Cultura
Viaggio nel ghetto di Verona

Una storia contrastata, tra espulsioni e richiami, quella degli ebrei veronesi, gli unici forse a festeggiare per l’istituzione del ghetto.

A leggere le cronache dell’epoca, l’istituzione del ghetto di Verona era stata preceduta da litigi furibondi per la distribuzione di alloggi e botteghe, talmente violenti che, una volta stabilite le regole che imponevano agli ebrei di vivere all’interno del ghetto, sembrò loro una liberazione. Un controsenso, certo, visto che veniva loro imposta la reclusione, ma il solo fatto di avere chiarito le cose una volta per tutte pare avesse avuto effetti così benefici che la comunità decise di festeggiare quella data con canti e balli.

Il quartiere era vicino a Piazza delle Erbe, fatto di case porticate e dai tetti sporgenti, al punto che via Portici (prima chiamata contrà San Tomio) e le strade intorno venivano identificate con l’appellativo di “sotto i tetti”. Siamo nel 1600, dopo un lungo periodo di presenza ebraica sul territorio piuttosto contrastata: certamente gli ebrei vivevano a Verona già dal X secolo, perché c’è traccia di una prima espulsione data 965 e causata da una disputa teologica con il vescovo locale. In effetti, la storia degli ebrei nel veronese è punteggiata da continue cacciate e accettazioni. Difficile sapere quanti fossero, un po’ a causa dei continui cambiamenti d’umore degli abitanti della Serenissima che determinavano appunto espulsioni e richiami, un po’ perché non venne mai fatto un censimento. Dai documenti, a guardare i nomi indicati, si pensa che il primo nucleo fosse ashkenazita, ma intorno al 1630 si aggiunse un gruppo sefardita, proveniente da Venezia e intorno agli anni 50 del ‘600 arrivò anche un gruppo di marrani dalla Spagna. Nel 1675 i due gruppi si unirono per dare vita a una scuola, unica, nel ghetto, dove vivevano, a quell’epoca, 900 persone.

Oggi quelle strade hanno mantenuto le caratteristiche dell’epoca e i bei restauri permettono di passeggiare tra portici e tetti sporgenti, lungo l’arteria principale di via Portici e la stretta, un po’ angusta, corte spagnola, dove si stabilirono i sefarditi al loro arrivo. La sinagoga attuale risale al 1864, epoca fiorente per la comunità, che raggiunse i 1400 membri e a quasi un secolo da quando i francesi eliminarono, nel 1797, i portoni del ghetto. Non vennero più ripristinati, nemmeno con il ritorno degli austriaci. Quando il Veneto fu annesso al Regno d’Italia, nel 1866, ci fu la completa emancipazione. Oggi la comunità è piuttosto piccola.

La sinagoga

La facciata principale è in via Rita Rosani, mentre l’ingresso è su via Portici (al civico 3). Una facciata piuttosto importante: tripartita, con due falsi torrioni che terminano in un timpano spezzato e decorato con le Tavole della Legge, incornicia il portone con due pilastri, ognuno decorato da sei formelle con simboli dell’ebraismo. Delimitato da un grande arco a motivi vegetali, il portale è arricchito dall’architrave su cui è riportato un salmo in ebraico.

Gli interni sono molto ricchi, pronti a ospitare mille persone sotto un soffitto a volta con decorazioni orientaleggianti. La parete che ospita l’aròn è davvero particolare. La parte alta, ad arco, ha un’apertura schermata da un decoro a intarsio in pietra con una grande menorah al centro, mentre ai lati dell’aròn ci sono due maghen david a impreziosire la parete. A illuminare la sala, insieme alle grandi finestre, sono i grossi lampadari a candele che danno al luogo un’atmosfera molto speciale e accogliente. Parte di questi arredi proviene da un oratorio sefardita andato distrutto. Una targa ricorda i 31 ebrei veronesi deportati durante la seconda guerra mondiale.

Per visitare la sinagoga, contattare Verona ebraica

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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