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Voci
Toni Morrison, una voce preziosa contro il razzismo

Stralci dal discorso che la scrittrice pronunciò al momento di ritirare il Premio Nobel. Per ricordarla e ricordare il suo pensiero

Un piccolo omaggio a Toni Morrison, a poche ore dalla sua scomparsa. Perché la sua voce ora è davvero necessaria: combatte il razzismo, in un’America ripiombata nell’odio. I suoi scritti sono tutti incentrati sulla dignità umana e sul’importanza di resistere. Alla schiavitù, al crimine, al pregiudizio, alla discriminazione. L’America, certo, la sua terra, da cui levava una voce contro, alternativa. Ma anche l’Europa sta vivendo un’epoca di razzismo. Anche l’Europa dimentica la storia, il linguaggio e la capacità di usarlo.

Toni Morrison nel 1993 pronunciò un lungo discorso in occasione del Premio Nobel che avrebbe ritirato di lì a pochi minuti. Era a Stoccolma, sul podio, davanti all’Accademia. E ha cominciato a parlare di una favola. Anzi di un mito: “«C’era una volta una vecchia. Cieca, ma saggia». O era un vecchio?”, comincia così, per poi specificare la sua versione della storia, antica come l’uomo, forse un Tiresia, forse un oracolo, o dal punto di vista psicanalitico, la rappresentazione della coscienza e della consapevolezza: “Nella versione che io conosco la donna è la figlia di schiavi, neri, americani, e vive sola in una piccola casa fuori città. La sua reputazione per saggezza è senza pari e fuori questione. Fra la sua gente è la legge e la sua trasgressione. L’onore e il timore reverenziale in cui è tenuta vanno oltre il vicinato, fino a luoghi molto distanti; fino alla città dove l’intelligenza dei profeti rurali è la fonte di un grande divertimento. Un giorno la donna riceve la visita di alcuni giovani intenzionati a dimostrare falsa la sua chiaroveggenza e mostrare la frode quale essi credono che ella sia“.

Il discorso, molto lungo, arriva poi al linguaggio. E ci piace ricordare la scrittrice proprio con queste parole. Libere e di estrema attualità. (Note: ella – nel testo – è la cieca e saggia protagonista della storia)

La lingua ufficiale costruita per sancire l’ignoranza e conservare il privilegio è una corazza lucidata per colpire col suo luccichio, un involucro dal quale il cavaliere se n’è uscito da molto tempo. Eppure c’è: stupida, predatoria, sdolcinata. E suscita il rispetto negli scolari, fornisce riparo per i despoti, evoca false memorie di stabilità, armonia fra la gente. Ella è convinta che quando la lingua muore, per trascuratezza, disuso, indifferenza e assenza di considerazione, o uccisa per decreto, non solo lei stessa, ma tutti coloro che la usano e la costruiscono sono responsabili per il suo decesso.

Nel suo paese i ragazzi si sono morsi la lingua e usano proiettili invece di ripetere i suoni dell’inesprimibilità, del linguaggio disabile e invalidante, del linguaggio che gli adulti hanno abbandonato completamente come mezzo per afferrare il significato, fornire una guida o esprimere amore. Ma ella sa che il suicidio della lingua non è solo la scelta dei bambini. È comune fra le teste infantili dello stato e i mercanti di potere il cui linguaggio espulso li lascia senza più accesso a quello che è rimasto dei loro istinti umani affinché possano parlare solo a quelli cui devono obbedire o per costringere all’obbedienza.

Il sistematico saccheggio del linguaggio può essere riconosciuto nella tendenza di coloro che lo usano facendo a meno delle sue proprietà maieutiche come le sfumature, la complessità, per minaccia e assoggettamento. Il linguaggio oppressivo fa qualcosa di più che rappresentare la violenza; è la violenza; fa qualcosa di più che rappresentare i limiti della conoscenza; limita la conoscenza. Se è il linguaggio che offusca lo stato o il falso linguaggio dei media stupidi; se è l’orgoglioso ma imbalsamato linguaggio dell’accademia o il comodo linguaggio della scienza; se è il linguaggio maligno della legge senza etica, o il linguaggio fatto apposta per discriminare le minoranze, nascondere il suo razzistico saccheggio nella sua sfrontatezza letteraria – esso deve essere rifiutato, modificato e palesato. È il linguaggio che beve sangue, che piega le vulnerabilità, che nasconde i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo e si muove in fretta e furia verso la linea inferiore e verso le menti inferiori. Linguaggio sessista, linguaggio razzista, linguaggio teistico – tutti sono linguaggi tipici della politica del dominio, e non possono, non permettono nuove conoscenze né incoraggiano il mutuo scambio di idee. 

E poi la nostra cieca e saggia protagonista prosegue:

(…) La vitalità della lingua sta nella sua capacità di descrivere le vite reali, immaginate e possibili di chi la parla, la legge e la scrive. Sebbene la sua padronanza possa qualche volta sostituire l’esperienza, essa non è un suo sostituto. Essa crea un arco verso il luogo dove il significato può mentire. Quando un Presidente degli Stati Uniti pensava al cimitero che il suo paese era diventato, e diceva: «Il mondo farà poca attenzione e non ricorderà a lungo quello che diciamo qui. Ma non dimenticherà mai quello che hanno fatto qui,» le sue semplici parole rendono euforici nella loro capacità di sostenere la vita perché esse si rifiutarono di rinchiudere la realtà di 600.000 morti in una disastrosa guerra razziale. Rifiutando di immortalarli in un monumento, disdegnando la “parola finale”, la esatta “ricapitolazione”, e riconoscendo il loro “scarso potere di aggiungere o sottrarre”, le sue parole esprimono deferenza verso la impossibilità di afferrare la vita nel lutto. È la deferenza che la motiva, quel riconoscere che la lingua non può essere all’altezza della vita una volta per tutte. Né dovrebbe.

La lingua non può “definire con precisione” la schiavitù, il genocidio, la guerra. Né dovrebbe struggersi per l’arroganza di essere capace di farlo. La sua forza, la sua felicità sta nell’arrivare verso l’inesprimibile. Sia essa grande o piccola, che scavi, che esploda, o che si rifiuti di sancire; che sia una risata o un grido senza alfabeto, la scelta della parola, il silenzio scelto, il linguaggio indisturbato si solleva verso la conoscenza, non la sua distruzione. Ma chi non sa che vi è una letteratura proibita perché si pone delle domande; screditata perché è critica; cancellata perché alternativa? E come molti scrittori sentano oltraggiati al pensiero di una lingua che si sia auto devastata?

Il lavoro della parola è sublime, la vecchia pensa, perché è produttivo; questo significa che assicura la nostra differenza, la nostra umana differenza – il modo nel quale noi siamo, diversi da altre persone viventi. Noi moriamo. Questo può essere il significato della vita. Ma noi creiamo un linguaggio. Questo può essere la misura delle nostre vite.

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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