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Seminare speranza: conversazione con Maurit Beeri

Che cosa significa dirigere un centro pediatrico d’eccellenza a Gerusalemme? Uno sguardo all’Ospedale Alyn, dove competenza professionale, culturale e umana vanno di pari passo

Arrivando ad Alyn per la prima volta, la sensazione è quella di essere accolti con un abbraccio caloroso sia dalla natura che dalle persone. Situato quasi alla sommità del Monte Herzl, l’ospedale Alyn gode di una vista stupenda di Gerusalemme e della foresta che la circonda.

Una volta dentro, si percepisce subito che qualcosa è diverso dal clima generale della maggior parte degli ospedali. Ti accolgono i sorrisi dei bambini che girano per i corridori colorati con l’ausilio dei mezzi più diversi (tricicli, sedie a rotelle, letti mobili fatti apposta per loro…). Sembrano conoscere tutti, dal personale addetto all’accoglienza ai medici, che a loro volta, senza eccezione, si rallegrano alla loro vista.

 

L’approccio olistico e il legame con l’Italia

 

Sin dal 1970, l’Ospedale Alyn è un centro pediatrico e ortopedico d’eccellenza nel quale medici, fisioterapisti e operatori del sociale lavorano insieme per migliorare la vita di bambini affetti da gravi problemi di salute. Tante sono le domande che si affacciano nella mia mente, mentre siedo accanto alla Direttrice Generale della struttura, la Dott.ssa Maurit Beeri: decido di cominciare la nostra chiacchierata chiedendo qualche informazione sui bambini che ho visto poco prima.

“In totale abbiamo 120 letti e 250 bambini in cura: non tutti sono ricoverati, molti vengono solo per visite periodiche. Abbiamo in cura persone del posto, di ogni possibile background, e riceviamo anche molte richieste dall’estero, dai Paesi dell’ex Unione Sovietica così come dall’Europa Occidentale”, mi spiega. “Il nostro approccio olistico è ciò che rende il nostro lavoro così speciale e richiesto, e allo stesso tempo così impegnativo: non guardiamo solo all’aspetto della salute tout court, ma anche ai bambini, alle loro famiglie e al loro ambiente quotidiano come a un tutt’uno. È essenziale conoscere il sistema sociale, culturale ed educativo nel quale i bambini vivono, perché dopo le cure dovranno farvi ritorno e vivervi il proprio quotidiano. Facciamo del nostro meglio per assisterli attraverso questa delicata fase di transizione”.

Maurit ha un forte legame con il nostro Paese: suo nonno ha servito come ambasciatore d’Israele a Roma negli anni Cinquanta e sua madre è cresciuta in Italia. Lei stessa parla un po’ d’italiano e afferma di sentirsi a casa ogni volta che viene qui. In che modo Alyn e l’Italia sono legati?

“Per molto tempo, il supporto ricevuto dall’Italia è stato perlopiù basato sulle donazioni. Tuttavia negli ultimi anni stiamo cercando di allargare gli orizzonti, incoraggiando la collaborazione professionale tra specialisti italiani e israeliani. I nostri sostenitori italiani, l’Associazione Amici di Alyn, fanno uno splendido lavoro. Nel 2016 abbiamo ospitato la prima visita di medici italiani specializzati in malattie dell’infanzia e contiamo di continuare su questa strada: scambiare competenze e buone pratiche”.

 

Fare la differenza, durante e dopo la cura

 

Come riesce Alyn a fare la differenza nelle vite dei bambini che cura?

“Il nostro scopo è rendere i bambini più felici, autonomi e indipendenti. Molti di loro non possono guarire del tutto, ma grazie alle nostre cure possono vivere meglio, perché diventano consapevoli che sono importanti e che la loro vita conta. Per acquisire questa consapevolezza, anche i genitori devono essere formati, non solo a prendersi cura dei figli da un punto di vista fisico, ma anche a diventare veri e propri agenti di cambiamento presso le rispettive comunità. La medicina da sola non basta, anche l’ignoranza va combattuta. Per dire, ci sono culture e Paesi che ancora oggi hanno difficoltà ad accettare bambini affetti da disabilità fisica (per esempio, su sedia a rotelle) nel sistema scolastico regolare, anche se dal punto di vista cognitivo sono perfettamente sani: ciò deve cambiare”.

Sull’importante ruolo giocato dalla famiglia, aggiunge: “La famiglia è fondamentale nella fase successiva alle cure. Lavoriamo moltissimo sia con le famiglie che col nostro staff sulla competenza culturale. A seconda dell’origine (ad esempio famiglie ebraico-ortodosse, musulmane di Gerusalemme Est, ucraine…), le persone hanno una percezione diversa e attribuiscono significati differenti ai concetti di malattia, salute, capacità del bambino e benessere. Credendo nei bambini noi non facciamo miracoli, ma seminiamo la speranza. È però un processo che necessita della collaborazione di tutti. I bambini non sono auto che puoi portare in officina e aspettare comodamente che vengano riparate!”.

 

La sfida delle differenze culturali: incontrare l’Altro in una zona di conflitto

 

La piccola area di Israele e dei Territori Palestinesi è un mosaico di persone, culture e religioni: come se non bastasse, Alyn ha in cura anche bambini provenienti da Paesi terzi. Domando a Maurit di parlarmi della sfida posta dalle differenze culturali.

“Abbiamo assunto e formato degli interpreti per superare la prima barriera, la lingua. Ci siamo infatti accorti di come fare affidamento sui membri della famiglia per tradurre e veicolare informazioni importanti non fosse sufficiente: spesso la comunicazione soffriva di faziosità a livello personale, culturale e di genere, al punto che, per esempio, persino le madri dei bambini erano tenute all’oscuro su informazioni fondamentali”.

