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“We Fight Fascists”: sguardo sul Regno Unito del Secondo dopoguerra

Il nuovo saggio dello storico londinese Daniel Sonanbend sul “Gruppo 43”, gli ebrei che combatterono il neofascismo in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale

Regno Unito e secondo dopoguerra: se dovessimo attingere al nostro immaginario culturale e storico per scegliere una parola caratterizzante di luogo ed epoca, difficilmente sceglieremmo “fascismo”. Dopotutto, stiamo parlando della nazione di Churchill, che combatté l’Asse fino alla sua sconfitta e, nel periodo dei totalitarismi, non mise mai in dubbio le sue istituzioni democratiche. Invece, una storia da raccontare su questo tema c’è.

Se ne occupa lo storico londinese Daniel Sonanbend We Fight Fascists. The 43 Group and Their Forgotten Battle for Post-war Britain, appena uscito per Verso Books e recensito da Daniel Trilling sul Guardian.

Il libro inizia subito dopo il 1945, quando Oswald Mosley, già leader della British Union of Fascists (partito dichiarato illegale e fatto sciogliere nel 1940) si ripresenta con una nuova formazione politica, lo Union Movement – nome diverso, stesse idee – che punta in modo mirato ai quartieri operai per la propaganda: “I fascisti ritenevano che le loro idee avrebbero trovato terreno fertile: la Gran Bretagna soffriva di una crisi tremenda, con un razionamento dei viveri ancora più duro di come era stato negli anni della guerra, mentre l’antisemitismo restava diffuso. La disinformazione di una certa stampa rinforzava lo stereotipo del mercato nero controllato dagli ebrei e il pregiudizio antiebraico – non assoluto, ma assai più comune e apertamente espresso di come molti oggi vogliono ricordare – era ulteriormente esacerbato dal conflitto in Palestina tra le forze del Mandato Britannico e i militanti sionisti che combattevano per il nuovo Stato”.

In questo contesto, nel 1946 un gruppo di veterani ebrei dell’esercito inglese passa al contrattacco, formando il 43 Group. Il significato del nome è incerto: forse “Il gruppo dei 43”, dal numero dei presenti alla prima riunione; o forse, “Il gruppo del 43”, dal numero civico della casa dove si riunivano. Il 43 Group fu “qualcosa a metà tra un’organizzazione comunitaria di difesa e un’agenzia di spionaggio privata”.

Che cosa facevano i suoi aderenti? “Compivano operazioni di sorveglianza dell’estrema destra, interrompevano incontri e manifestazioni lanciando oggetti sugli oratori o con altre azioni di disturbo e – l’aspetto più controverso – aggredivano i fascisti, in risse di strada o in spedizioni punitive col favore delle tenebre”. In breve, facevano un gran chiasso e menavano le mani. Un aspetto, quello dell’uso della violenza, a causa del quale il 43 Group ricevette ben poco supporto sia dallo Stato, sia dalla comunità ebraica ufficiale.

Nel 1950, lo Union Movement si sciolse e con esso il 43 Group, avendo perso la sua ragione di esistere. Una vita breve, ma intensa, e soprattutto d’impatto per le generazioni a venire: “Quando l’estrema destra ricomparve negli anni Sessanta, questa volta prendendo di mira principalmente le comunità caraibiche, africane e asiatiche, gli attivisti la affrontarono con tattiche simili a quelle del 43 Group”.

Sonabend ricostruisce la storia attraverso interviste con ex membri del gruppo e materiale d’archivio di organizzazioni antifasciste e della comunità ebraica, con una narrazione che, scrive il recensore, ha il ritmo di un thriller politico ed è allo stesso tempo “edificante e scomoda, perché suscita domande tuttora rilevanti per il nostro orizzonte politico”.


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