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Cultura
“Un cazzo ebreo”, romanzo d’esordio di Katharina Volckmer

Metamorfosi di una giovane donna. La recensione del libro edito in Italia per La nave di Teseo

Si fatica decisamente a leggerlo. Perché Un cazzo ebreo di Katharina Volckmer è davvero irritante. E benché sia chiaro sin dalle prime righe l’obiettivo di infastidire profondamente il lettore, è impossibile non cedere alla tentazione di chiudere il libro. “Trasgressivo, dissacrante, divertente” lo ha definito The New Yorker e l’edizione italiana de La nave di Teseo riporta il tris di aggettivi in copertina: tocca proseguire, in ottemperanza anche all’imperativo categorico che mi sono autoinflitta di andare oltre al maldestro titolo, su cui già in molti hanno discusso: un cazzo non può essere ebreo, tutt’al più ebraico. In originale il titolo era L’appuntamento, con un cazzo ebraico come sottotitolo. C’è anche un altro equivoco: non siamo dallo psicanalista, bensì da un chirurgo estetico cui è stato affidato il compito di dotare la protagonista di un pene circonciso. L’io narrante coincide con l’autrice, libera di passeggiare in un flusso di coscienza che si muove tra il pornografico, la ninfomania, la volgarità pura e semplice, ma anche l’introspezione verso una ricerca identitaria personale e nazionale. Katharina Volckmer è tedesca e nella più libera e leggera Londra, città dove vive, sceglie di riparare alla vergogna dell’eredità della Shoah con un gesto estremo, dadaista quasi, che fa della body art materia di narrazione storica e politica. Si può (e cosa significa) riparare a quell’eredità? E come le scelte più intime e personali possono determinare tale riparazione?

Le circonvoluzioni che Volckmer compie nei suoi pensieri intorno a queste domande sono tortuose e seguirle non è semplicissimo. Hanno a che fare con l’idea di normalità e di standardizzazione, con ciò che è socialmente accettabile e non, con gli incubi di un’Europa che tenta di far fronte a un passato tragico che non vuole dimenticare. Punta il dito contro la sacralizzazione della memoria, contro tabù indicibili, pregiudizi e luoghi comuni: in questo senso sì, è trasgressivo e dissacrante, per tornare alla definizione del New Yorker, ma nient’affatto divertente.
Volckmer fa a pezzi il lettore, lo massacra con un linguaggio volutamente provocatorio e un immaginario francamente disgustoso che in certi passi risulta fine a se stesso. Eppure. Eppure è un quasi romanzo di formazione o una metamorfosi in corso nel flusso di coscienza contemporaneo alla mutazione fisica cui si sottopone la protagonista. Corpo e mente allora coincidono, cercando una nuova soluzione che è anche assoluzione della storia, della propria memoria e di quella famigliare. Si giunge all’accettazione di sé, del proprio essere donna ma anche uomo, del proprio essere tedesca e nipote del capostazione dell’ultima stazione ferroviaria prima di Auschwitz. Il nonno, in realtà, era uno che non faceva male a nessuno, conclude l’autrice, come la neve che, a seduta terminata, cade davanti alla finestra dello studio medico, quasi a medicare ogni ferita.

Il sogno di essere Hitler che ha animato le prime pagine, la riflessione su memoria e memoriale che confluisce nel pensiero circa il modo con cui si ricordano gli ebrei (“Chi vuole essere ricordato come il destinatario della violenza? Siamo talmente abituati ad avere il controllo delle nostre vittime che per questo, anche dopo tutti gli anni che sono passati, non riesco a non stupirmi che voi [gli ebrei] siate vivi fuori dai nostri libri di storia e dai monumenti alla memoria, che vi siate liberati della nostra visione di voi”), il problema personale di avere una madre intollerabilmente brutta e un padre insulso, di professione tecnico delle lavatrici, che ogni anno si reca a Norimberga per la conferenza di aggiornamento degli addetti ai lavori (“quale altra città poteva essere così disperata da ospitare un evento del genere? (…) Tutto pur di far dimenticare alla gente l’altro evento annuale che era solito svolgersi lì e le famose leggi che avevano preso il nome della città), si intersecano con le vicende personali e amorose, con il desiderio di fare sesso, eventualmente anche con un robot, e con l’incontro fallimentare con uno psicoanalista impostole dalla società. Tutto questo calderone in continua ebollizione è tratteggiato per lampi, improvvise illuminazioni dentro lo stile del classico flusso di coscienza, per sfociare infine nella liberazione di se stessa: assumere un’identità altra, ibrida, onnicomprensiva. Un gesto dirompente, tanto eccessivo quanto insignificante nel tentativo di gestire il peso della memoria e dell’impegno morale richiesto alla terza generazione, ai nipoti della Shoah. Volckmer appartiene a questa categoria di persone, ma suo nonno era dalla parte dei carnefici, era il capostazione dell’ultima fermata prima della morte.
Tornando ai tre aggettivi del New Yorker, manca decisamente la parte divertente. La scrittura di Volckmer è intensa quanto triste, volgare quanto abissale, urticante quanto deprimente. Quasi quanto il progetto della protagonista: dotarsi di un cazzo ebraico per redimere la Storia, grazie alle mani esperte di un chirurgo ebreo…
Insomma, tenetevi forte se decidete di approcciare la lettura di questo libro. Che per molti è imprescindibile: sarebbe uno scandalo non leggerlo, ha detto qualche giornalista. E forse, a suo modo, ha ragione.

Katharina Volckmer, Un cazzo ebreo, traduzione di Chiara Spaziani, La nave di Teseo, 110 pagine, 16 euro

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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