Cultura
16 ottobre 1943, il rastrellamento del ghetto di Roma

Cosa significa “fare” memoria? Intervista a Amedeo Osti Guerrazzi, storico della Fondazione Museo della Shoah di Roma

Giornata di memoria quella del 16 ottobre. Perché di quel rastrellamento nel ghetto di Roma sono ancora aperte le ferite. Era il 1943 e se la retata del 16 la fecero solo i tedeschi, nei giorni seguenti furono delatori, informatori e collaborazionisti ad avere il ruolo di protagonisti. Erano i vicini di casa, i portinai, i colleghi, i bottegai… persone che conoscevano da vicino le abitudini delle persone da denunciare.  E molti delatori erano a loro volta ebrei. Un momento tragico per la storia dell’Italia e terribile per la città di Roma, al punto che si è discusso a lungo sulla scelta della data per l’istituzione di una giornata della memoria italiana: 27 gennaio o 16 ottobre? Ne abbiamo parlato con Amedeo Osti Guerrazzi, storico della Fondazione Museo della Shoah di Roma.

“Gli avvenimenti del 16 ottobre 1943 sono centrali nella memoria romana e da quando è stata istituita la giornata della Memoria il 27 gennaio, è un argomento molto sentito. Ci furono polemiche allora sulla scelta della data, discutibili forse, ma sicuramente hanno avuto l’effetto di dare un peso maggiore al ricordo di quei fatti”.

Il rastrellamento avvenne per mano tedesca, ma la storia di quei giorni è segnata in maniera importante dalle delazioni.

“Il 16 ottobre lo fanno unicamente i tedeschi, ma nei giorni successivi furono le denunce a permettere la cattura di molti altri ebrei. E questo è un tema molto doloroso, inciso nella carne della città. Io stesso fino a dieci anni fa, quando ho cominciato a occuparmene da storico, non ne sapevo niente. Ho incontrato le storie delle delazioni negli archivi, andando a leggere i processi che subito dopo la guerra sono stati fatti ai collaborazionisti. Da quel momento ho guardato la città con altri occhi: sono i luoghi e i nomi a colpire”.

Ci sono stati molti delatori ebrei, insieme agli altri.

“Sì e questa è una ferita ancora aperta. Ma la ferita riguarda la nostra storia, la storia degli italiani perché gli ebrei erano italiani e sono stati mandati a morire da altri italiani. Spesso l’ignoranza su chi siano gli ebrei porta a pensare che la loro storia non riguardi i non ebrei e che la Shoah si sia svolta entro un perimetro fatto di nazisti e di ebrei, qualcosa di altro rispetto alla società. I fatti del 16 ottobre pongono l’accento proprio su questo errore”.

Lei ha scritto anche un testo per il teatro sul rastrellamento del 16 ottobre, con il titolo di La Razzia. Perché?

“Lo storico, se vuole rimanere tale e presentare i fatti in modo scientifico, non può dare spazio alle emozioni. E io, dopo anni e anni di ricerca, invece, volevo racontare le emozioni di quel giorno e provare a dire cosa ha emozionato me. Allora ho scritto un testo che si copone di dieci monologhi per dieci persone diverse che hanno partecipato come vittime, carnefici e spettatori a quella giornata. Sono basati su testimonianze, su racconti che mi sono stati fatti direttamente dai testimoni e su miei interpretazioni personali. Ne ho fatto un reading in una scuola e mi sono accorto che per i ragazzi è risultato piuttosto coinvolgente”.

Cosa significa dunque fare memoria?

“Raccontare le storie delle persone, non le statistiche e i grandi numeri, andare a visitare i luoghi dove si sono svolti i fatti e dare voce ai testimoni, finché ne avremo la possibilità. E naturalmente parlare con i ragazzi nelle scuole. Che – sorpresa! – sono davvero molto preparati. L’importanza del fare memoria è nella comprensione della storia, della nostra storia, quella che ci riguarda. Perché quello che è successo può risuccedere. Ecco perché parlo sempre ai ragazzi dei meccanismi che hanno scatenato l’odio: non sono così diversi da quelli che lo scatenano oggi”.

Lo spettacolo La Razzia, scritto da Amedeo Osti Guerrazzi, va in scena a Roma al Teatro Vittoria, il 23 ottobre

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


1 Commento:

  1. Si, è stata prima di tutto una storia di italiani
    Mi chiedo sempre se la paura fu l’unica ragione a far smarrire il senso di comunità e di comune appartenenza


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