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Cultura
Sasson Somekh e gli ebrei arabi d’Israele

Quando fare letteratura significa fare dialogo. Nel conflitto

Il 18 agosto scorso, dopo un’intera esistenza dedicata all’insegnamento, alla scrittura e alla traduzione, è morto a Tel Aviv all’età di ottantasei anni Sasson Somekh, “l’ultimo degli ebrei arabi”, come lui stesso amava definirsi. Forse leggendo qualcuno di voi si porrà ancora la solita vecchia domanda: “un ebreo arabo”? Ma che razza di diavoleria è questa? Se ciò avverrà, non intendiamo biasimare nessuno. Quella di “ebreo arabo” è una definizione che, in effetti, può apparire inverosimile, ossimorica, addirittura impudente. Sembra quasi voler gettare un guanto di sfida alla storia. E questo Sasson Somekh lo sapeva bene. In un’intervista rilasciata alcuni anni fa, aveva dichiarato: “Agli occhi dello Stato d’Israele gli arabi erano nemici. Per la stessa identica ragione agli ebrei dei paesi arabi non piaceva essere chiamati in questo modo. Non volevano essere associati col nemico, non solo per ragioni politiche. La parola ‘arabo’ non era associata al progresso e allo sviluppo, al contrario. All’aggettivo ‘arabo’ non era attribuita una sfumatura positiva”.
Eppure questa è stata l’identità di Somekh e non soltanto la sua. Alla biografia di Sasson Somekh, infatti, potrebbero essere sovrapposte le vite di un ingente numero di cittadini israeliani, intellettuali, politici, gente di spettacolo o, semplicemente, persone comuni. Uomini e donne nati e cresciuti da ebrei in Iraq, in Marocco, in Tunisia e nelle altre nazioni arabe, costretti ad abbandonare in massa i propri Paesi e il mondo che li aveva generati perché divenuti “ospiti non graditi”, nemici in patria. Lo Stato d’Israele li accolse ma chiese loro in cambio un sacrificio enorme, per lo più impossibile: dimenticare il passato. Dimenticare Baghdad, Casablanca e ogni altro luogo in cui avevano vissuto prima di allora. Dimenticare la dolce e avvolgente lingua dell’infanzia. Gli ebrei arabi non furono di certo i soli, anche agli ebrei europei fu imposto lo stesso prezzo da pagare per una vita nuova nella terra dei padri. Tuttavia, per gli ebrei dei paesi arabi lo choc fu particolarmente duro (se non ci credete andate a rivedere il capolavoro di Efraim Kishon, Sallah Shabati, del 1964. È già tutto lì). A dire il vero, pochi furono ligi ai dettami dell’establishment nella loro quotidianità. E se in pubblico si sforzavano di balbettare un ebraico stentato, nell’intimità, tra le mura domestiche o nel regno isolato dei sogni, la lingua e la cultura rimasero quelle delle origini.

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Sasson Somekh, però, decise di restare fedele alla propria identità preservandone entrambi i volti anche nella sfera pubblica. Anzi, egli seppe trasformare questa sua inevitabile duplicità in un’occasione di dialogo, prima attraverso l’attivismo politico, all’interno del Partito Comunista israeliano, cui s’iscrisse dopo aver visto alcuni manifesti elettorali scritti in arabo nel disagiato quartiere di Wadi Salib, a Haifa, poi attraverso la scrittura e la traduzione, principalmente di opere poetiche. Già quando era poco più di un ragazzino, a Baghdad, Somekh aveva pubblicato qualche lirica in arabo e la poesia rimase uno dei grandi amori della sua vita. È a lui che i lettori israeliani devono indimenticabili raccolte di poesia araba, tutte curate con la perizia e la passione del poeta autentico, come ha scritto alcuni giorni fa Nissim Kalderon, docente di letteratura ebraica all’Università Ben Gurion di Beer-Sheva. Certamente la bellezza conta, soprattutto in poesia, ma la missione che Somekh sentiva su di sé aveva un peso ben diverso. Nelle sue opere, infatti, si compie il senso perfetto della parola “tradurre”, ossia trans-ducere, “condurre attraverso”. Non ricordo dove una volta ho letto che la migliore immagine che l’atto traduttivo possa suscitare è quella di un ponte, teso a collegare due sponde contrapposte separate da un fiume, benché forse sia il fiume stesso il paesaggio più adatto, perché il trans-ducere implica una dimensione dinamica e liquida, una trasformazione partecipata da entrambe le parti. E quanto è impetuoso il fiume che separa due popoli in conflitto? Quanto dev’essere ardua la loro trasformazione? Pertanto a chi, come Somekh, ha tentato una simile impresa va tutto il nostro plauso.
L’ingresso nel partito comunista ‒ che finì per abbandonare, deluso, alcuni anni più tardi ‒ consentì a Somekh di conoscere personalmente tre intellettuali, anch’essi iracheni: David Tzemah, Shimon Ballas e Sami Michael. Di questi soltanto l’ultimo è noto in Italia, grazie alla casa editrice Giuntina che ne ha pubblicato alcuni romanzi, mentre gli altri due rimangono figure note soltanto a specialisti e studiosi, almeno per ora. Personalità dai tratti insoliti e misteriosi, David Tzemah (1902-1981) compose versi in arabo e in ebraico. In patria fu rabbino e mohel (“circoncisore”), collezionista di libri e studioso di poesia medievale. Narra la leggenda che già a dodici anni avesse composto liriche sugli orrori della Prima Guerra Mondiale, che furono censurate e bruciate dalle autorità turche. Nel 1941 ebbe la casa devastata dal Farhud, il sanguinoso pogrom che assestò un duro colpo alla comunità ebraica di Baghdad, e a seguito di questo evento si trasferì in Israele, dove rimase purtroppo una figura marginale della cultura, sebbene mai del tutto dimenticata.

