L'agenda di Joi
Diritti umani
Zekhùt, ovvero l’intraducibilità dell’agire responsabile

In ebraico, diritto. Ma non solo: analisi scientifica di un termine ad alta densità semantica

Se c’è una cosa che l’ebraismo insegna chiaro e tondo, nella sua complessità spesso inestricabile, ricca talvolta di contrasti e contraddizioni, è che le parole sono importanti. La lettera è la radice (quella trilittera delle lingue semitiche, ndr) dell’azione che significa. L’espressione verbale, cioè, è un appiglio ulteriore a cui aggrapparsi per cercare di dare senso a quanto si fa. Per riflettere sui diritti dell’uomo – celebrati nella giornata mondiale del 10 dicembre – partiamo allora dalle parole. Da una parola: la parola ebraica che traduce il nostro “diritto”, zekhùt. Zekhuyòt ha-adam sono, nell’ebraico moderno, i diritti dell’uomo. Nella storia della lingua ebraica, la scelta di indicare il diritto (nel senso di potenzialità tutelata a un certo agire) con il lemma zekhùt è, a dir poco, significativa. Perché zekhùt porta con sé una fitta eredità semantica che viene dalla cultura rabbinica, ovvero dalla tarda antichità mediterranea.

La radice da cui deriva zekhùt è z.k.h., che potremmo rendere all’incirca con “guadagnare”. Il sostantivo che ne deriva non indica però un semplice guadagno, quanto piuttosto un segno più nello storico delle transazioni di grazia reciproca tra l’uomo e Dio. Proviamo ad addentrarci in questo concetto teologico-giuridico.
Nell’Encyclopaedia of Judaism, il prolifico ebraista Jacob Neusner definisce zekhùt come “the heritage of supererogatory virtue and its consequent entitlements,” che potremmo rendere come “il retaggio di una virtù che supera le strette richieste della legge con quanto a ciò consegue in termini di diritti”. Da questa definizione tecnica possiamo cogliere l’importanza di due punti: zekhùt va oltre il prescrizionismo legale, entrando quindi nel regno dell’etica, e si fa portatrice di una consequenzialità storica e sociale.

Questo dualismo è bene espresso da un detto dei Pirqe Avot, il testo principe della morale rabbinica: “Chi procura zekhùt alla propria comunità non incorre nel peccato” (5,18). Nell’ebraico dell’antichità, intriso di religiosità, “peccato” è la trasgressione della legge, da cui si può dedurre che zekhùt è il contrario dell’illegalità – contrario che non significa “attenersi alla legge”, ma “andare oltre a essa”.

Questa linea sottile, forse invisibile, forse inesistente, tra legge ed etica compare in un altro testo esemplare, quasi contemporaneo (Talmud Palestinese, Taanit 1,4, IV-V sec. e.v.): “‘Cosa fai per vivere?’ ‘Commetto cinque peccati al giorno: ingaggio peripatetiche, pulisco teatri, porto a casa i loro vestiti per lavarli, danzo e suono tamburelli in pubblico’. ‘E che hai fatto di buono?’ ‘Un giorno stavo pulendo il teatro, quando una donna entra e si mette a piangere dietro una colonna. Le chiedo cosa la turbava, e lei risponde che suo marito è in prigione e che voleva vedere cosa poteva fare per pagare il riscatto. Così ho venduto il mio letto e la mia coperta e ho dato il guadagno a quella donna dicendole di usare quei soldi pur di non commettere peccato’. ‘Meriti che le tue preghiere vengano ascoltate’”. In questo brano, dunque, a compiere zekhùt è un peccatore malgré soi, che quotidianamente infrange le direttive della legge ebraica per portare a casa il pane – e tuttavia, una buona azione, gratuita, volontaria, al di là della prescrizione nuda della Torà, gli procura l’interessamento e il rispetto dei saggi d’Israele.

L’altro aspetto fondamentale del concetto di zekhùt è l’eco che l’azione individuale ripercuote attorno a sé, nello spazio della comunità e nel tempo della storia. Questa volta è un commento al libro della Genesi, Bereshìt Rabbà (43,8), a fornirci materiale di riflessione: “Da dove Israele ha guadagnato la zekhùt di ricevere la benedizione dei sacerdoti? Secondo Rabbi Yehudah, da Abramo: ‘Così sarà la tua stirpe’ (Genesis 15,5), mentre riguardo alla benedizione sacerdotale è scritto ‘Così benedirai i figli d’Israele’ (Numeri 6,23). Secondo Rabbi Nehemia, da Isacco: ‘Io e il ragazzo andremo così distante’ (Genesi 22,5), mentre riguardo alla benedizione sacerdotale è scritto ‘Così benedirai i figli d’Israele’ (Numeri 6,23). Secondo altri rabbini, da Giacobbe: ‘Così dirai alla casa di Giacobbe’ (Esodo 19,3), mentre riguardo alla benedizione sacerdotale è scritto ‘Così benedirai i figli d’Israele’ (Numeri 6,23)”. Il testo collega il versetto di Numeri sulla benedizione dei kohanim con diversi altri passi del Pentateuco tramite l’occorrenza comune della parola koh, “così”, secondo un tipico procedimento interpretativo della cultura rabbinica. Abbiamo dunque un’associazione ideale tra un’antica (e dimessa) usanza liturgica e l’intera storia del popolo d’Israele, per tramite dei patriarchi quali strumento di approvvigionamento di zekhùt. A rimarcare che la virtù di singoli soggetti esemplari ha un impatto sulla catena di azioni della collettività.

I brani tirati in causa, forse, possono dare l’impressione che si stia uscendo dal seminato, che il legame con ciò che noi intendiamo con “diritti” sia labile. Ma l’off-topic è tale solo in apparenza. Perché le tortuosità concettuali dell’idea rabbinica di zekhùt ci ricordano (e lizkhòr, “ricordare”, è tanto caro quanto intrinseco all’ebraismo) di non dare per scontato il doppio nodo che la nozione di “diritto”, per definizione un istituto legale, intesse con due piani teorici e pratici che esulano dal tecnicismo della legge. Da una parte, il piano dell’etica e della morale – dall’altra la dimensione della storicità. Il poter fare porta dunque con sé una responsabilità individuale e collettiva rispetto a ciò che si pone in atto, con un occhio al passato di cui si è eredi e un altro al futuro che le nostre azioni contribuiscono a modellare. Zekhùt è la potenzialità che ereditiamo, che ci spetta, ma che al tempo stesso possiamo e dobbiamo far fiorire, nel rispetto e nella considerazione di chi ci è intorno e di chi ci sarà dopo.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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