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“Gli eredi della terra”: la Spagna racconta la storia degli ebrei prima del 1492

Otto puntate di storia sefardita nel racconto di Ildefonso Falcones e diretto da Jordi Frades, ambientato poco prima della cacciata degli ebrei dai territori spagnoli

Se vi siete persi Gli eredi della terra, la mini serie da poco andata in onda su Canale 5, da oggi 13 maggio potete recuperare con lo streaming su Netflix. Pare che ne valga la pena, visto che secondo diversi commentari si tratterebbe di qualcosa di più del solito drammone storico. Certo, le immagini cruente non mancano, tanto da farne consigliare la visione a un pubblico adulto, né le scene romantiche e le vicende romanzate, ma la parte storica avrebbe un peso di un certo rilievo. In particolare, a farsi valere sarebbe finalmente la storia degli ebrei che vivevano in Spagna prima della cacciata del 1492. Ambientata nel XIV secolo, la serie è tratta dall’omonimo romanzo del 2016 di Ildefonso Falcones ed è il sequel de La cattedrale del mare, altra serie targata Netflix uscita nel 2017 e tratta dal romanzo del 2006 dello stesso autore.
Per quanto entrambe ambientate agli albori dell’Inquisizione e incentrate sulle vicende di Hugo Llor, un giovane non ebreo di umili origini e belle speranze alle prese con problemi personali e sentimentali così come con i fatti della grande Storia, quello che rende speciale la serie sarebbe l’attenzione riservata agli ebrei. Tale interesse si rivelerebbe sia nel modo in cui sono tratteggiati i diversi personaggi che gravitano intorno al protagonista, sia nella descrizione dell’avvento dell’Inquisizione. Secondo quanto riportato da JTA, Jordi Frades, il regista de Gli eredi della terra, avrebbe voluto fare per l’Inquisizione quello che Schindler’s List ha fatto per l’Olocausto. “Ci sono molteplici riferimenti all’Inquisizione e all’antisemitismo nella recente produzione storica, ma volevo andare oltre e mostrare la trama della vita di un ebreo in Spagna appena prima dell’espulsione”, ha dichiarato Frades, che nella serie precedente non aveva scavato altrettanto a fondo nella vita dei suoi personaggi ebrei, rappresentati perlopiù solo come vittime sfortunate.
L’operazione sembra essere stata apprezzata anche dai rappresentanti degli ebrei spagnoli, se David Hatchwell Altaras, ex presidente della Comunità ebraica di Madrid e uno dei co-fondatori del futuro museo ebraico, ha riconosciuto come in Spagna stia crescendo una consapevolezza di quanto la storia sefardita stia diventando finalmente qualcosa che riguarda tutta la popolazione, e non solo quella ebraica. E il successo della nuova serie, distribuita da Netflix nel resto del mondo il mese scorso e risultata tra le 10 più viste in 50 paesi tra cui Israele e Francia, non sorprende Hatchwell. L’ex presidente sottolinea quanto ci sia “una crescente consapevolezza che l’eredità sefardita sia un’eredità spagnola”, e che l’attuale interesse per l’Inquisizione faccia parte di una più ampia attenzione per la storia in un momento in cui la Spagna sta “vivendo una questione di identità”. Del resto, come ricorda l’articolo di JTA, la legge del 2013 approvata in Spagna che concede la cittadinanza ai discendenti di ebrei sefarditi ha posto in primo piano l’Inquisizione, mentre la stessa promozione dei siti del patrimonio ebraico da parte del governo ha contribuito ad accendere l’interesse del pubblico anche sulle produzioni cinematografiche sull’argomento.

Tornando a Gli eredi della terra, nelle sue otto puntate si seguono le traversie di Hugo Llor, ragazzino orfano di padre e abbandonato dalla madre che viene salvato dalla strada da Arnau Estanyol, carismatico personaggio già visto ne La cattedrale del mare. Le sue ambizioni di lavorare nei cantieri navali si scontreranno contro i fatti della storia, non ultimo l’avvento dell’Inquisizione che cambierà la vita di molte delle persone che lo circondano e che lo hanno aiutato e amato. Tra queste, troviamo personaggi inventati ma modellati su figure reali come Jucef Crescas, liberamente ispirato al filosofo ebreo Hasdai Crescas e al suo allievo Joseph Albo, che accetta di adottare esternamente usanze cristiane come il portare una croce e cambiare il proprio nome in Raimundo, ma che non abbraccia in realtà né la teologia cristiana né quella ebraica, dedicandosi invece alla scienza.
Era ebrea anche Dolça, il primo amore di Hugo che preferirà la morte alla conversione, finendo uccisa in un linciaggio. Tra le scene più cruente della serie, secondo Reconectar, organizzazione no profit che cerca di collegare le persone di discendenza sefardita con l’ebraismo, questa sequenza rappresenterebbe “la prima volta che questa tragica parte della storia ebraica è stata mostrata in televisione”, almeno in Spagna e in questo modo.
Sempre ebrea, ma con posizioni nettamente diverse è anche Regina, medico che vuole convertirsi al cristianesimo per ottenere l’accettazione che ha sempre desiderato e per sposare Hugo, il protagonista. Interpretata da Maria Rodríguez Soto, in una scena clou del film l’ambiziosa Regina parla così della propria condizione: “Oltre a essere ebrea, sono una persona. Una donna. Un medico. Sono stanca di essere ignorata. Che mi sputino addosso per strada. Di essere umiliata. Sono stanca di essere ebrea”.
Senza trascurare quindi le diverse realtà individuali, la serie mette in luce anche la fiducia che molti ebrei mantenevano comunque verso il governo e il re, che a volte interveniva per tentare di proteggerli dai linciaggi, primo tra tutti quello noto come il massacro di Valencia del 1391, mentre in altre li ignorava, quando non addirittura incoraggiava le persecuzioni.

Basandosi su più consulenti ed esperti di storia sefardita, la serie tenta anche di esplorare realisticamente il modo in cui all’epoca i non ebrei trattavano gli ebrei. Lo stesso protagonista, esasperato dagli intrighi di Regina, disposta a tutto pur di diventare sua moglie e controllarne l’esistenza, riferendosi alla ormai ex compagna sbotta in un: “Vorrei che quella dannata ebrea fosse rimasta fuori dalla mia vita”. Vicende personali a parte, la serie farebbe un serio sforzo anche per rappresentare le comunità ebraiche e i circoli professionali dell’epoca, dai medici ebrei ai quali si rivolgevano le donne cristiane per abortire (grazie alla diversa posizione del giudaismo riguardo alla fine della gravidanza), alla produzione di vino kosher curato esclusivamente da manodopera ebraica. Poi, certo, come sottolinea JTA, non mancano gli errori, come le scene in cui si sentono ebrei presumibilmente devoti pronunciare pubblicamente il nome di Geova. In generale, comunque, l’emergere di temi ebraici nella cultura popolare spagnola è considerato come un potenziale vantaggio per gruppi come Reconoctar, che tentano di costruire ponti tra i discendenti degli ebrei sefarditi e il mondo ebraico. Da parte sua, il regista dichiara di essere più interessato alla narrazione che alla politica, pur consapevole che, parafrasando il famoso detto, non solo salvando una vita si salva il mondo intero, ma anche “se racconti la storia di una persona, stai raccontando la storia di un mondo intero”.

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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