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Cultura
“Tela di cipolla”, o di come il linguaggio definisce l’individuo e la collettività

La recensione del romanzo di Myriam Moscona, un viaggio autobiografico che diventa universale declinato tra giudeo-spagnolo e castigliano

Tela di cipolla, un titolo che sembrerebbe rimandare alla scarna concretezza del quotidiano, cela inaspettatamente una chiave di lettura al testo che scava in profondità, nelle radici della coscienza individuale e collettiva. L’indizio in tale direzione psicologica si fa scovare appena voltato il frontespizio: “El meoyo del ombre es tela de sevoya”, “La mente è come tela di cipolla”. La sapienza atavica e arcana di un proverbio in giudeo-spagnolo sarà infatti il filo rosso intorno cui si dipana un mosaico narrativo sotto spoglie autobiografiche (verosimili, più che dichiaratamente veritiere) costruito dall’autrice, la poetessa e giornalista messicana Myriam Moscona, come progetto di ricerca delle proprie radici.

Moscona, nata a Città del Messico nel 1955, aveva già fatto dell’eredità ebraica sefardita un medium letterario originale eleggendo a idioma poetico il giudeo-spagnolo, la lingua degli ebrei iberici esiliati dall’editto dei cattolicissimi Isabella e Ferdinando nel 1492 che ancora conta parlanti nella diaspora, come i nonni bulgari di Moscona. Tela di cipolla, pubblicato nel 2012, è il suo primo lavoro narrativo, il quale, non a caso, si avvale di una sapiente e nient’affatto artificiosa combinazione di castigliano e giudeo-spagnolo. Che la lingua delle proprie radici sia lo strumento per riallacciare i fili con il passato – un motivo non inusuale nella narrativa biografica di autori ebrei – è in fondo il corollario inevitabile dell’adagio-chiave “El meoyo del ombre es tela de sevoya”: che cos’è in fondo la mente umana – quel meoyo che è sia materia cerebrale sia midollo che vivifica le membra – se non la rete delle parole con cui pensiamo? E cos’è questa rete cognitiva, intessuta non solo delle trame esperienziali ma anche da veli progressivi di coscienza e inconscio, se non una tela de sevoya? Diventerà dunque naturale e significativo – per il lettore – destreggiarsi tra codici linguistici non simmetrici ma sovrapponibili, tra piani temporali sfalsati ma consequenziali, tra storie, storia e fantasie.

Tela di cipolla non è, infatti, un romanzo dall’intreccio lineare. La trama è, per l’appunto, un tessuto di narrazioni eterogenee scaturite dal viaggio compiuto da Moscona nelle terre dei propri avi, tra Bulgaria, Balcani, Grecia, Turchia e Israele. Questa sorta di memoriale – nel quale la memoria è al contempo collezione di ricordi e ricostruzione dell’identità storica – inanella brevi capitoli di varia natura stilistica e contenutistica: aneddoti familiari, note di viaggio, appunti scientifici, frammenti onirici, testimonianze terze, canzoni (il progetto iniziale, finanziato da una borsa della Fondazione Guggenheim, prevedeva infatti una raccolta di poesie in giudeo-spagnolo).
La lettura psicologica che affiora tra le righe non si riduce alla singolarità del vissuto di chi è il soggetto della storia che racconta in prima persona. Tantomeno pretende l’esaustività di una rappresentazione di identità collettiva. Piuttosto, si fa forte di entrambi gli elementi, suggerendone le intersezioni che, lungi dalla risoluzione del raziocinio, rimangono in vista di per se stesse, come nervi scoperti. Il meoyo che costituisce l’essenza di questo romanzo, dunque, lascia orgogliosamente trasbordare la materia inconscia. In questo senso, le sezioni ricorrenti intitolate “Mulino a vento” riaffermano la necessità costitutiva del sogno come squarcio rivelatore di essenze ed esistenze, tra profezia biblica e psicanalisi junghiana (vedi il saggio della curatrice Alessia Cassani in appendice, pagina 289). Non si tratta, tuttavia, di un esperimento di introiezione: la soggettività dell’io scrivente si allaccia e nutre di soggetti altri, che prendono voce come testimoni di vicende o come autori da citare (non sempre dichiaratamente) le cui parole aggiungono sostanza alla coscienza e al linguaggio dell’autrice (291). La tela di cipolla è dunque un organismo complesso, collettivo e stratificato nella storia.

Tradurre questa accumulazione di sfumature centrate sul mezzo linguistico – l’uso bilingue del giudeo-spagnolo – è una sfida vinta dalle curatrici dell’edizione italiana, Alessia Cassani e Ana María Gonzáles Luna, docenti di lingua e letteratura spagnola alle Università di Genova e Milano-Bicocca. Il sapore straniante dell’alternanza castigliano-judezmo (uno dei molti nomi del giudeo-spagnolo) rimane intatto grazie alla scelta di lasciare il giudeo-spagnolo in giudeo-spagnolo, integrandolo di seguito con la traduzione italiana. La pubblicazione di Tela di cipolla non può che rimpolpare la bibliografia in italiano sul mondo ebraico, gettando luce su uno dei suoi rami meno in vista, per quanto portanti: la cultura sefardita che, con l’accorata rievocazione della sua lingua, il giudeo-spagnolo, sta vivendo una nuova primavera.

Myriam Moscona, Tela di cipolla, Traduzione a cura di Alessia Cassani e Ana María Gonzáles Luna, Guida, 2021

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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