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I Beta Israel, dall’Etiopia a Gerusalemme

Breve storia degli ebrei etiopi, dalle leggendarie origini fino all’incontro-scontro con la modernità

Non chiamateli Falascià. Il termine amarico è infatti dispregiativo, designa il forestiero, l’esiliato, colui che viene da fuori e per il quale qui non c’è posto. Il nome corretto è Beta Israel (Casa di Israele) o semplicemente, ebrei etiopi. Quali sono le radici delle persone le cui proteste sono ora al centro dell’attualità israeliana, qual è la storia di questa comunità? Vediamola brevemente dalle origini fino all’era moderna.

 

Le origini, tra leggenda e storia

Discendenti di Menelik I, figlio di Re Salomone e della Regina di Saba. Figli della tribù perduta di Dan, quinto figlio del patriarca Giacobbe avuto con Bila, ancella di Rachele. Più verosimilmente, il risultato di una fusione tra una parte della Diaspora ebraica e la popolazione locale. Una panoramica storica degli ebrei etiopi è messa a disposizione dal blog My Jewish Learning, a firma della giornalista Atira Winchester. I Beta Israel arrivano presumibilmente tra il I e il VI secolo e.v., sono mercanti e artigiani. Per molto tempo si è creduto che nel periodo corrispondente al Medioevo si fossero costituiti in una realtà politico-religiosa unitaria, una sorta di nazione ebraica etiope che riconosceva autorità a uno specifico leader; gli studi successivi hanno smentito, dimostrando al contrario che l’organizzazione delle comunità era se mai di tipo tribale e frammentario. Con l’eccezione di poche testimonianze (di membri della comunità o, più frequentemente, dei regnanti del momento o ancora di viaggiatori), la ricostruzione della storia dei Beta Israel precedente l’era moderna è ardua, in quanto la scrittura è scarsamente utilizzata per la trasmissione della cultura, si predilige la via orale. Sappiamo in ogni modo che i rapporti con il potere politico locale avevano alti e bassi secondo l’umore dei regnanti e che si dovette sopravvivere a diversi tentativi di cristianizzazione: un momento particolarmente difficile arrivò nel 1624, quando sull’onda delle violenze provocate dalla conversione al cattolicesimo dell’imperatore Susenyos (fino ad allora i regnanti d’Etiopia erano stati devoti alla Chiesa ortodossa), numerosi ebrei furono catturati e costretti a ricevere il battesimo.

 

Un ebraismo speciale

In virtù dell’isolamento e della mancanza di scambio con altre comunità, l’ebraismo dei Beta Israel si mantenne unico sotto molteplici aspetti. La Bibbia è scritta in lingua ge’ez e include un canone più ampio rispetto a quello del testo masoretico; del tutto sconosciuta è la letteratura rabbinica; si rispettano rituali (soprattutto regole di purità e impurità), preghiere, festività uniche; si mantiene la tradizione del sacrificio di animali; non si utilizza la Stella di Davide, poiché appannaggio dei regnanti cristiani (che si dichiarano discendenti di Salomone); le guide spirituali si chiamano kessim, figure più vicine ai sacerdoti del tempo biblico che ai moderni rabbini. E per completare, l’ebraismo etiope trova una soluzione tutta sua al continuo problema dell’influenza/ingerenza cristiana. Se è il diverso che attrae, allora cerchiamo di assomigliargli un po’: nel XV secolo, allo scopo di rafforzare la comunità, viene così fondato un vero e proprio ordine monastico, che sopravviverà fino al XX secolo.

La questione dei kessim peraltro diventa, dopo il trasferimento in Israele, un motivo di frizione molto forte con il Rabbinato israeliano, che rifiuta di riconoscerne l’autorità sulla base della loro mancanza di competenza sulla legge orale e, quindi, di riconoscere matrimoni, divorzi e altri istituti da loro officiati come validi. Si veda, per esempio, questa cronaca dell’archivio (anno 1992) del Jewish Telegraphic Agency, sulla protesta di una decina di kessim di fronte all’ufficio dell’allora Primo Ministro Yitzhak Rabin, dopo il rigetto di una proposta di compromesso col Rabbinato, ossia sottoporsi a un esame di legge orale per avere il riconoscimento: niente esami, facciamo quel che facciamo da 2500 anni. La protesta porta comunque, se non all’equiparazione allo status di rabbini, a un parziale riconoscimento di questi leader spirituali. I problemi però si ripresentano, spiega questo articolo di Haaretz del 2012, quando la comunità etiope prende a ordinare nuovi kessim. Come a dire: un conto è mantenere una tradizione tra gli anziani, etiopi, un altro è trasmetterla alle nuove generazioni, oramai israeliane. Nel 2010 Israele approva l’ordinazione di 13 nuovi kessim, ma il Rabbinato avverte: devono essere gli ultimi. Le pressioni a cambiare e smettere di essere “ebrei così strani” non sono nuove per la comunità dei Beta Israel e di certo non compaiono solo dopo l’arrivo in Israele; cominciano molto prima, con l’incontro con i viaggiatori e filantropi ebrei provenienti dall’Europa.

