Cultura
Selvino, il luogo che sconfisse la Shoah

Ottocento bambini sopravvissuti alla Shoah ritrovarono in quel paesino di montagna il gusto per la vita. Oggi l’inaugurazione del Museo-Memoriale che ne racconta la storia

1945. Selvino, un paesino della Val Seriana, Prealpi bergamasche. Una grande casa che fino a pochi anni prima ospitava le colonie estive dei figli dei fascisti. Non di chiunque, attenzione: solo delle famiglie bene. Si chiama Sciesopoli, in onore all’eroe del Risorgimento Antonio Sciesa. L’edificio, inaugurato nel 1933 e progettato dall’architetto Paolo Vietti Violi con l’assistenza dell’ungherese Andreas Benko è il vanto del regime: “la colonia più bella d’Europa”, l’aveva definita Mussolini.

Ottocento bambini e adolescenti ebrei, orfani, sopravvissuti alla guerra e alla Shoah. Sopravvissuti sì, ma come un bambino può esserlo dopo aver perduto l’infanzia: senza affetti, senza fiducia, senza direzione. La Brigata Ebraica li ha raccolti per tutti i Paesi dell’Europa e li ha portati in Italia. Come prendersi cura di loro? Ecco, ci sarebbe proprio quella grande casa a Selvino, che ora è rimasta vuota. Raffaele Cantoni, presidente dell’appena rinata Comunità ebraica di Milano, si rivolge a Ferruccio Parri, in quel momento Capo del Governo di unità nazionale, e al Sindaco di Milano Antonio Greppi, per chiedere che sia assegnata alla Brigata Ebraica. L’accordo viene raggiunto a settembre. Sotto la direzione di Moshe Zeiri – natali galiziani, emigrato in Palestina, combattente volontario nell’esercito inglese durante la guerra – e con l’apporto di decine di educatori arrivati appositamente dai kibbutzim dell’yishuv, Sciesopoli, “il castello di Mussolini”, diventa Sciesopoli Ebraica. L’obiettivo generale è preparare i bambini alla partenza per la loro nuova patria, lo Stato ebraico che – ci siamo quasi – verrà, ma c’è molto di più: per gli ottocento giovani ospiti della struttura, Selvino è luogo di rinascita, di formazione, di ritrovamento della propria identità. La vita è organizzata secondo la filosofia del kibbutz: ebraico come lingua di comunicazione, proprietà comune, responsabilità condivise, alternanza di studio e lavoro manuale.

Nel 1948, per i bambini termina l’avventura di Selvino e ne comincia una nuova: quella del viaggio – su navi clandestine – verso la nuova patria. Per qualche tempo di Sciesopoli continua a occuparsi il Comune di Milano, che la destina a rifugio per persone bisognose. Poi, nei decenni a seguire, il declino. Negli anni Novanta la casa viene messa all’asta, si pensa di trasformarla in un albergo, ma il progetto fallisce. Bisogna aspettare gli anni Duemila perché l’edificio venga salvato dallo sfacelo e perché la storia e la memoria di Sciesopoli ebraiche siano recuperate e restituite. Un percorso lungo, che proprio oggi a Selvino segna una tappa fondamentale con l’inaugurazione del Museo-Memoriale Sciesopoli Ebraica. Ne parliamo con lo storico Marco Cavallarin, che si è impegnato in prima linea per questo risultato.

Sciesopoli, 1946

 

Come si è svolto il percorso per il recupero di Sciesopoli Ebraica?

Tutto è cominciato nel 2012, quando insieme alla professoressa Patrizia Ottolenghi abbiamo accompagnato Miriam Bisk – che presumeva che i suoi genitori, sopravvissuti polacchi, fossero passati da lì – a visitare il luogo, accompagnati da Walter Mazzoleni, figlio del custode di allora. L’edificio, abbandonato dal 1983, versava in uno stato di devastazione. Abbiamo così lanciato una petizione perché questo luogo di memoria venisse tutelato dalla Regione.

La petizione ha raccolto 20.000 firme: non ha ottenuto riscontri dalla Regione, tuttavia ha avuto il merito di spargere la voce e far conoscere il problema.  A essa hanno fatto seguito un’interrogazione parlamentare e diverse attività sul recupero della memoria, come tesi di laurea e Giorni della Memoria dedicati a questa storia, fino a che i Presidenti della Repubblica – prima Napolitano, poi Mattarella – hanno preso a cuore la questione sollecitando l’intervento del Ministero dei Beni Culturali. L’intervento del MiBACT si è concretizzato in un decreto di tutela dell’edificio sia per il valore storico che per quello architettonico; dopo di ciò, un comitato guidato dal Comune di Selvino si è dato da fare per la realizzazione del Museo – Memoriale che oggi viene inaugurato.

