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Cultura
Saul Steinberg, l’arte di scrivere disegnando

Una retrospettiva sul grande filosofo del disegno alla Triennale di Milano

Quando nel 1959 la fotografa Inge Morath si recò a casa del già acclamato illustratore Saul Steinberg per fargli un ritratto, questi si presentò alla porta con un sacchetto in testa. Sulla carta l’artista aveva disegnato il proprio volto con poche linee essenziali. Quello che poteva restare un semplice scherzo si sarebbe trasformato in una proficua collaborazione nonché in una lunga serie di maschere, poi fotografate dalla stessa Morath.

Manifesto per il festival di Spoleto, 1960
Senza titolo, 1959-62

Volti stilizzati come questi, insieme a decine di bozzetti, disegni, studi, collage, tessuti, copertine, progetti, scenografie e vignette fanno parte delle circa 350 opere esposte alla Triennale di Milano fino al 13 marzo 2022. La mostra, organizzata in collaborazione con la casa editrice Electa, si intitola Saul Steinberg Milano New York  ed esplora come probabilmente non è mai stato fatto prima l’immenso lavoro di un disegnatore capace di attraversare i generi senza mai restarne imbrigliato.

Curata da Italo Lupi, che ne ha progettato anche l’allestimento con Ico Migliore e Mara Servetto, e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari, la monumentale esposizione da oggi visitabile ha tra i tanti meriti anche quello di offrire una visione a tutto tondo della sterminata produzione di un artista multiforme. Un’impresa non facile, tanto che già nel 1978, in occasione della retrospettiva che il Whitney Museum of American Art di New York gli aveva dedicato, Steinberg stesso affermava: «Non appartengo propriamente né al mondo dell’arte, né ai fumetti, e nemmeno a quello delle riviste, perciò il mondo dell’arte non sa bene dove piazzarmi».

Senza titolo, 1954

La mostra di Milano parte dalla volontà di riportare in primo piano il disegno, quello stesso «disegnare disegni» che Steinberg considerava come un modo per ragionare sulla carta puntando a farne un uso analogo alla scrittura, forma espressiva per la quale si sentiva invece poco dotato: «Sono piuttosto uno scrittore che non sa scrivere. Parlo sei lingue, e nessuna correttamente. La linea – diciamo la grafologia – è la mia vera lingua». Poeta e filosofo insieme, aveva anche dichiarato: «Cerco di usare un alfabeto molto povero di segni per esprimere idee che possono essere molto complesse e complicate, per questo il disegno è molto più vicino alle poesia che usa parole comuni per spiegare cose molto complesse».

Saul Steinberg ritratto da Evelyn Hofer, New York 1978, © Estate of Evelyn Hofer

Considerato da Ernst Hans Gombrich uno degli artisti che meglio avevano penetrato la filosofia della rappresentazione, tanto che, come diceva Roland Barthes, nel suo universo «tutti gli oggetti rappresentati sono essi stessi rappresentazioni», l’artista ebreo di origini rumene aveva estimatori tra i massimi rappresentanti dell’arte e della cultura del suo tempo. Così, se Ennio Flaiano lo riteneva «l’unico pittore che si fa leggere», Federico Fellini ne parlava come di un grande artista, «il più fascinoso, il più misterioso, il più libero», mentre Federico Zevi, lapidario, lo riteneva, semplicemente, «un genio».

via Ampere, Milano, 1970

L’ammirazione di colleghi e amici italiani si sarebbe tradotta in sostegno concreto nei momenti più difficili dell’esistenza di Steinberg, segnata da numerosi successi professionali ma anche da episodi cupi. Nato nel 1914 in Romania da una famiglia ebraica della media borghesia, dopo gli studi superiori si era iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia per poi tentare il passaggio a quella di Architettura. Costretto a rinunciarvi a causa delle norme antisemite che limitavano la presenza degli studenti ebrei presso l’università di Bucarest, si era quindi trasferito a Milano, dove nel 1933 si era iscritto alla facoltà di Architettura del Politecnico. Qui avrebbe vissuto alcuni degli anni più luminosi della sua vita, iniziando ancora studente a collaborare nel 1936 come vignettista al Bertoldo, dove Giovannino Guareschi, all’epoca caporedattore del bisettimanale umoristico, lo aveva assunto. Due anni dopo, nel 1938, sarebbe passato al settimanale Settebello, diretto da Achille Campanile e Cesare Zavattini; questi lo aveva già apprezzato sul Bertoldo e ne sarebbe rimasto per sempre amico, giungendo a definirlo «un filosofo morale».
Il 1938 era stato però anche l’anno delle leggi razziali promulgate dal fascismo: tutti gli ebrei stranieri dovevano essere espulsi. Saul riuscirà comunque a laurearsi nel 1940 prima di finire rinchiuso per alcuni giorni a San Vittore nell’aprile del 1941 ed essere poi trasferito in un “campo” allestito in una villa a Tortoreto, in Abruzzo. Al periodo appena precedente risale la commissione fattagli dall’amico Vito Latis per il disegno, pure esposto in mostra, dell’anta di un mobile destinato a una villa della famiglia Coen Sacerdoti a Rapallo. L’artista regalerà il bozzetto preparatorio all’amico Luciano Pozzo, che nei momenti più difficili gli aveva offerto uno studio per lavorare e nascondersi.

