Hebraica
The Jewish Side of the Moon: l’ebraismo e la luna

Storia e declinazioni dello stretto rapporto dell’ebraismo con la luce gentile del “piccolo luminare”

“E Dio disse: Siano luminari nello strato del cielo, per distinguere il giorno e la notte; e formino fenomeni, e periodi, e giorni ed anni. E servano di luminari nello strato del cielo, in guisa da far luce sopra la terra. E fu così. Dio fece due grandi luminari, il grande luminare per governare il giorno e il piccolo luminare per governare la notte, e le stelle”. (Genesi – Bereshit 1: 14-16).

Tra l’ebraismo e la luna, il “piccolo luminare” come viene descritto nel racconto biblico della creazione, c’è un rapporto speciale e ineludibile: in esso si esprime la fondamentale importanza del tempo, del suo scorrere e della sua divisione; il legame con la terra, con il lavoro agricolo che segue il ciclo delle stagioni; le qualità del popolo ebraico; e la storia delle donne, con la loro luce spesso oscurata nel corso della storia, considerata, per la sua apparente tenuità, di poca importanza, ma in verità capace di guidare e salvare.

In quale direzione incamminarsi per raccontare questo rapporto? Non è facile scegliere il punto di partenza. Ci facciamo guidare da alcuni articoli selezionati, ma soprattutto da Daniela Abravanel, che abbiamo incontrato al MEIS – Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara, in occasione di “Voci al femminile dal Rinascimento ebraico”, appuntamento che l’ha vista ospite insieme alla storica Nicole Abravanel e alla neurolinguista Michela Ebreo. Laureata in Filosofia, allieva di grandi maestri della tradizione ebraica tra cui rav Adin Steinsaltz, Daniela è oggi consulente e terapeuta familiare, nonché cabalista ed esperta di preghiera ebraica. Cominciamo insieme a lei a raccontare il rapporto dell’ebraismo con la luna partendo dal punto più logico: il principio.

Il piccolo luminare

Rileggendo il versetto 16 di Genesi – Bereshit, c’è una stranezza che salta agli occhi: nella stessa frase, il sole e la luna vengono prima definiti “due grandi luminari”, come a dire di uguali dimensioni, ma subito dopo sono descritti come, rispettivamente, “grande” (il sole) e “piccolo” (la luna). Perché? Che cos’ha “combinato” la luna per meritarsi questo declassamento? L’interpretazione del commentatore medievale Rashi (1040-1105) è questa: la luna, desiderosa di prevalere sul sole in luminosità, sarebbe andata a lamentarsi presso Dio, chiedendo: “È possibile che due re debbano indossare la stessa corona?”. E per la sua mancanza di umiltà e gratitudine, la luna fu punita, ricevendo ciò che avrebbe voluto per il sole: Dio ne ridusse dimensioni e luminosità. Ma vedendola dopo disperata e inconsolabile, stabilì per lei un ruolo speciale: la luce della luna avrebbe illuminato sia il giorno sia la notte; le sue fasi avrebbero definito i mesi e le festività del calendario, nonché la storia del popolo ebraico (“Dio mostrò a Mosè il novilunio e disse: Quando la luna sarà nuova, ecco sarà l’inizio del mese” – Rashi, commentario a Esodo 12:2 ; o ancora: “Le altre nazioni contano in base al sole, mentre Israele conta in base alla luna” – Talmud, Sukkah 29a). Un popolo destinato ad affrontare periodi di offuscamento, a vedersi “ridimensionato”, ma ogni volta, proprio quando sembrerebbe scomparso, pronto a risorgere e ricrescere; un po’ come la presenza divina, spesso nascosta, ma sempre presente, fino alla profezia di redenzione di Isaia 30, 26: “La luce della luna sarà come la luce del sole”.

