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Cultura
Rolling Stones: la jewish side delle pietre rotolanti

Andrew Loog Oldham è il nome del manager di origini ebraiche che ha trasformato Jagger e Richards nei bad boys del rock and roll

Non molti sanno che c’è un lato “jewish” dietro il successo di una delle più importanti rock band del Novecento. A cominciare dal loro abilissimo manager: Andrew Loog Oldham, ebreo come il suo “mentore” Brian Epstein, l’uomo che ha lanciato i Beatles, è stato fondamentale sia per creare la loro immagine di bad guys, da contrappore ai “bravi ragazzi” Beatles, sia per allargare il loro campo musicale convincendoli a comporre brani scritti di loro pugno che, partendo dal blues, strizzassero l’occhio al rock, ma con l’immediatezza del pop.

Non meno fondamentali per la costruzione di un’immagine pericolosa della band, furono le prime copertine degli album ad opera del fotografo Gered Mankowitz (figlio dello sceneggiatore ebreo inglese Wolf Mankowitz), che nel 1965 immortalò anche il loro primo tour negli Stati Uniti.

Quando il contratto degli Stones con la Decca Records giunse a scadenza nel 1966, un commercialista jewish di New York di nome Allen Klein, che nel frattempo aveva sostituito Oldham come loro manager, siglò un nuovo accordo discografico ancora più redditizio di quello che Brian Epstein aveva rinegoziato per i Beatles, aumentando enormemente le disponibilità economiche della band.

In diverse canzoni delle Pietre Rotolanti si trovano poi riferimenti alla cultura ebraica: in Shattered c’è addirittura un verso in ebraico, “Shmatta shmatta shmatta, I can’t give it away on Seventh Avenue.” (“Shmatta shmatta shmatta, non posso regalarlo sulla Seventh Avenue”), che si riferisce alla crisi del comparto manufatturiero ebraico nella New York di fine anni Settanta, mentre in Paint It Black c’è una scala di accordi che ricorda molto da vicino alcune sonorità yiddish, probabilmente un retaggio della musica che ascoltava il nonno ebreo di Keith Richards. Alla sonorità del brano ha poi contributo anche il bassista Bill Wyman che in sala d’incisione iniziò a suonare l’organo ispirandosi alle canzoni che accompagnano matrimoni Yiddish.

Non solo: i titoli di due dei loro album più famosi, Exile on Main St. e Bridges to Babylon, sembrerebbero un  riferimento alla Diaspora ebraica come sottolinea Seth Rogovoy su Forward.com.

A testimoniare lo status di band senza tempo, il fatto che i Rolling Stones siano ancora in tour (hanno debuttato nel 1962). L’ultimo show risale al 31 agosto di quest’anno a Miami: la storia infinita…

I loro concerti sono una lezione di storia del rock, di cui incarnano l’essenza più profonda: riff di chitarra al fulmicotone, energia, divertimento e melodie immortali. La band capitanata dai “glimmer twins” Jagger & Richards, a differenza di Bob Dylan che concede poco o nulla al pubblico, esegue ogni volta fedelmente il greatest hits della sua cinquantennale carriera, con una netta predilezione per il periodo che va dalla metà degli anni Sessanta fino all’inzio degli anni Ottanta (Gimme Shelter, (I can’t get no) Satisfaction, Paint It Black, Jumpin’ Jack Flash, Tumbling Dice, Brown Sugar, Start me up), non discostandosi quasi per niente dalle versioni originali.

Per rendere ogni concerto indimenticabile, però, gli Stones sono soliti pescare un paio di brani inaspettati, scelti casualmente ogni sera dal loro formidabile arsenale di canzoni. Jagger ancora oggi canta, corre, sculetta, manda baci e incita la folla esattamente come nei gloriosi anni Sessanta, confermandosi uno dei più grandi frontman di tutti i tempi, di sicuro il più longevo e carismatico.

Keith è sornione come sempre, sorride luciferino mentre arpiona la chitarra scrostata con le dite deformate dall’artrosi, sbagliando ogni tanto qualche nota con noncurante naturalezza, mentre i suoi riff leggendari caricano di adrenalina gli spettatori. E poi, Charlie Watts, che a 78 anni suona la batteria con metronomico aplomb, mentre si rivela  sempre più importante il ruolo del “giovane” Ron Wood (ne ha “solo” 72), incaricato di coprire con la sua chitarra le “distrazioni” di Richards.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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