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Una domanda a rav Riccardo Di Segni

Il dialogo tra Diaspora e Israele

Che cosa significa per un ebreo della diaspora supportare Israele? Risponde rav Riccardo Di Segni

Una precisazione sulla domanda: supportare lo Stato d’Israele
Prima di tutto bisogna chiarire se sia necessario o doveroso per un ebreo della Diaspora sostenere lo Stato di Israele. La risposta positiva, secondo la mia opinione (che non è affatto detto che sia condivisa), deriva da queste considerazioni:
nello Stato di Israele vive attualmente quasi la metà del popolo ebraico. Mentre gli ebrei che vivono nello Stato sono in sviluppo demografico, la Diaspora nel suo complesso è in forte contrazione. Non c’è poi confronto tra la vitalità culturale degli ebrei di Israele in tutti i campi rispetto a quella diasporica. Quindi dal punto di vista della vitalità e delle prospettive, demografiche e culturali, oggi Israele rappresenta il centro vitale del popolo ebraico.

Lo Stato di Israele rappresenta per la maggioranza degli ebrei del mondo (a cui mi unisco) la realizzazione di promesse e attese millenarie storiche e religiose. Nello Stato gli ebrei possono difendersi dai loro nemici, cosa che nella Diaspora gli ebrei non possono fare. Anche se non c’è una garanzia assoluta di salvezza e incolumità, lo Stato rappresenta una fortissima deterrenza per i nemici di Israele, che vogliono eliminare gli ebrei dello Stato e quelli della Diaspora .
La psicologia di un ebreo della Diaspora è decisamente mutata grazie alla presenza dello Stato, che a molti dà certezza, sicurezza, orgoglio e rappresenta il luogo di rifugio accogliente (almeno per ora) in caso di persecuzione. Per molti è comunque il luogo dove si desidera andare a vivere in futuro o indirizzare i propri discendenti a farlo.
Gli ebrei della Diaspora, volenti o nolenti, sono uniti a quelli dello Stato di Israele. Per molti, da legami di parentela con abitanti nello stato. Ma più in generale, che il popolo di Israele, ovunque si viva, sia una unità, lo dicono tutte le fonti della tradizione. Per la grande maggioranza dei non ebrei, anche se non sono ostili, l’omologazione automatica tra ebrei locali e israeliani è un fatto scontato, prima di qualsiasi ragionamento sulla cittadinanza.

Da tutte queste premesse discende un obbligo di sostegno. Come esprimerlo?
Presenza: visitare frequentemente il Paese, trascorrervi periodi di studio e di vacanze.
Economia: per molti decenni il sostegno della Diaspora si è espresso nella partecipazione a campagne di raccolta fondi per istituzioni varie. La situazione è cambiata e continuare sulla linea antica mi solleva delle perplessità; anni fa obiettai che ormai Israele è uno stato ben strutturato e non ha senso lavorare per sostenere i grandi fondi che sono diventati “carrozzoni” parastatali burocratici. Mi fu risposto che in tempi di crisi bisogna sostenere anche i “carrozzoni” fatti di persone che hanno famiglia… Obiezione e risposta hanno il loro valore. Direi allora, in sintesi, che fermo restando l’obbligo di donare, che è un modo di fare tzedaqà, le destinazioni possibili sono tante e per tutti i gusti e ciascuno dovrà documentarsi per decidere come orientare meglio le sue doverose donazioni. Ma se la donazione a “fondo perduto” ha senso, ancora di più lo ha quella che investe, passando dalla pura assistenzialità alla costruzione. Sostenere l’economia, dal semplice acquisto di beni locali, all’investimento, per chi se lo può permettere.
Politica: L’immagine dello Stato è perennemente sotto attacco e demonizzata dai media e dalla politica. Tutto questo richiama a un dovere di intervento da parte della Diaspora, che può esprimersi in vari modi: in primo luogo, intervenire a tutti i livelli possibili, della chat sui social ai talk show televisivi ai grandi e piccoli giornali per rintuzzare la propaganda negativa e ostile; ma per farlo non serve solo la propria passione e la rabbia, c’è bisogno di preparazione sui dati e sulle modalità di uso dei sistemi e della comunicazione, e per questo c’è un dovere preciso di organizzare strutture formative e operative. L’altro livello è quello specificamente politico, nel contatto che le dirigenze comunitarie hanno con le leadership politiche, spiegando le ragioni di Israele e sollecitando interventi a favore.
Tutto questo discorso deve fare i conti con le critiche alle politiche dello Stato che non sono patrimonio esclusivo dei nemici di Israele ma che dividono anche aspramente i cittadini dello Stato di Israele e gli ebrei diasporici. Mentre il cittadino dello Stato ha i suoi strumenti per dissentire, l’ebreo diasporico dissidente si chiede perché dovrebbe scontare le “colpe” altrui e sente il bisogno di dissociarsi in nome di quelli che sono per lui principi morali e politici. È assurdo chiedere a un ebreo di rinunciare alla discussione, che è parte della sua identità, ma, soprattutto nei momenti di crisi, alcune considerazioni andrebbero proposte e condivise:
Mentre gli ebrei che vivono nello Stato sono a rischio diretto della loro vita, e sanno come e quando dissentire con il rischio che questo potrebbe comportare per loro, i nostri rischi sono assai minori, anche se vi può essere una recrudescenza di antisemitismo. L’attacco agli ebrei della Diaspora, con gli antisemiti che si svegliano in queste occasioni, mostra l’altra faccia del problema, il fatto che dietro alla critica contro la politica Israele esistano pulsioni di ostilità ben più profonde che si servono della politica come pretesto. Chi alza la voce pubblicamente contro la politica israeliana nella Diaspora indebolisce coloro che vivono nello Stato, anche se dissidenti, rischiando ben poco qua, e spesso si trova, anche suo malgrado, schierato con autentici odiatori.
Spesso le manifestazioni pubbliche di dissenso diasporico sono sottoscritte da persone che rivendicano la loro ebraicità come legittimo presupposto per farlo, ma per coerenza dovrebbero essere più presenti nella scena ebraica e nella vita comunitaria, non limitando la dichiarazione di ebraicità alla dissociazione politica; inoltre è costante storica di questi fenomeni, che la critica parta dall’adesione a ideologie politiche non ebraiche che con l’ebraismo possono avere parti condivise, ma solo parti. Molto francamente faccio fatica a sopportare le pubbliche esternazioni degli “ebrei buoni” che ricordano di essere ebrei solo per dissociarsi da quelli “cattivi”.

Questo non deve servire come un ricatto per imporre l’appiattimento sulle posizioni del governo israeliano ma deve suggerire delle regole di autocontrollo nell’espressione della critica e del dissenso. Credo che vi debba essere massima apertura al confronto interno, con disposizione reciproca all’ascolto, senza condanne, insulti e minacce; ma chi usa la tribuna esterna debba fare un serio autoesame: se gli argomenti che sostiene siano corretti e non esasperati e semplificati; se le sue motivazioni siano ebraiche, se non stia partendo da o alleandosi a ideologie e movimenti non ebraici e spesso ostili; se lo faccia per apparire e difendere la sua posizione sociale qua; se comprenda le conseguenze in termini di sicurezza, per i cittadini dello Stato di Israele e più in generale per il suo e il nostro futuro.


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