Identificarsi con la luna: la sfida allo status quo

“Le altre nazioni contano in base al sole, mentre Israele conta in base alla luna”. Contare, nel senso di enumerare, ma anche di essere importante, centrale. Si potrebbe quindi anche dire: “Per le altre nazioni conta il sole, per Israele conta la luna”. Sul portale Chabad.org, il giornalista e scrittore Tzvi Freeman si chiede perché. Com’è che l’auto-narrazione degli altri popoli parla di forza, potenza, dominio, in una parola è così “solare”, mentre gli ebrei si riconoscono nelle qualità della meno appariscente luna? Freeman risponde, perché la luna simboleggia le qualità dell’ebraismo: “compassione, pudore e slancio verso l’agire gentile” (Talmud, Yevamot 79a). Qualità femminili, poiché “l’ebraismo è il femminile delle nazioni, la pecora tra settanta lupi, la colomba tra le aquile”. Freeman continua: “È vero, abbiamo combattuto con coraggio quando ce n’è stato bisogno. I Seleucidi, i Romani, il ghetto di Varsavia, fino ad avere oggi un nostro esercito. Ma negli inni e nelle preghiere dedicati a questi eventi si parla poco di coraggio e potenza. Al contrario, diciamo: molti furono ceduti nelle mani dei pochi, i potenti nelle mani dei deboli”.

L’esaltazione della fragilità, della luce tenue e gentile, ha a che vedere con la visione ebraica del mondo. La tradizione midrashica citata sopra sulla creazione della luna riporta anche che Dio, dopo averla ridotta e averne visto l’infelicità, ordinò l’esecuzione di un sacrificio: “Sia questo ariete un sacrificio di espiazione per il mio avere diminuito la luna” (Talmud, Chullin 60b). Una cosa piuttosto strana, il Creatore che stabilisce una riparazione per un’azione che Egli stesso ha compiuto. Ma ciò è perché “lo status quo che Dio ha fatto creando il suo mondo, in cui il forte domina il debole e coloro che danno sono superiori a coloro che ricevono, non deve essere tollerato. Il protocollo è fatto per essere violato, la piramide per essere rovesciata sottosopra”.

L’identificazione con la luna è allora celebrazione del pluralismo, della fiducia nel cambiamento, della sfida a quella convenzionalità in cui solo una luce che acceca e ferisce, come quella del sole, può guadagnarsi una posizione. E nello spazio di luce (lunare, naturalmente) in cui va in scena il ribaltamento del protocollo, ecco che entrano in gioco le donne.

Rosh chodesh, una festa per le donne

Nella liturgia ebraica, alla luna è dedicata una benedizione, Kiddush ha-Levanà o Birkat ha-Levanà (santificazione o benedizione della luna, o letteralmente “la bianca”), che si recita in corrispondenza della sua fase crescente, tra il 7 e il 15 del mese. Il novilunio (più precisamente: l’apparizione del primo spicchio della luna nuova) segna l’entrata di Rosh Chodesh, il primo giorno del mese. Rosh Chodesh è una festa minore, che non prevede quindi l’obbligo di astensione dal lavoro. La tradizione vuole tuttavia che per le donne esso sia un giorno di festa, da celebrare con l’astensione da alcuni compiti (cucire, filare e tessere, secondo Rashi) e altri rituali, come l’accensione di candele, la raccolta di denaro da dare in beneficenza, il ritrovo in gruppi al femminile per condividere valori e spiritualità, ma anche semplicemente per godere della reciproca compagnia.

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Su My Jewish LearningLeora Tanenbaum  racconta alcune di queste tradizioni: dalle tekhines di Rosh Chodesh, preghiere in yiddish che componevano le donne in Europa Orientale tra il XVI e il XX secolo, alla rivendicazione di questa festa da parte dei gruppi ebraici femministi negli anni Settanta. Oggi esistono molti gruppi di donne, sia legati a comunità e centri culturali ebraici che indipendenti, che in occasione di Rosh Chodesh si ritrovano per studiare la Torah, raccontarsi storie, discutere, pensare progetti di ricaduta sociale.

Perché questo legame tra la celebrazione di Rosh Chodesh e le donne? Oltre al collegamento intuitivo che si può fare tra ciclo lunare e ciclo femminile, c’è una spiegazione fornita dal racconto dell’attraversamento del deserto verso la Terra d’Israele, dopo l’uscita dall’Egitto: quando Mosè si allontanò per ricevere sul Sinai le Tavole della Legge, le donne rifiutarono di dare i propri ori e gioielli per la costruzione del vitello d’oro, dimostrando perciò più fede e pazienza degli uomini. E in seguito, le donne furono pronte a offrire con generosità quelle stesse ricchezze per la costruzione del Tabernacolo, il “Tempio portatile” che accompagnò il popolo ebraico durante il viaggio nel deserto. Dio stabilì quindi che la consacrazione dell’inizio di ogni nuovo mese alle donne, come ricompensa per la loro devozione.