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Il timore della marginalità ha tormentato a lungo anche Shimon Ballas (1930), romanziere e traduttore, come Sasson Somekh. Ballas ha esordito come scrittore poco dopo essere arrivato in Israele, con un romanzo nel quale ha raccolto le proprie esperienze nei campi di transito per i nuovi immigrati. Originariamente il libro era stato scritto in arabo ma ha ottenuto la pubblicazione soltanto dopo la sua riscrittura in lingua ebraica, cosa che la dice lunga sulla situazione della lingua araba in Israele negli scorsi decenni. La rinuncia alla lingua madre non è avvenuta a cuor leggero per Ballas, ma è stata una scelta necessaria per raggiungere il pubblico israeliano, per il quale intendeva scrivere: “Non volevo essere isolato. È stato questo a spingermi a scrivere in ebraico […] volevo essere vicino ai lettori ebrei, perché sin dall’inizio ho sentito di voler svolgere un ruolo da mediatore tra il pubblico ebraico e quello arabo”. Tuttavia, analogamente a Somekh, Ballas si considera un ebreo arabo, senza avvertire particolari frizioni nella propria identità. Più o meno, egli dice, come immagina debba sentirsi “un arabo cristiano in Israele”. Anche Sami Michael (1926), il decano di tutti gli scrittori israeliani iracheni, pur avendo iniziato a scrivere in arabo, infine, ha preferito l’ebraico, per le stesse motivazioni di Shimon Ballas. Chi conosce i suoi romanzi sa bene come Sami Michael riesca meravigliosamente a raccontare le gioie (rare) e i dolori (tanti) della convivenza tra arabi ed ebrei, lasciando però sempre uno spazio per la speranza, per quanto angusto esso sia.
In linea generale, negli ultimi decenni Israele si sta muovendo nella direzione di un netto multiculturalismo, accogliendo nel milieu culturale e letterario tutto ciò che inizialmente era stato respinto ai margini. Rispetto ad altre realtà linguistiche e culturali, più facilmente accettate come “ebraiche”, l’arabo gode tutt’oggi di una posizione più delicata. Ci rassicura il fatto che numerosi scrittori più giovani abbiano deciso di percorrere lo stesso cammino inaugurato da Somekh, Ballas e Michael. Ad esempio, il poeta e narratore Almog Behar (1978), che ha studiato l’arabo con il preciso scopo di ricostruire parte del proprio sé e di farne poesia. A questo proposito, in un’intervista rilasciata al Los Angeles Review of Books, Behar ha ricordato il profondo senso di perdita da lui avvertita nei confronti di un passato ormai scomparso: “Tornare indietro non è mai semplice, è sempre un atto simbolico, che si realizza attraverso una sorta di mediazione. Nel caso dell’arabo, potevo capirne qualche parola, ma quando ho deciso di studiare seriamente la lingua era troppo tardi per apprenderla in famiglia. Quindi ho dovuto rivolgermi alle università e ai palestinesi. C’è un’ironia storica nei percorsi che devi intraprendere per realizzare certi obiettivi”. Un’ironia storica che possiede non poca saggezza, aggiungeremmo noi.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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