Quale legame viene mantenuto con gli ex bambini di Selvino che oggi vivono in Israele?

In Israele gli ex bambini di Selvino hanno costituito un’associazione che organizza periodicamente incontri e riflessioni sul passato. Ma le occasioni per ritrovarsi tutti insieme sono state soprattutto due. Nel 2015, per celebrare il settantesimo anniversario dalla fondazione di Sciesopoli Ebraica, è stato organizzato un ritorno dei bambini di Selvino: ne sono arrivati una sessantina, con le loro famiglie e nipoti. C’è stato poi un secondo incontro in Israele presso il kibbutz Zeelim, vicino a Beer Sheva, questa volta con un centinaio di partecipanti. Per quanto riguarda il Museo-Memoriale, vista la distanza che ci separa, gli ex bambini di Selvino non hanno potuto impegnarsi direttamente nei lavori di recupero, se non attraverso l’incoraggiamento.

Ci sono state esperienze in Italia e in Europa accostabili a quella di Selvino?

Ci furono campi profughi in tutta Italia ed Europa, che ospitarono anche numerosi bambini. Potremmo citare Mirandola in provincia di Modena, o alcuni luoghi della Francia. Ma Selvino rimane un caso unico: per l’elevato numero (800) di bambini che ospitò, ma soprattutto perché nessun altro luogo fu pensato e gestito con una simile visione pedagogica. I bambini di Selvino non furono solo ospitati, ma riportati alla vita, al gioco, allo studio, prima di essere trasferiti nel neonato Stato di Israele. Selvino fu un luogo di guarigione: un caso assolutamente unico in tutta Europa, una pagina fondamentale per la rinascita del popolo ebraico dopo la Shoah.

I bambini di Selvino

 

L’unicità dell’esperienza di Selvino deriva anche dalla precedente funzione dell’edificio…

Certamente, durante il ventennio la casa era destinata alle colonie estive per i figli della buona borghesia fascista di Milano, che lì venivano educati all’ideologia del regime, incluso ciò che le leggi razziali dicevano. Il cambiamento di destinazione dell’edificio è stata una sorta di contrappasso. Un luogo di razzismo è diventato un luogo di accoglienza.

Come è stato organizzato il Museo-Memoriale?

La proprietà dell’edificio di Sciesopoli è privata, da anni i proprietari cercano di venderla ma finora non hanno trovato un acquirente. Per la realizzazione del Museo – Memoriale sono stati utilizzati i locali del palazzo municipale messo a disposizione dal Comune di Selvino. Si tratta di una grande stanza al terzo piano, l’ultimo dell’edificio. Lo spazio è stato predisposto da architetti della Soprintendenza per i Beni Culturali per esporre pannelli riportanti la documentazione fotografica, la lista dei nomi che è stato possibile ricostruire e la ricerca storica che si è sviluppata intorno a Sciesopoli Ebraica, contestualizzata però nella storia dell’edificio successiva alla fine di questa esperienza. Dopo il 1948 infatti la casa ha continuato a essere un luogo di accoglienza per persone in difficoltà, gestito dai servizi sociali del Comune di Milano e da una serie di associazioni collegate.

Sono previste, oltre alle visite, altre attività per tenere vivo il Museo?

Il museo non dispone al momento di alcuna ricchezza, perciò dovrà lavorare in collaborazione col Ministero dei Beni Culturali e con la Regione affinché ci siano fondi per le attività. L’obiettivo primario è quello di rivolgersi alle scolaresche, di far conoscere ai giovani il senso di questa storia, affinché possa tornare a essere patrimonio del contemporaneo. La storia di Sciesopoli Ebraica parla di accoglienza e apertura, di un piccolo paese di montagna del bergamasco che, malgrado la povertà in quegli anni fosse tanta, non si tirò indietro.

Giovani e insegnamento sulla Shoah: quale rapporto tra questo tipo di lavoro – incentrato sulla conoscenza dei luoghi di memoria in Italia – e il “classico” viaggio della memoria ad Auschwitz?

