Cultura
“The patient”, o dell’essere ebreo nell’America di oggi

Dieci episodi creati da Joel Fields e Joe Weisberg per una miniserie densa e coraggiosa. Ecco perché

Grazie alla mia consueta spacciatrice di serie televisive poco conosciute in Italia – alias mia figlia diciottenne – ho visto senza riuscire a staccarmi le dieci puntate di “The patient”. Gli episodi si possono trovare su Hulu e raccontano la storia di Alan Strauss (magnificamente interpretato da Steve Carell), uno psicoanalista ebreo che viene rapito e rinchiuso in un sottoscala da un paziente, ansioso di risolvere i suoi problemi, secondo lui troppo complessi per essere affrontati in una semplice terapia a cadenza settimanale. C’è però un piccolo particolare ulteriormente inquietante:  colui che desidera questo trattamento intensivo è un serial killer, lo psicopatico Sam (Domhnall Gleeson) che non riesce a smettere di uccidere anche se (forse) vorrebbe e vive con la madre, consapevole dei suoi delitti, al piano di sopra. Alan è il terzo psicoanalista ebreo che Sam consulta, quindi si aspetta che stavolta l’analisi serva a qualcosa. Naturalmente il percorso terapeutico non filerà così liscio ma non voglio entrare nello spoiler: non aspettatevi tuttavia una serie che indulge in dettagli splatter o mette l’omicidio in primo piano. Tutto si gioca in una sottrazione quasi minimalista. Alan si dedica al suo incarico con dedizione, sperando davvero di poter cambiare la natura malvagia di Sam, anche perché capisce che se non ce la farà, sarà lui la prossima vittima.

Ma il punto è proprio questo: a lui non importa di morire perché in parte è già morto dentro. Dopo la scomparsa della moglie Beth, cantrice in una sinagoga liberal, ha assistito inerte alla rottura della propria famiglia, in parte dovuta alla repentina conversione del figlio Ezra a un’ortodossia intransigente. Alan è rimasto congelato nel lutto, incapace di reagire, nè per salvare se stesso nè la vita altrui. Ben presto il plot si sposta su una dimensione interiore, con frequenti flash back e sedute immaginarie di Alan con il proprio terapeuta Charlie, anch’egli defunto, che lo invita a prendere in mano la situazione e a rivolgere il bisturi analitico verso le proprie ferite. Perché il protagonista si accorge che dedica più tempo ed energia a capire la mente contorta di un estraneo, per di più sadico e omicida, piuttosto che le ragioni di un figlio per il quale prova sentimenti irrisolti di rabbia, dato che lo ritiene responsabile indiretto della morte della moglie, considerata da Ezra con disprezzo “non sufficientemente ebrea” e troppo reformed. Il problema quindi sarà il perdono, possibile soltanto quando Alan deciderà di uscire dalla depressione e riprendere in mano la  libertà per fare giustizia. Una missione in parte compiuta, anche se in modo completamente diverso rispetto a quello che lo spettatore potrebbe aspettarsi.

Un altro aspetto interessante della serie è proprio il rapporto analista-paziente. Sam intuisce in Alan la capacità di distinguere il bene dal male, proprio in quanto ebreo. Cerca di imitarlo, lo osserva, tenta di farne il padre buono che non ha mai avuto, ansioso di recuperarne i valori. In una scena tra le più cruente, davanti all’ennesima vittima, Il giovane killer biascica parole inventate che ricordano il Kaddish, che ha stampato da internet per il suo ostaggio. Il rapporto vittima-carnefice porta alla luce anche ricordi del passato, non si sa se veramente vissuti da Alan oppure onirici, ambientati nel lager. In questi sogni o deliri il personaggio si sente ridotto a oggetto, a vittima, a prigioniero, proprio come avviene nella realtà. Ma forse la realtà è proprio conseguente a quell’identificazione?

La serie è anche una metafora, a mio parere, della condizione dell’ebreo contemporaneo nell’America di oggi: schiacciato tra la memoria della Shoah, le varie correnti interne dal fanatismo religioso al new age, e un antisemitismo strisciante,  travestito da ammirazione, in cui è di fatto messo in gabbia e usato per diffondere saggezza, illuminando l’oscurità di una società che rimuove e non vuole affrontare il dolore, come una scimmia ammaestrata.
Una serie densa di significato, con una recitazione alta, senz’altro da vedere.

The Patient, serie Tv creata da Joel Fields e Joe Weisberg per FX su Hulu, con
Steve Carell nei panni di Alan Strauss, un terapeuta in lutto per la recente morte di sua moglie
Domhnall Gleeson nei panni di Sam Fortner, un serial killer e nuovo paziente di Alan
Linda Emond nel ruolo di Candace Fortner, la madre di Sam

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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