Di questo capitolo buio della sua vita, che lo porterà poi a emigrare negli Stati Uniti, non restano moltissime testimonianze dirette, soprattutto per la ritrosia di Steinberg a parlarne. Anche per questo è significativo quanto l’artista dirà anni dopo all’amico di sempre, lo scrittore, regista e architetto Aldo Buzzi. Confrontando il proprio diploma di laurea con quello di Primo Levi, accomunati dalla specificazione “di razza ebraica”, il disegnatore ironizzerà sulla volgarità della scritta svolazzante sul documento dello scrittore e sulla «sinistra eleganza» dei caratteri Bodoni della sua finta pergamena. La sua riflessione si allargherà in seguito nel considerare che quasi più nulla di quel diploma, poi conservato negli archivi del Politecnico e ora esposto in mostra alla Triennale, fosse rimasto. Vittorio Emanuele III, nel cui nome aveva ricevuto l’attestato, di lì a poco non sarebbe stato neppure più re, morendo in esilio nel 1947. Del regno d’Italia a quello di Albania, per non parlare dell’impero d’Etiopia, tutti citati nel documento, nulla era più rimasto, al pari dello stesso titolo di architetto, mestiere che Steinberg era ben contento di non avere mai praticato. Di tutto il documento, non sarebbe dunque sopravvissuto che «Saul, figlio di Morits, di razza ebraica», con l’amara conclusione che, in fondo, «questo è un diploma di Ebreo».

Woman Seated 1950-51

L’identità, non necessariamente ebraica, è uno dei territori di indagine più battuti dall’artista nel suo percorso di ricerca. Finti documenti e certificati, impronte digitali e le già citate maschere sono solo alcuni esempi della sua capacità di affrontare il tema della rappresentazione e del travestimento, sia del singolo sia della società. Tra i suoi disegni non mancano così le parate e le immagini di vita sociale, intese a loro volta come una messa in scena, non tanto diversa da quella delle donne esageratamente truccate e agghindate che tanto lo avevano tanto colpito in America e che lui aveva puntualmente ritratto.

 

IL LABIRINTO DEI RAGAZZI – Senza titolo, 1949-54

 

Cover di The New Yorker, 29 marzo 1976

Tra i materiali in mostra spiccano poi le copertine del New Yorker, la prestigiosa rivista per la quale, dopo l’arrivo negli Stati Uniti, lavorerà per quasi sessant’anni, firmando 85 cover oltre a 642 illustrazioni. A queste fanno da controcanto le opere degli anni italiani e soprattutto i quattro leporelli con gli studi per il Labirinto dei Ragazzi. Questi fogli pieghevoli sono particolarmente importanti perché segnano il legame di Steinberg con Milano, città che dopo averne accompagnato i primi passi professionali lo accoglierà più volte dopo la fine della guerra. Contengono i bozzetti preparatori per l’installazione temporanea realizzata nel 1954 dallo studio di Architettura BBPR nel Parco Sempione in occasione della X Triennale. Coinvolto in questo progetto da Ernesto Nathan Rogers, suo vecchio amico dei tempi dell’Università, Steinberg vi contribuirà con un murale eseguito con la tecnica dello “sgraffio”.
Queste stesse strisce di disegni fanno parte della notevole donazione di opere dell’artista che la Biblioteca Nazionale Braidense ha recentemente ricevuto dalla Saul Steinberg Foundation. Il resto dei lavori in mostra, oltre che da questa importante istituzione, provengono dal Jewish Museum e dalla Hedda Sterne Foundation di New York, dal Museum of Fine Arts di Boston nonché dai tanti collezionisti e amici di Steinberg, scovati dai curatori in Italia e all’estero attraverso un lungo e minuzioso lavoro di indagine.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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