L'agenda di Joi
Cultura
Il testimone e lo storico, un incontro necessario per fare memoria. Ne parla Alessandro Costazza

Due figure chiave nel racconto di quel che è stato, la cui collaborazione è essenziale per tramandare la memoria. E far tacere i negazionisti

La Giornata della Memoria ha il pregio di stimolare la rflessione sul suo ruolo sociale e pedagogico e sui suoi attori: chi deve sapere? Chi deve riordare e chi ha il compito di far ricordare? Qual è la funzione dei testimoni e qual è quella dello storico? E la letteratura e il cinema, cosa fanno o potrebbero fare al riguardo? Ne abbiamo parlato con Alessandro Costazza, professore di lingua e letteratura tedesca all’Università di Milano.

“Vorrei cominciare da un libro appena uscito della semiologa Valentina PisantyI guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, pubblicato da Bompiani, che suggerisce un nesso tra il fallimento delle politiche della memoria negli ultimi vent’anni e l’affermarsi negli stessi paesi in cui queste politiche sono state portate avanti con maggior vigore dei discorsi razzisti e xenofobi.”

E lei è d’accordo?

“Sono d’accordo sul fatto che sia pericoloso sacralizzare il testimone, come aveva già messo in luce Annette Wieviorka nel suo L’era del testimone: questa sacralizzazione fa il gioco dei negazionisti. Perché possono attaccarsi a qualunque inesattezza, alle incoerenze inevitabili di un racconto personale, per poi mettere in discussione non solo la singola testimonianza, ma tutta la Shoah. La testimonianza è necessaria, ma non da sola: occorre la prova storica. O meglio, occorre che il lavoro dello storico affianchi la testimonianza. Già Primo Levi in Se questo è un uomo diceva di far fatica a credere in quello che aveva vissuto ad Auschwitz, perfettamente consapevole dei limiti intrinseci ed estrinseci della testimonianza. Invece in questa epoca si tende alla spettacolarizzazione della testimonianza, che serve qualche volta anche ad alimentare l’industria della Shoah”.

Può spiegare meglio?

“Provo attraverso l’esempio del film La verità negata, in cui si ripercorre la vicenda del processo in cui Deborah Lipstadt, studiosa dell’Olocausto, dovette dimostrare in tribunale britannico la verità della Shoah, per difendersi in tal modo dall’accusa di diffamazione mossale dallo “storico” David Irving, che lei aveva definito un “negazionista”. Assieme ai suoi avvocati, la Lipstadt decide di non chiamare a testimoniare i superstiti, per evitare che il negazionista li metta facilmente in difficoltà, facendoli cadere in contraddizione, ma si affida invece solo e unicamente agli storici, affinché mettano in evidenza le contraddizioni e la malafede dei testi di IrvingWalter Barberis ha recentemente pubblicato Storia senza perdono, per Einaudi, e la sua idea è che ora sia necessario che la testimonianza torni in mano agli storici proprio per evitare che diventi una verità assoluta. Alberto Caviglia, poi,  mostra all’inizio del suo romanzo Olocaustico, come la ripetitività dei fatti narrati nelle testimonianze e persino delle riprese filmiche delle stesse possa condurre addirittura a una sorta di sterilizzazione della testimonianza.

C’è un momento storico in cui il testimone assume lo status attuale?
“Sicuramente il processo Eichmann. Durante quel processo, in cui per la prima volta vennero ascoltati centinaia di testimoni sulle atrocità dei campi di concentramento, che spesso non avevano nemmeno direttamente a che fare con l’imputato Eichmann, il testimone ha acquisito uno status di credibilità e autonomia che prima non possedeva e che in seguito è stato anche abusato”.