 

Incontro con la modernità: la figura di Jacques Faitlovitch

La prima moderna testimonianza sui Beta Israel da una prospettiva ebraico-europea arriva dal viaggiatore francese Joseph Halevy, emissario dell’Alliance Israélite Universelle nel 1867. I suoi diari di viaggio raccontano di un popolo che rispetta lo Shabbat, chiama la Torah “Orit” (forse dall’aramaico “Oraita”) e celebra una sua festa unica in onore del suo ricevimento, Sigd.

L’irruzione della modernità ha portato nuove sfide per i Beta Israel: giungono i missionari cristiani europei, decisamente più abili, preparati e dotati di risorse dei locali; il decennio di carestia tra il 1882 e il 1892 uccide, a seconda delle stime, tra un terzo e la metà della comunità. Nel 1862, vent’anni prima dell’inizio delle aliyot dall’Europa, il monaco Abba Mehari tenta addirittura di condurre la sua comunità a Gerusalemme: un viaggio disastroso, come alcuni altri che vi erano stati prima, segnato dai morti per fame e malattia.

Il primo ad attivarsi per il miglioramento della qualità della vita dei Beta Israel è il polacco Jacques Faitlovitch. Dal 1904 inizia a creare piccole scuole ad Addis Abeba e a dare alla comunità una finestra sul mondo mediante l’organizzazione di training all’estero per giovani leader. Uno “zoom” su cinque giovani dei venticinque che tra il 1905 e il 1935 presero parte al programma è stato scritto da Shalva Weil: una delle storie che emerge è quella di Taamrat Emmanuel, figlio di padre Beta Israel e madre cristiana, che incontra Faitlovitch nel 1904 e comincia gli studi nel 1905; prima in Francia, poi in Italia, al Collegio Rabbinico di Firenze. Nel 1916, ottiene la certificazione di shochet (la shechità è la macellazione rituale degli animali), viaggia in Palestina, in Europa ed è il primo ebreo etiope a visitare gli Stati Uniti, dove tiene un discorso – in italiano – di fronte a un gruppo di potenziali donatori per la causa del suo popolo. Torna ad Addis Abeba nel 1923 e per svolgere il ruolo di preside nella scuola ebraica della città, che sarà poi chiusa dai fascisti nel 1936.

La valutazione della figura di Faitlovitch, che fa dei Beta Israel la missione della sua vita, è ambivalente: da una parte il suo intervento – permeato di velleità “civilizzatrici” tipiche degli europei dell’epoca – crea fratture tra le generazioni, tra chi partecipando ai suoi programmi viene esposto al resto del mondo e a nuove forme di ebraismo e chi no. Dall’altro, è fuori discussione che la sua opera è fondamentale per la conoscenza e il riconoscimento dei Beta Israel in quanto ebrei. Al suo lavoro di lobbying si devono due lettere fondamentali: la prima porta la data del 1906 e la firma di 44 rabbini di tutto il mondo, tra cui il Rabbino Capo di Londra, il Rabbino Capo di Vienna e il Rabbino Capo Sefardita di Gerusalemme; la seconda, un appello a salvare i Beta Israel “dall’estinzione e dalla contaminazione”, è scritta nel 1921 da Rabbi Abraham Isaac Kook, Rabbino Capo Ashkenazita di Gerusalemme.

Queste due lettere porranno le prime basi per il riconoscimento ufficiale dell’ebraicità dei Beta Israel da parte dello Stato di Israele nel 1975 e quindi successivamente dell’Operazione Mosè. Un percorso, questo di riconoscimento, avventuroso e ricco di contraddizioni, che dalla Diaspora si è riversato in Israele e interroga, nelle sue implicazioni sociali, religiose, culturali, la nazione israeliana ma anche tutto l’ebraismo: di certo, lo vediamo in questi giorni, non ancora concluso.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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