide che affrontano gli individui gay nella comunità ortodossa; il doppio standard che esiste tra etero e gay, il beneficio del dubbio concesso ai primi in termini di religiosità e le presupposizioni nei confronti degli ultimi, considerati “peccatori” per il solo fatto di identificarsi come LGBT.

Nelle comunità ortodosse gli omosessuali si sentono spesso «stereotipati e stigmatizzati», spiega Novich; l’identità sessuale viene trattata come caratteristica principale di un individuo gay. In comunità in cui l’istituzione del matrimonio e la famiglia hanno un ruolo centrale, gli omosessuali spesso sentono di non poter davvero farne parte.

La conseguenza è l’alienazione; i giovani LGBT ebrei spesso devono allontanarsi dalle loro comunità di provenienza per crearsi un nuovo futuro altrove, talvolta negli Stati Uniti e in Israele, presso città e gruppi sociali più aperti. L’omofobia—o più sovente la totale soppressione delle conversazioni sull’omosessualità—alienano e allontanano, sia dalle singole comunità che dalla religione in generale.

In un articolo pubblicato sul Times of Israel, il rabbino Daniel Landes racconta della sua coraggiosa decisione di dare la semikha—l’ordinamento rabbinico—ad un giovane ortodosso gay attraverso l’organizzazione Yashrut. Vale la pena leggere l’articolo integralmente. Landes elenca le varie «soluzioni» che vengono solitamente proposte dai rabbini ai giovani LGBT: terapie di «conversione» (ora illegali sui minori in moltissimi stati negli USA), il celibato, il matrimonio eterosessuale forzato. Questi tre approcci hanno effetti dannosi non solo per i diretti interessati, ma anche per i loro cari.

Nella maggior parte dei casi, però, non si parla di nessuna di queste «soluzioni». Si nasconde, si cancella, si affoga il problema nel silenzio e nella vergogna.

Secondo una ricerca pubblicata dall’organizzazione Eshel e condotta su 100 genitori di ebrei LGBT nella comunità ortodossa americana, «i rabbini sono le ultime risorse a cui si rivolgono i genitori quando i loro figli fanno coming out». Questo, probabilmente, per la loro inesperienza e mancanza di conoscenze sull’argomento.

Uno dei detti più famosi della Torah è: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Per Adam, e per tutti gli altri giovani che non hanno avuto le risorse e il supporto necessari per sopravvivere, è nostra responsabilità intavolare una conversazione seria, nelle scuole, nelle sinagoghe, nei centri culturali. Non per cambiare l’halakhà, ma per creare insieme una kehilà—comunità—in cui nessun giovane abbia così tanta paura di rivelare la propria identità sessuale da doversi allontanare o, peggio, preferire la morte.

Alcuni paragrafi di questo articolo sono stati precedentemente pubblicati in inglese dal giornale americano The Forward il 10 luglio 2019.

Simone Somekh
Collaboratore

Vive a New York, dove lavora come giornalista e scrittore. Insegna al Touro College di Manhattan. Ha collaborato con Associated Press, Tablet Magazine e Forward. Con il suo romanzo Grandangolo (ed. Giuntina), tradotto in francese, tedesco e in prossima uscita in russo, ha vinto il Premio Viareggio Opera Prima. 

@simonesomekh


1 Commento:

  1. ב”ה

    Purtroppo la halacha’ a quel che ne so e’ molto chiara nel mondo ortodosso e non ammette l’omosessualita’. Ovviamente le regole vanno sia applicate che interpretate, e sarebbe interessante leggere commenti in merito da parte di rabbini ortodossi

    Seguo con interesse


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