Hebraica Parashot
Toledot, la storia di Giacobbe ed Esaù

Proposte di lettura su una delle grandi storie di rivalità tra fratelli narrate nel testo biblico

I gemelli Esaù e Giacobbe, figli di Isacco e Rebecca: nella parashà di Toledot (“Generazioni”) che si legge questa settimana troviamo un’altra delle grandi storie di rivalità tra fratelli che caratterizzano il primo libro della Torah. Comincia con una gravidanza difficile e un oracolo misterioso (“Due nazioni sono nel tuo grembo”), continua con la cessione del diritto di primogenitura e si compie nell’inganno dello scambio di persona in cui cade un ormai anziano e cieco Isacco. Ecco tre proposte di lettura.

Il fato e la scelta: due concezioni della Storia

Secondo Gary Rubin su My Jewish Learning, nella parashà di Toledot vengono presentati due diversi modelli di approccio umano davanti alle grandi scelte. Nel primo modello è il fato a governare tutto, dalla scelta del nome alla nascita. Esaù, ovvero “peloso” o “ruvido”, cresce come uomo sanguigno e istintivo; Giacobbe, ovvero “tallone” (quello di Esaù, che stringe quando avviene il parto) o anche “usurpatore”, già predestinato a prevalere sul fratello.

Nel secondo modello, è invece l’essere umano a costruire il proprio destino attraverso le scelte. Isacco, seguendo il primo modello, vuole impartire la benedizione a Esaù: è il primogenito, gli spetta di diritto, è l’ordine naturale delle cose. Ma la storia ebraica è ricca di rovesciamenti di destini e, scrive l’autore, spesso a cambiare le carte in tavola è l’intervento di una donna. È Rebecca ad orchestrare l’inganno dello scambio di persona che segna per sempre la svolta nel destino dei due fratelli. E ci sono diversi altri esempi: “Sara prevale sull’aggrapparsi di Abramo al principio della primogenitura e ottiene che Ismaele se ne vada, affinché sia Isacco il prosecutore dell’alleanza. Più avanti nella Bibbia, Anna ignora il consiglio del marito Elkanah di accontentarsi di una vita senza figli e prega per averne uno. Il risultato è la nascita di Samuele, grande profeta e innovatore della monarchia in Israele. Rut infrange la proibizione biblica per i membri della tribù di Moab di sposarsi con gli ebrei: tra i suoi discendenti c’è anche il più grande re d’Israele, Davide”.

Entrambi i modelli, conclude Rubin, sono presenti nel testo biblico e plasmano la storia umana: da una parte, le cose che non possiamo cambiare, o che semplicemente vogliamo accettare così come sono; dall’altra, la facoltà di infrangere le regole, rovesciare la convenzione, cambiare per noi e per chi verrà dopo.

La primogenitura e lo stufato di lenticchie

Esaù torna a casa affamato e scambia con il fratello minore il prezioso diritto di primogenitura per un piatto di zuppa di lenticchie. Il contesto nel quale avviene la cessione del diritto di primogenitura da Esaù verso Giacobbe appare così futile che, fino al momento della benedizione di Isacco, quasi non crediamo veramente che si stia facendo sul serio.

Rabbi Bernie Fox su OU Torah passa in rassegna alcuni commentarii rabbinici su questo episodio. Innanzitutto, l’associazione di Esaù al colore rosso. Edom (“rosso”) diventa uno degli appellativi di Esaù dopo che questi chiede e ottiene dal fratello “un piatto di quella zuppa rossa”; e diventerà anche il nome di un regno confinante e nemico di Israele. Perché il testo sottolinea l’enfasi di Esaù a descrivere la zuppa come “rossa”? C’è qualche significato particolare in questo colore? Secondo Nachmanide, no. Il dettaglio del colore è uno stratagemma del testo per rivelare un aspetto importante della personalità di Esaù: l’attaccamento alla materialità e all’esteriorità che lo rende inadeguato a ricevere l’eredità di Isacco.