Addirittura fino al punto da inventarsi testimone, come nel caso Bruno Dössekker che nel libro Frantumi. Un’infanzia 1939 – 1948 ha raccontato attraverso il suo alter ego Binjamin Wilkomirski le memorie della sua atroce esperienza di bambino nei campi di Majdanek e Auschwitz, smascherate più tardi come totalmente false.
“Sì, la sacralizzazione del testimone ha portato anche a questo. Si è trattato indubbiamente di un caso clinico di “pseudologia fantastica”, su cui sono stati fatti anche diversi studi psicologici, tanto da giungere alla definizione di una “sindrome Wilkomirski”, nella quale il “bisogno di essere vittima” si fonde con “il bisogno di essere ebreo”. Ma la domanda più importante da porre è, secondo me, perché quest’opera, tradotta subito in 14 lingue, sia stata creduta autentica anche da esperti della Shoah, prima che il giornalista Daniel Ganzfried dimostrasse che si trattava di un falso. Il successo dell’operazione di Dössekker/Wilkomirski dipende dalla costruzione del testo, dalla richiesta di empatia, che invita il lettore ad immedesimarsi emotivamente, a condividere la prospettiva del bambino, abbandonando la razionalità e rinunciando alla critica.  Il testo non nomina mai i campi di concentramento, giocando con le preconoscenze del lettore e avvalendosi nella parte centrale di un’estetica shockante, ricorrendo a una vera e propria pornografia della Shoah. Ma nessuno, a parte forse, paradossalmente, il negazionista francese Robert Faurisson, ha mai osato fare un’analisi letteraria del libro, un’analisi che sarebbe stata sufficiente a smascherare l’inganno, perché si è ceduto al cosiddetto “ricatto del testimone”.

E oggi, quali sono i casi editoriali sulla Shoah in Germania?
“Vorrei ricordare solo un caso negativo, uscito lo scorso anno anche in Italia. Si tratta del romanzo Stella, di Takis Würger, criticatissimo in Germania e secondo me veramente illeggibile. Ha per oggetto la vita dell’ebrea Stella Goldschlag, che nella Berlino degli anni quaranta collaborò con i nazisti per catturare gli ebrei che si erano nascosti in città e che una volta arrestati finivano nei campi di sterminio. Benché il romanzo inserisca persino estratti dal processo subito da Stella Goldschlag dopo il 1945, la storia rimane solo un fondale di scena. Le vicende, che occupano un anno, da gennaio a dicembre 1942, si svolgono in una dimensione che non è toccata dagli avvenimenti storici, tra i locali in cui si suona di nascosto il jazz e un albergo a cinque stelle, dove per denaro si può avere tutto. Il nazista di turno, Tristan, è un dandy che viene condannato a morte perché si procura cibi di lusso dalla Francia, mentre tutta la vicenda viene narrata dal punto di vista di un narratore affetto da una patologica ignoranza e ingenuità, che non gli permette di comprendere la realtà intorno a sé. Purtroppo, questa ingenuità non è funzionale allo smascheramento di aspetti inediti della realtà, ma rimane pura e semplice cecità: una cecità che contagia alla fine anche il lettore. Un’occasione sprecata, insomma.”

Dunque, come fare memoria oggi?

“I testimoni vanno ascoltati, naturalmente, ma le loro testimonianze devono essere accompagnate dal lavoro insostituibile degli storici. Anche la “finzione”, vale a dire soprattutto la letteratura e i film, può avere una grandissima importanza. È necessario, tuttavia, non ridurre il compito della finzione a una ripetizione “realistica” dei fatti storici, da misurare in base alle categorie della fedeltà o della rispondenza. Al contrario: la letteratura e i film posso anche allontanarsi dai fatti, puntando invece a porre dei problemi, a evidenziare e smascherare eventualmente anche delle aporie o delle contraddizioni che riguardano non solo la Shoah, ma anche la sua ricezione. È quanto fanno, ad esempio, il romanzo già citato Olocaustico, ovvero un altro romanzo per molti versi estremo come Il nazista e il barbiere, di Edgar Hilsenrath.

 

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *