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Cultura
“Rossoneri ebrei”, fenomenologia dei cori da stadio

Storia e storie di campanilismo calcistico tra razzismo e goliardia

“Su cantiamo tutti insieme rossoneri ebrei” è uno dei cori più consueti e tramandati che si possono cogliere nella colonna sonora prodotta dai tifosi del “Derby della Madunina”, nel meraviglioso palcoscenico della stadio Giuseppe Meazza di San Siro. Il significato di affermare che l’avversario appartenga ad una religione specifica è difficile da cogliere, ma il fenomeno è piuttosto diffuso in tutti gli stadi, tra gruppi e appellativi oltraggiosi di svariato genere. Seppur realizzati da una ristretta parte dei tifosi, queste espressioni collettive sono spesso considerate come una rappresentazione di un problema ben più ampio: il razzismo negli stadi.

Prima di affrontare la questione dei cori, è necessario un excursus storico sul Club Inter, per evidenziare il contrasto tra i fenomeni di intolleranza e la storia della sua nascita. La società fu creata su iniziativa di un gruppo di dissidenti del Milan, che nonostante trovassero in vari stranieri i propri padri fondatori, imposero il divieto di ingaggiare calciatori stranieri.

Questo problema creò una frattura all’interno dell’AC Milan, dividendolo in due fazioni opposte. Una sosteneva di condurre una politica di tipo ‘nazionalista’, evitando rigorosamente di tesserare giocatori di diversa nazionalità salvo quella italiana. Come controparte c’era la fazione che sosteneva invece l’importanza del ruolo dei componenti stranieri (al tempo principalmente svizzeri ed inglesi) nella squadra. Quarantaquattro di questi dissidenti scelsero la scissione, cosi nacque il Foot-ball Club Internazionale (appunto). Lo straniero rappresentava ancora una sorta di tabù per quello sport ancora in fase embrionale e gli scissionisti dimostrarono una natura decisamente innovativa per una società di quello stampo.

Perché esiste un coro dei tifosi dell’Inter fatto per schernire gli avversari concittadini chiamandoli ebrei?
Sembra così di essere tornati indietro col tempo, piuttosto che progrediti di 111 anni.

Sono episodi ricorrenti nella storia dei derby di Milano e del calcio italiano: nel Novembre 1996 fu il turno dei “cugini” milanisti: «Dieci anni di cori razzisti per avere in squadra negri, ebrei e sangue misti» questi gli sfottò rivolti ai tifosi interisti. Qualche anno prima uno striscione ingiurioso fu esposto ancora dalla tifoseria nerazzurra e una presa di posizione forte la prese Peppino Prisco, avvocato e vice-presidente dell’epoca: “A volte i tifosi non si comportavano bene e scrivevano striscioni da brivido. Prima di un derby paragonarono i milanisti agli ebrei augurandosi la stessa fine. Senza sapere che l’Inter aveva avuto un presidente israelita, Enrico Olivetti, che dovette lasciare nel ’26 per motivi razziali. Quella volta scesi in campo, andai sotto la curva e feci gesti disperati, si accorsero che ero io, vicepresidente dell’Inter, a chiederne la rimozione, e lo tolsero”.

L’ultimo caso recente (2014) non coinvolge le due squadre di Milano ma un’altra rivalità storica del nostro calcio, tra Juventus e Fiorentina. Stavolta intervenne il Giudice Sportivo: “Letta la relazione dei collaboratori della Procura federale, si attesta che numerosi sostenitori della squadra bianconera (circa 3.000, il 70% degli spettatori presenti nel settore dello stadio denominato “Curva Sud”), intonavano ripetutamente un coro insultante espressivo di discriminazione antisemita (“… Firenze è una patria di infami, la odio da sempre perché i viola non sono italiani, ma una massa di ebrei…”);”

A parte l’ultimo caso citato in cui i responsabili sono stati individuati e puniti, questo fenomeno di massa senza volto né responsabile, viene spesso giustificato etichettandolo come goliardia piuttosto che antisemitismo. Il dibattito è aperto e ci sono svariate sfumature tra i due concetti.
A questo proposito, Gadi Luzzatto Voghera scrisse nel suo libro L’antisemitismo: domande e risposte che “chi pratica l’antisemitismo da stadio compone per grettezza e ignoranza una miscela di idee e immagini delle quali il più delle volte non conosce la storia e la pericolosità. In questo senso non c’è un collegamento diretto (se non nel linguaggio) con l’antisemitismo tradizionale. Ha un peso più determinante la xenofobia, l’odio per il diverso; e il diverso è il nemico, il tifoso della squadra avversaria, identificato di volta in volta con il negro, l’ebreo, e tutti gli altri “diversi” che popolano la lista razzista tradizionale”. 
In questo tratto l’autore sembra “concedere” agli ignoranti che intonano questo tipo di cori un debole collegamento, se non esclusivamente per il linguaggio, con il vero antisemitismo razzista. Razzismo che comunque esiste sotto altre forme e di cui purtroppo siamo spesso testimoni passivi.