Una luce fondamentale, quella delle donne, capace di guidare e cambiare il destino del popolo ebraico: Miriam, Sefora, Debora, Ester… come la luce della luna, sminuita e sottovalutata perché delicata. Ma sempre presente, giorno e notte. In grado di tenere vivo, come insegna la tradizione rabbinica, il legame con Dio durante il periodo di schiavitù in Egitto (si veda Tamar Kadari su Jewish Women’s Archive) e destinata, nella narrazione cabalista, a giocare un ruolo centrale quando finalmente giungerà il tempo della redenzione messianica; attraverso la Shechinah, la parte immanente, intima, femminile del divino, che si unirà a Kadosh Baruch Hu, la parte trascendente e maschile. E in quel momento, “la luce della luna sarà come la luce del sole”.

Ritrovare la luna, riavere la terra

Per l’ultima parte del nostro “viaggio sulla luna”, ritroviamo Daniela Abravanel, con la quale mi confronto al termine della sua conferenza al MEIS. Un passaggio della sua esposizione mi ha colpito: la ritualità ebraica, con la centralità della luna, è intrinsecamente legata al ciclo delle terra, alle stagioni, all’agricoltura, per questo un ebraismo privato della sua connessione con la natura è inconcepibile, spiega. Ma l’ebraismo che vediamo oggi, faccio notare, è principalmente un ebraismo urbano, di città: che cosa è cambiato e cosa è rimasto di questo legame con la natura?

“Si tratta”, mi risponde “di una conseguenza dell’esilio che ha profondamente trasformato l’ebraismo e l’ha costretto a reinventarsi. Una delle disposizioni antiebraiche fondamentali del potere politico a cui gli ebrei in Europa erano sottomessi consisteva nella proibizione di possedere terra. Una perdita terribile, perché la terra, intesa realmente come terra consacrata, è fondamentale nell’ebraismo. L’agricoltore la cura seguendo una molteplicità di concetti, sta attento a ogni dettaglio, al fatto che ogni cosa ha il suo spirito, il suo ritmo, le sue esigenze: per questo certe coltivazioni non vanno messe accanto ad altre e animali diversi non vanno fatti lavorare insieme”. (Deuteronomio 22, 9-10: “Non seminerai nella tua vigna semi di specie diverse, o il loro frutto diventerà sacro [proibito da mangiare]; non lavorerai con un aratro tirato da un bue e un asino assieme”). Come valutare allora il percorso del sionismo e di Israele, come espressione di restituzione della terra? “Penso che l’inizio dello Stato, con i kibbutzim, sia stata la fase più bella e ideale della storia moderna di Israele. Quando ci fu l’euforica vittoria del ’67, la conquista dei territori cari alla tradizione, la giovane società israeliana era quasi per la maggioranza fondata su questo rapporto con la terra, in un dialogo tra tradizione e nazionalismo moderno. Poi le cose sono cambiate: i kibbutzim si sono sciolti, Israele ha puntato ad altro. L’high tech, le start up…”, dice Abravanel.

Una contemporaneità ebraica dunque sicuramente diversa da quella che i padri del sionismo avevano immaginato: ma forse non così tanto visto che anche passando per high tech e start up si continua a puntare alla luna. Come dimostra la recente avventura della sonda Beresheet: che sul suolo lunare si è schiantata, perché le cose a volte non vanno come dovrebbero, ma ci ha anche fatto sognare (sulla storia dell’ingegnere spaziale Yariv Bash che ha progettato la sonda è d’obbligo guardare il bellissimo video di Nas Daily). E non vediamo l’ora di vederla riprovare.

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Indipendentemente dalle declinazioni, tradizionali o contemporanee, la luce della luna può essere per il mondo un modello di leadership gentile. Come le donne del racconto biblico, come il popolo ebraico nella storia. Capace di cambiare il corso delle cose, ma senza prevaricare, senza accecare; emanando forza attraverso la sua presenza, di giorno e di notte, e non attraverso l’oscuramento dell’altro.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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