Hebraica Festività
Tisha B’Av o dell’importanza di andare controtendenza

Una lettura di questo digiuno per portare in primo piano il significato filosofico della distruzione del Primo e Secondo tempio

Tra poco celebreremo il digiuno di Tishà beAv, il 9 del mese di Av, che commemora la distruzione del Primo e Secondo Tempio di Gerusalemme, rasi al suolo rispettivamente dai Babilonesi e dai Romani due millenni or sono. Nel corso della storia ebraica però nella celebrazione sono stati inclusi altri eventi tragici che secondo la tradizione sarebbero avvenuti nella stessa stagione. Fra essi, la spedizione dei dodici esploratori raccontata in Num. 13-14; la disastrosa rivolta di Bar Cokhbah contro i romani e l’assedio romano di Gerusalemme del 133 ecc. Si tratta di un digiuno completo, in cui ci si astiene da cibi e bevande per circa venticinque ore nonostante le temperature elevate, e da altre attività considerate fonte di piacere, come avere relazioni intime, lavarsi a scopo di piacere, profumarsi e indossare indumenti in pelle o cuoio. Come sempre i malati, le donne in stato di gravidanza e gli anziani sono esenti dal digiunare.

Un aspetto affascinante è quello che perfino lo studio della Torà, aspetto centrale della vita ebraica e responsabilità costante dell’ebreo, sia limitato dalla legge ebraica in questo giorno a pochi testi di carattere particolarmente dolente, come il libro delle Lamentazioni, lungo poema sulla desolazione di Gerusalemme, e altri passi biblici e talmudici legati alla rovina del Tempio.

L’importanza di andare controtendenza

Con il passare dei secoli gli ebrei hanno avuto difficoltà sempre maggiori nell’identificarsi con il lutto per la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Se da un lato questo fenomeno è pienamente comprensibile trattandosi di eventi molto antichi, il concetto richiede alcuni approfondimenti.

Intanto il Tempio non era solo un luogo dove venivano compiuti  sacrifici. Al suo interno si pregava, ma non solo per il popolo ebraico, bensì per l’umanità tutta. Chiunque, senza distinzioni religiose, poteva offrirvi sacrifici, e durante la festa di Succot il popolo di Israele offriva sacrifici per ogni nazione del mondo. Era quindi un luogo di avvicinamento, che è l’esatta traduzione del termine “korban”, tradotto abitualmente con “sacrificio”. Luogo di avvicinamento fra tutti gli Ebrei, che vi si ritrovavano nella loro diversità in occasione delle tre feste di pellegrinaggio annuali, ma anche fra il mondo ebraico e quello non ebraico, in un mirabile equilibrio fra particolarismo ed universalismo. Vi si nutriva l’attesa del momento in cui tutti lo avrebbero riconosciuto centro vitale della loro spiritualità, “casa di preghiera per tutti i popoli” [Is. 56:7], cessando di opporsi all’esistenza del popolo ebraico e collaborando invece attivamente al suo progetto.

I Maestri considerano come causa principale della distruzione di quel mondo l’odio immotivato fra i vari gruppi ebraici dell’epoca,  oltre all’inasprimento delle relazioni col mondo romano. Il popolo ebraico non è mai stato monolitico, in ogni epoca esso è stato percorso da notevoli contrasti, e questo è generalmente stato veicolo di energia creativa. Ma  quando le diverse fazioni iniziano a considerare le loro convinzioni come prioritarie rispetto alla Ahavat Israel, l’amore di Israel, e trattano con sufficienza o disprezzo gli altri gruppi ebraici, questo mette tutto il popolo ebraico in pericolo spirituale e fisico, frammentandone le energie ed impedendo il suo armonioso sviluppo, ed è questo che secondo la tradizione ebraica avvenne nell’epoca della distruzione.

Certamente, in un periodo estivo e per molti di vacanza, non è facile integrare un momento la cui severità è in totale controtendenza rispetto al carattere della stagione. Ma questo andare in controtendenza fa parte dei punti essenziali dell’ebraismo. Nonostante il contesto estivo e vacanziero, in ogni caso è possibile digiunare, meditare, e dedicare un poco di tempo a riflettere sulle pagine più dure della storia ebraica, magari astenendosi da attività eccessivamente ludiche, almeno per quel giorno. In ogni caso va ricordato che non si digiuna per la perdita di un edificio, per quanto onorevole e importante come il Tempio. Si digiuna per il fallimento e la distruzione di un intero mondo di possibilità, il cui risultato fu la privazione della terra d’Israele e un avvelenamento molto grave dei rapporti fra il mondo ebraico e quello non ebraico, le cui conseguenze permangono ancora.

La tensione tra memoria e speranza

Alcuni ritengono che oggi, dopo la fondazione dello stato di Israele, sia possibile eliminare questa triste ricorrenza, o addirittura trasformarla in giorno di festa come immaginato dai profeti [Zaccaria 8:19]. In realtà il Talmud (TB Rosh ha Shanà 18b] esprime chiaramente l’idea che l’eventuale abbandono dei digiuni sia legato all’esistenza di una situazione di pace che lo giustifichi. Ed è innegabile che, nell’attuale situazione mediorientale e internazionale, non possiamo certo onestamente parlare di una pace solida acquisita.

Esiste poi una tradizione, menzionata nel Talmud di Gerusalemme, secondo cui il Messia nascerà il giorno di Tishà be’Av. Per questo, nella preghiera pomeridiana si legge un breve passo di conforto, detto “nachém”, che evoca la rinascita e la ricostruzione, e che non viene letto in nessun altro caso durante l’anno. Indipendentemente dall’idea che possiamo avere dell’epoca messianica, questo ci ricorda che essere ebrei significa essere come una corda di violino tesa all’estremo fra memoria e speranza.

 

Haim Fabrizio Cipriani
Rabbino presso la Comunità Etz Haim

Haim Fabrizio Cipriani svolge il suo ministero rabbinico nelle comunità francesi di Marsiglia e Montpellier, e in Italia presso la comunità Etz Haim. In parallelo svolge un’intensa attività internazionale di violinista concertista e di autore di saggi a tema ebraico.


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