Si passa al quesito seguente, quello centrale: perché Esaù cede a Giacobbe il suo diritto con tanta superficialità? Rashi sostiene che dalla primogenitura derivasse l’ordinazione sacerdotale, che implicava il dover seguire uno stile di vita piuttosto rigido che Esaù non desiderava. Nachmanide afferma invece che Esaù era persuaso che sarebbe morto giovane, addirittura prima del padre – una conseguenza della sua “vita spericolata” – e che la primogenitura in tutti i casi non gli sarebbe servita a niente. Un atteggiamento analizzato anche dal Targum Yerushalmi che proverebbe il rifiuto di Esaù a considerare qualsiasi alternativa diversa dal vivere nel presente: “Esaù vendette la sua primogenitura perché era completamente assorbito dalla sua esistenza temporale e materiale. Voleva massimizzare la sua esperienza di questo mondo. Della vita eterna non si curava minimamente. Non valutava l’impatto della sua condotta sulla sua anima o sulla vita dopo la morte. Nella decisione di vendere la primogenitura è implicito il rigetto dell’aldilà e della resurrezione dei morti”. Un rifiuto del mondo spirituale dunque, che riconferma l’inadeguatezza di Esaù a essere l’erede del patto. Ibn Ezra, infine, sempre riferendosi all’attitudine materialista di Esaù, precisa che il disdegno era dovuto al fatto che Isacco era povero e che quindi non si stava parlando di una grande eredità. La teoria della povertà di Isacco è supportata da diversi segnali nel testo e fa discutere i commentatori: perché Dio permette che un giusto viva in povertà? Ibn Ezra sostiene che ci sia un legame tra la povertà e la cecità di Isacco, e tra queste e la nostra capacità di comprensione. Non ci è data facoltà di comprenderne il motivo profondo, ma possiamo capire la loro funzione nella storia: quella di facilitare il passaggio della primogenitura a Giacobbe, l’erede adatto a continuare l’alleanza.

Dalla parte di Esaù

La parashà di Toledot, fa notare Rabbi Carol Glass su Patheos, riprende due motivi ricorrenti della narrazione biblica delle dinamiche familiari: il primo è che l’amore di un genitore sia limitato e dipendente dai meriti del figlio; il secondo è che i figli di una stessa famiglia non siano tra loro tutti uguali ma legati a una gerarchia che suscita invidia, rabbia e dolore.

Una frase che Rebecca ode da Dio durante la gravidanza sembra confermare questo ordine di cose: “Il più vecchio servirà il più giovane”. Ma non è così semplice, perché soggetto e complemento oggetto si possono scambiare: “Il più vecchio, il più giovane servirà”. Forse, suggerisce l’autrice, l’ambiguità serve per suggerire un altro modo di vivere gli affetti familiari, più inclusivo rispetto al modello gerarchico? Non sappiamo se Rebecca l’abbia intesa in questo modo; considerando la storia, probabilmente no. A farsi portavoce di questo nuovo modello è invece proprio Esaù, in un momento drammatico della narrazione. Quando viene a conoscenza dell’inganno di Giacobbe e Rebecca, Esaù si rivolge al padre “con uno scoppio emotivo incredibilmente toccante: “Hai una sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre!”. Esaù supplica Isacco di cambiare prospettiva e cercare un nuovo modo di essere genitore: essenzialmente, un nuovo modo di esprimere amore. Nel mezzo della sua angoscia, Esaù esprime – forse per la prima volta nella Torah – l’idea che l’amore non è un bene limitato; che l’amore e le benedizioni possono bastare per tutti. (…) Esaù non chiede a Isacco di annullare la benedizione data a Giacobbe. Chiede solo un’eguale parte di amore paterno, sottoforma di una seconda benedizione. Chiede che si veda la vita attraverso l’ottica dell’abbondanza e non l’ottica della scarsità. Fa appello a una visione della vita in cui le tradizioni come la gerarchia tra fratelli e la distribuzione ineguale dell’eredità sono sostituite da modi più egualitari di esprimere amore. Chi controbatte dicendo che Esaù è amaro e vendicativo, deve notare che ciò emerge solo dopo che capisce che Isacco non risponderà al suo appello”.

L’autrice conclude individuando un legame tra questa particolare lettura della parashà e il Giorno del Ringraziamento che si festeggia negli Stati Uniti: “Abbiamo bisogno di fare spazio alle necessità degli altri – insieme alle nostre – di passarre da un’ottica di scarsità a un’ottica di abbondanza. In questa settimana, mentre ci riuniamo per festeggiare il Ringraziamento, un momento in cui è tradizione ringraziare per l’abbondanza nelle nostre vite, possiamo trovare anche abbondanza di spazio nel cuore per spezzare i limiti che imponiamo al nostro amore: verso familiari coi quali non andiamo d’accordo, genitori difficili, figli che ci hanno magari deluso, fratelli con cui siamo in competizione, e tutti quelli che sopportiamo a fatica”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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