Il viaggio della memoria ad Auschwitz è una tappa fondamentale, ma senza una corretta preparazione rischia di essere vissuto dagli studenti come un’imposizione. Selvino è un luogo di memoria differente, perché non parla di Shoah, ma della sconfitta della Shoah. Le decine di educatori venuti dall’yishuv della Palestina crearono un vero e proprio metodo pedagogico, si presero cura di questi bambini. E dalla sua storia si può imparare molto su come accoglienza e apertura possono portare rinascita e guarigione.

 

Per informazioni e prenotazioni visite al MuMeSe: sciesopoli@comunediselvino.it ; +390350521582.

Le foto d’archivio a corredo dell’articolo sono state messe gentilmente a disposizione dall’intervistato. Per vederne altre e per restare aggiornati riguardo le prossime iniziative, consigliamo di seguire la pagina Facebook.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


2 Commenti:

  1. Ho letto con piacere che adesso il museo esiste per preservare la storia di Sciesopoli ebraica, perché ho contribuito come traduttrice all’inizio del progetto. Ho pure fatto il pellegrinaggio a Selvino e sono riuscita ad entrare nell’edificio e vedere sia le tracce della sua monumentalità passata che il suo degrado attuale. Ci sono due errori nel suo articolo che vorrei correggere. Il primo potrebbe essere solo un errore di battitura del nome della signora che ha generato l’idea di riportare la storia di Sciesopoli agli occhi del pubblico e di cercare di conservare e di dare nuova vita e funzione all’edificio. Si chiama Miriam Bisk, non Brisk. L’errore di battitura è facile correggere, mentre il secondo errore mi lascia più perplessa: la scelta della parola che Miriam Bisk “presumeva” i suoi genitori fossero passati per Sciesopoli. Lei non presume affatto: lei lo sa perché il soggiorno a Sciesopoli è documentato nel diario di sua madre che copre gli anni 1939-1947. Miriam Bisk aveva deciso di rintracciare i passi dei suoi, dalla Polonia, attraverso le Alpi, a Sciesopoli e poi a Cipro e di farne un film documentario. Per quel motivo ha incaricato Marco Cavallarin e l’ha portato lei per la prima volta a Sciesopoli. Senza il diario della madre di Miriam Bisk, in altre parole, il progetto di far un memoriale a Sciesopoli non esisterebbe. Senza l’energia e la visione di Miriam Bisk, non esisterebbero neanche The Association of the Children of Selvino (Amutta), ne The Organization of Cyprus Detainees–due associazioni che hanno servito a riscoprire i “bambini” di Selvino ancora vivi e di organizzare incontri fra di loro. Con il verbo “presumere” l’articolo diminuisce fino ad annientare il ruolo di Miriam Bisk, la vera motrice dietro lo sforzo di fare vivere la memoria di Sciesopoli, di rigenerarla per servire di nuovo come forza per la pace e la memoria, e di riconnettere le persone che hanno condiviso l’esperienza di essere riportati alla vita grazie alla communità di Selvino e Sciesopoli ebraica.

  2. Gentile Signora Fuchs, la questione è che io ho detto “presumeva” e non “presume”. Il fatto è che il diario della mamma della signora Bisk non è mai stato possibile vederlo, e non è storiograficamente corretto dare come prova storica di una qualsiasi cosa un sentito dire riferito, in questo caso, a un diario. Inoltre, da tutte le ricerche da me fatte e da quelle acquisite dal Museo Memoriale di Sciesopoli Ebraica, non sono mai risultati i nomi dei genitori della signora Bisk, come quelli di molte altre persone che ancora mancano alla conta. Io, poi, ho ricevuto incarichi per Sciesopoli ebraica solo dal CDEC e dall’UCEI. Giammai dalla signora Bisk, che io ho sollecitato, fin dall’inizio, a unirsi al percorso che andavamo delineando con il lancio di una petizione. Cosa che lei ha fatto.
    La ricerca storica della quale io sono incaricato e coordinatore non è terminata. Ogni nuova evidenza non potrà che arricchire il Museo Memoriale, che è già punto di riferimento per studi, ricerche e visite.
    Voglio precisare che anche io ero presente, a Tel Aviv, alla riunione in cui si progettava la costituzione di una Amutta dei Children of Selvino, di cui però non è stato ancora reso noto lo statuto.
    Un cordiale saluto.


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