“Chiaramente, la barriera della lingua non riguarda che una piccola parte delle sfide culturali che dobbiamo affrontare. Viviamo anche in una zona di conflitto. Ci sono stati giorni infuocati in cui abbiamo scelto di disconnetterci da tutti i telegiornali, dal momento che mandavano in onda immagini violente e brutali che creavano tensioni e non erano adatte ai bambini. Ciò ha contribuito molto a calmare l’atmosfera”.

“Devi capire che quando sei qui, solo il tuo bambino conta, non chi sei, se un israeliano o un palestinese. Ovviamente le persone non possono vivere fuori dal mondo, tuttavia qui non hanno altra scelta che concentrarsi sui propri figli e lasciare fuori tutto il resto. Lavorare insieme verso un obiettivo comune fa sì che le persone finiscano per sentirsi al sicuro e accettate. Cerchiamo di dimostrare che la cooperazione è sempre possibile, se impari a conoscere la controparte, con i suoi talenti e le sue differenze.

Per quanto la realtà, talvolta, bussi alla porta in modo così violento. Due anni fa, una persona del nostro staff ha assistito all’accoltellamento di un’amica e il mattino seguente è venuta a lavoro, in un ambiente multiculturale in cui deve prendersi cura anche dei bambini del “nemico”. Noi tutti le siamo stati vicino, le abbiamo dato il nostro abbraccio speciale, poiché aveva bisogno di sentirsi confortata e al sicuro”.

“Le differenze culturali sono particolarmente significative per le persone che non hanno mai incontrato “l’Altro”, ma che ne hanno una percezione generale plasmata dalla narrativa del nemico. Le persone che provengono dagli insediamenti, dagli ambienti ultraortodossi e dalle città palestinesi, per esempio, conoscono l’altro solo attraverso il filtro dei media, perciò hanno paura. Molti vivono qui l’esperienza del primo incontro nella vita con la controparte, da cui derivano risvolti e relazioni molto interessanti. È una sfida, ma anche una cosa meravigliosa della quale andiamo fieri”.

 

“Storie diverse per gente normale…”

 

Ogni giorno, l’ospedale Alyn è testimone di così tante storie. Domando a Maurit se ne ha una speciale da condividere. Ne ha due.

“Quando iniziai a lavorare qui vent’anni fa, ci occupammo di questa bimba di un anno e mezzo, miracolosamente sopravvissuta a un incidente d’autobus nel quale aveva perso la madre.  L’incidente l’aveva resa paraplegica dalla vita in giù e suo padre, giovane e vedovo, dovette provvedere a lei da solo. Quella bambina mi colpì il cuore perché assomigliava così tanto a mio figlio, aveva la sua stessa caparbietà. Anni dopo, nel 2014, ha ricevuto la medaglia d’onore da Shimon Peres, allora Presidente della Repubblica, per il miglior servizio nell’esercito israeliano. Successivamente si è sposata e ha intrapreso gli studi nella facoltà di legge. Si chiama Mor. Forse non si ricorda nemmeno di Alyn – era così piccola – ma per me sarà sempre la dimostrazione che se tu dai ai bambini una possibilità, essi non lasceranno che la disabilità diventi l’unico determinante della loro vita”.

“La seconda storia riguarda un ragazzo di 15 anni, che aveva sofferto di danni cerebrali a seguito di un incidente stradale. Si era svegliato dopo tre mesi di coma totale. Malgrado il danno che aveva subito il suo cervello, sembrava capire molto di più di quanto avremmo creduto possibile. Nei giorni successivi, attraverso le cure, aveva ripreso a camminare, persino a scrivere, ma non a parlare. Prima di Pesach, ci informò che sarebbe tornato a casa per le vacanze e scrisse “Spero che per questo Pesach avrò finalmente Pe-sach [in ebraico, letteralmente, “la bocca che parla”]”. Dopo la settimana di vacanza tornò qui…e aveva ricominciato a parlare! Ha proseguito gli studi e ha persino organizzato degli eventi di raccolta fondi per l’ospedale, compreso correre nella maratona di Gerusalemme”.

Mi lascio indietro i corridoi di Alyn con un senso di speranza, poiché ho trovato un luogo dove, malgrado tutte le assurdità e le difficoltà causate da salute, fato e politica, c’è ancora spazio per far fiorire la comprensione reciproca, la collaborazione, la felicità e la pace.

Susi Reitan
Collaboratrice

Nata a Bergamo sul finire dei gloriosi anni 80 da padre israeliano e madre friulana, ha studiato Lingue e Culture per la Cooperazione Internazionale alla Statale di Milano per poi lavorare (e vagare) tra Italia, Israele e Regno Unito alla ricerca del ruolo che conciliasse la sua identità multiculturale e internazionale tra ONG, start-up e settore pubblico. Oggi lavora come Trade Officer a Londra, dove promuove la cooperazione commerciale e l’innovazione tecnologica israeliana … Ma continua a cucinare pasta per tutti!


Born in Bergamo (Italy) at the end of the glorious 80s from Israeli father and Friulian mother, she studied Languages and Cultures for International Cooperation at the University Statale di Milano. She then worked – and wandered – across Italy, Israel and United Kingdom looking for a role that could embrace her multicultural and international identity in NGOs, start-ups and public sector. Today she works in London as Trade Officer, where she fosters bilateral trade cooperation and Israeli technological innovation… Although she still cooks pasta for everyone!


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