Il principio alla base di ciascun gruppo ultras è la topofilia (amore per il luogo) e il campanilismo (l’attaccamento al proprio campanile locale). Ed è proprio per il campanilismo che nascono le violente rivalità tra tifoserie: lo stesso calcio che può essere strumento di integrazione, diventa scenario di odio con una visione manichea del mondo secondo cui tutto il bene è nella propria squadra e tutto il male in quella avversaria. Un ultra è un patriota della sua zona, del suo sobborgo o della sua città, è un discorso di radicamento e appartenenza, un tipo di orgoglio che viene espresso accusando la tifoseria avversaria di essere diversa, quindi ebrea oppure meridionale, anche se a cantarlo sono spesso e volentieri dei meridionali. È paradossale, è brutto, per altri è divertente ed è una valvola di sfogo necessaria.

Il cortocircuito perfetto sulla questione stadi e razzismo è avvenuto qualche mese fa a Tel Aviv. Derby tra le due squadre israeliane Hapoel e Maccabi, ovviamente quasi tutti ebrei sugli spalti. A un certo punto i tifosi della squadra di casa, l’Hapoel, lanciano un coro invocando una nuova Shoah per il Maccabi.

“E adesso come la mettiamo? Se chi fa i buu è razzista e chi fa cori sugli ebrei è antisemita, i tifosi ebrei che invocano la Shoah per altri tifosi ebrei cosa sono? Mentre l’editorialista sportivo collettivo cerca di farsi passare il mal di testa pensando a come rispondere, mi limito a far notare che l’esempio di Tel Aviv, ancorché squallido, è perfetto per far saltare gli schemi prefabbricati che si applicano dalle scrivanie delle redazioni e dalle poltrone degli studi televisivi alle vicende di curva”. Scrive il giornalista sportivo britannico Jack o Malley.

È sbagliato cercare di intellettualizzare troppo dei beceri sfottò, questo con il calcio ha poco a che vedere. Lo sport è competizione ma l’aggressività e la sfida dell’avversario dovrebbe esser contenuta e canalizzata attraverso regole condivise che ne delimitano spazi e tempi, spiegano Norbert Elias e Eric Dunning nel libro Sport e aggressività rendendolo così legittimo e urbano. Ma questo sport è molto di più di ciò che accade all’interno del perimetro erboso. E insistendo sulle parole di Elias e Dunning nello stesso libro:

è vero che gli sport moderni devono servire agli spettatori innanzitutto per manifestare uno stato di tensione, devono permettere il godimento di una piacevole sensazione di eccitazione, senza di che non avrebbero ragione d’essere, ma contemporaneamente devono poter contare su una serie di dispositivi, sia d’ordine istituzionale che d’ordine psicologico, che disciplinano lo sfogo emozionale e mantengono l’eccitazione entro quella dimensione mimetica che produce un effetto liberatorio e catartico anche se contiene elementi di ira, ansietà, paura, eccetera. 
È un effetto raggiunto al massimo grado da quegli sport in cui gioca un ruolo preponderante la rivalità diretta o indiretta tra gli uomini, dal momento che in questo genere di sport la competitività agonista ricorda molto da vicino una battaglia reale tra gruppi ostili, cosa che consente agli spettatori di godere il piacere, piuttosto raro nelle società contemporanee, di vivere una intensa emozione collettiva. Tuttavia, in certe condizioni, c’è il rischio che la sottile linea di demarcazione tra gioco e non gioco, tra battaglia mimetica e battaglia reale si offuschi, e l’eccitazione provocata da uno scenario immaginario di lotta oltrepassi i suoi limiti per trasformarsi in qualcosa di assai diverso.

Questo fenomeno sociale, su cui molti scrittori e giornalisti hanno scritto libri e tesi universitarie, raccoglie tutti quelli che vivono la passione per una squadra in modo fanatico ma aggregativo, dove persone di diversa estrazione sociale e area geografica si ritrovano gomito a gomito a vivere la partita come un rituale, assumendo dei comportamenti che raramente ripeterebbero in casa o sul posto di lavoro. Il rischio che questo scenario immaginario di lotta oltrepassi i suoi limiti è sempre alto ma chi conosce il calcio milanese sa che, nonostante “rossoneri ebrei” e altri cori offensivi, la forza e l’esempio del derby di Milano sono sempre stati quelli di declinare l’odio nello sfottò e di restringere nell’accettazione e nell’equilibrio le diverse pulsioni calcistiche cittadine.

Jonathan Misrachi
Youth and social engagement

“Fino ai 18 anni non conoscevo altri posti che il Ken dell’Hashomer, la scuola della Cem e lo stadio San Siro”, scrive Jonathan di se stesso, ora di casa a Nairobi. Collaboratore di JOI dai suoi primissimi giorni, è laureato in scienze politiche e specializzato in Cooperazione internazionale all’ISPI.


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