Cultura
Yona Friedman, architetto, utopista, anarchico

A pochi giorni dalla sua scomparsa, dialogo con Manuel Orazi, esperto conoscitore di Friedman e curatore dei suoi libri in Italia

Difficilissimo parlare di Yona Friedman perché l’architetto ungherese è stato tante cose. Più precisamente, ha vissuto molte vite. I suoi disegni sono stati rivoluzionari, visionari e avanguardisti, ma soprattutto pensati per una società fatta di rapporti paritari e fondati sull’autodeterminazione degli individui. Artista, progettista e filosofo dell’architettura, utopista, anarchico e rivoluzionario. Abbiamo parlato di lui con Manuel Orazi, architetto e studioso di Friedman (su di lui ha scritto la tesi di dottorato che poi è diventata un libro a quattro mani con l’architetto franco-ungherese) e curatore di diverse edizioni italiane dei suoi scritti.

“Mi piace partire con le sue micro-gioie, alcuni disegni sul valore delle piccole cose, che sono ora in mostra, insieme a moltissimi altri, a Milano. Life contains micro-joys. Micro-joys are more important than great ones, scrive sotto un disegno (quello pubblicato qui sopra, ndr)“, spiega Manuel Orazi in una telefonata tra Milano e il tratto ferroviario adriatico della Romagna. Un dettaglio, perché il legame tra i due architetti è forte e profondo e parlarne, forse, è una micro-gioia. “Mi fa piacere ricordarlo, gli devo molto”, commenta subito dopo.

Bene, le micro gioie. Un dettaglio interessante per chi ha vissuto in tre continenti attraversando almeno due guerre… “Nato col nome di Janos-Antal a Budapest nel 1923, sopravvissuto ai rastrellamenti nazisti perché imprigionato dalla Gestapo come oppositore politico e non in quanto ebreo (viene liberato dall’Armata Rossa durante le caotiche vicende descritte magistralmente da Sándor Márai), dopo un anno trascorso come profugo a Bucarest riesce infine ad arrivare a Haifa. Siamo nel 1946. Haifa è un laboratorio, un luogo contrario agli altri paesi del mondo: è fondato sull’immigrazione e, benché selettiva, è quanto di più vicino a una «società senza classi» si potesse immaginare. Si iscrive alla facoltà di architettura al Technion per concludere gli studi interrotti a Budapest, che porta a termine, nonostante un altro anno di interruzione a causa della Guerra di Indipendenza di Israele. Quindi, diviene un docente del Technion stesso, oltre ad aprire uno studio di architettura a Haifa insieme all’architetto italiano Renzo Voghera”.

Ed è qui che si sperimenta, firmando i primi progetti, ma anche mettendosi in gioco in prima persona.
“Appena arrivato a Haifa fa dei progetti per strutture temporanee usando il cemento, per pagarsi gli studi fa il manovale e sceglie di trascorrere un periodo nel kibbutz Kfar Glikson. Il momento è entusiasmante per Friedman, che si trova a vivere in una Israele unica. Dove cioè non esistono classi, tutti si conoscono e si chiamano per nome. Dove Golda Meir discute con lui rispetto al progetto di un edificio da costruire a Haifa: “Qui ci vuole una finestra!” gli dice lei. E lui, subito: “No, tu non puoi saperlo: lo decideranno gli abitanti!”… ecco, questa era la vita israeliana a quei tempi. A Budapest aveva fatto parte della resistenza sionista e quando arriva a Haifa, Martin Buber aveva appena pubblicato il suo Sentieri in utopia. Quelle parole, credo, entrarono a far parte del suo pensiero sull’architettura e prima ancora sulla società. “Una collettività organica non si comporrà mai di individui, bensì soltanto di comunità piccole e piccolissime: un popolo è comunità nella misura in cui ha un contenuto comunitario” scriveva Buber. E Yona Friedman, trent’anni dopo, nel suo Utopie realizzabili, la summa del suo pensiero, espone la teoria del gruppo critico: il più grande insieme di uomini con cui il buon funzionamento di un’organizzazione dotata di una struttura definita può ancora essere garantito e il paternalismo, dunque, evitato”.

Poi l’avventura israeliana termina.
“Nel 1957 lascia Israele per la Francia. I dissapori con il Technion diventano insopportabili. Le sue teorie, troppo distanti dalle regole del Bauhaus non erano accettate dall’ateneo e Friedman decide di lasciarlo. Ma non rompe solo con una scuola. Dopo le dimissioni di Moshe Sharett alla fine del 1955, Israele aveva visto la caduta dell’ultimo rappresentante di spicco di una linea conciliante verso la minoranza araba, e anche il clima generale era cambiato inesorabilmente verso una normalizzazione, perdendo il suo carattere tendenzialmente egalitario. Friedman nell’agosto del 1956 partecipa all’ultimo Congresso Internazionale di Architettura Moderna di Dubrovnik, dove presenta informalmente un documento che è quasi un manifesto antiautoritario e contro il formalismo del Technion. Così sceglie la Francia ed è lì che otterrà successo con la mega struttura, progetti infrastrutturali a grande scala di cui è considerato il capostipite. Ma è il linguaggio a interessarlo, come mezzo della comunicazione. Tanto che spiega le sue teorie con disegni e libri a fumetti”.

Perché?
“Per lui, il ruolo dell’architetto dev’essere simile a quello del professore di lingue straniere: deve insegnare cioè una grammatica, lasciando poi esprimere liberamente i propri allievi. Ma la comuicazione permea tutti i suoi lavori. Quando va negli Stati Uniti mette a punto un sistema di autoprogettazione al computer che Negroponte chiamerà Yona System, ma subito dopo collabora con l’Onu e l’Unesco per fare progetti in paesi poverissimi, basati sul riuso. Prima di lasciare l’Ungheria aveva parteciato alle conferenze di Werner Heisenberg che lo hanno molto influenzato e spinto a cercare anche in quell’ambito. Diventerà amico di Prigogine ma è negli anni 90 che scrive L’univers erratique: Et si les lois de la nature ne suivaient aucune loi ? (Paris, Puf 1994) e nei primi 2000 L’ordre compliqué. Et autres fragments, (Paris, L’éclat 2008 – Ediz. it. Quodlibet 2011) , due libri di fisica. Ed è sempre lui che poi mette a punto il volume Come vivere insieme senza essere né schivi né padroni, tutto a disegni… Il filo conduttore però è uno: la comunicazione globale non è possibile, mentre invece funziona all’interno di piccoli gruppi. Così anche il progetto, che è tale solo se pensato per un contesto necessario. E questo perché per Friedman i diritti individuali sono sacri e quelli collettivi non devono mai superarli. Ecco perché l’ho accostato a Buber: come ha scritto Scholem di lui, “Buber è un anarchico religioso, e il suo insegnamento è anarchismo religioso”. Firedman, in un convegno torinese del 1969, venne più volte contestato. E proprio per queste parole: “Signori, io parlerò dell’utopia contro la rivoluzione, io parlerò prima di tutto della mia terminologia. L’utopia è fatta da chi? L’utopia è fatta per chi? Io non lo so. E poi continua: “La parola società per me non ha senso e si commette un abuso tutte le volte che si dice semplicemente «società»; per me la società è un insieme di individui, di tutti gli individui esistenti, e non invece l’uomo medio”. Ecco Yona Friedman, l’architetto che ha fatto della mobilità la sua cifra, biografica, stilistica e filosofica. Basta pensare che per lui l’immigrazione è la forma di protesta più alta che un individuo abbia a disposizione”.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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