Hebraica
Tamar, una storia per il 25 novembre

Lo stupro della figlia di re Davide e la ripetitività della dinamica della violenza attraverso lo spazio e il tempo

Imbattersi nel testo biblico in storie come quella di Tamar è sconcertante, almeno per chi vi si avvicina con aspettative prefabbricate. Una cronaca limpida e crudele, senza redenzione, la cui forza, o il cui senso, sempre che si voglia insistere a trovarne uno, si trova nell’esserci, così come è, nel non essere stata vittima di censura, edulcorazione o oblio.

Tamar, la bellissima figlia di Re Davide, viene stuprata dal fratellastro Amnon. Risuona la nota di una violenza antica che, al di là dello spazio e del tempo, si trova sempre e comunque sullo stesso spartito. Ripetuta e ripetibile, di una prevedibilità che, se non ci fa indignare, allora abbiamo sbagliato qualcosa.

Ci ripete che non importa il luogo. Tamar, figlia di re, è guardata a vista e non può allontanarsi dal palazzo: la violenza avviene in una delle sue stanze. Che non c’entra la prudenza verso gli sconosciuti: Tamar è vittima di una persona fidata. Che non c’entra la condotta: Tamar è una figlia e una sorella affettuosa. Obbedisce al padre che le chiede di portare cibo ad Amnon, mentre questi si finge a letto malato per adescarla: non ha idea di cosa sta per capitarle. Ci ripete, infine, che le due sole scelte possibili sono stare dalla parte di chi subisce violenza, o essere complici di chi la commette. Non c’è spazio di osservazione neutrale. Non è neutrale Jonadab, che suggerisce ad Amnon la messinscena della malattia per restare solo con Tamar. Non lo è Re Davide, capo di un grande regno, vincitore di tante battaglie, ma incapace di stare accanto alla figlia. Non lo è nemmeno Absalom (Assalonne), che uccide Amnon, ma in una dinamica che sembra più avere a che fare col regolamento di conti di una questione d’onore che con una vera empatia con la vittima. La morte di Amnon, in tutti i casi, a Tamar non restituisce nulla.

Tamar significa palma. Un simbolo di bellezza e giustizia: è sotto un albero di palma, ad esempio, che siede la giudice e profetessa Debora. Tamar chiede ancora giustizia, tra quelle pagine sembra di sentire: questa è la mia storia, non dimenticatemi, non dimenticateci.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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